Chiede un risarcimento del danno alla Curia per presunti abusi subiti in ambito ecclesiastico all’incirca 30 anni fa. E lo fa con un atto di citazione depositato dinanzi al giudice civile che sta per essere notificato ai due prelati che sono accusati delle molestie raccontate e all’arcivescovo attuale, che ovviamente non ha nulla a che vedere con le contestazioni ma a cui viene attribuito un ruolo solo formale in quanto responsabile della Curia.
Si tratta di un salentino che, difeso dall’avvocato Nicola Ciullo, ha deciso di procedere: non lo ha fatto in sede penale, perché il reato ipotizzato sarebbe comunque prescritto. Non ha ritenuto di attivare le vie del diritto canonico, a quanto si apprende per timore di non ottenere una risposta.
Le tesi che afferma, naturalmente, sono tutte da verificare. E saranno analizzate in sede civile nell’ottica del presunto “danno”. A quanto si apprende, l’uomo, che è anche un ex docente di religione, si riferisce a fatti accaduti molto tempo addietro, quando si trovava in seminario. E che sarebbero da attribuire a due sacerdoti che ora non prestano più la pro pria opera in Salento. La dio cesi è di fatto estranea, dunque, ma viene comunque tirata in ballo per una sorta di responsabilità oggettiva. Come istituzione. Naturalmente potrà difendersi nelle sedi opportune.
Il racconto è sintetizzato in un atto di citazione che è stato formalmente portato al Tribunale civile di Lecce. E in una lettera aperta, anonima, in cui vengono riportate varie norme e sentenze passate. In particolare quelle sulle ipotesi di responsabilità della curia, in caso di abusi sessuali commessi da preti, per cui il Tribunale di Lecce si è già espresso in passato (si parla di un caso simile, ma non dello stesso).
«Anche la giurisdizione statale, oramai all’unanimità – si legge in una lettera aperta – affronta la questione degli abu si e molestie del clero, individuando il vescovo (o Ordinario della Diocesi) quale soggetto civilmente responsabile, secondo responsabilità extra contrattuale previste dal codice civile (artt. 2047-2054) con particolare riferimento all’art. 2049 c.c. (basta fare un breve giro sul web per rintracciare sentenze o ordinanze in merito, anche sulla Diocesi di Lecce: Trib. Lecce, sez. I pen., ord. 8 ottobre 2012, Pres. Sernia )», è riportato.
I fatti, come si diceva, sono molto datati. Ma la presunta vittima sostiene di avere elementi a sufficienza per dimostrarli. La decisione di agire per le vie legali, a quanto si apprende, sarebbe maturata qualche anno fa, in epoca Covid, periodo in cui i presunti incubi del passato sarebbero riemersi.
A corollario delle accuse di molestie, ci sono anche racconti di presunte minacce su bite e di un posto da docente revocato, naturalmente non ad opera della diocesi che risulta estranea nel merito alle contestazioni, per lo meno nella composizione attuale. Sempre, tutti da verificare. Quanto basta, a parere del ricorrente, per andare avanti e chiedere al giudice civile un ristoro dei danni subiti, ma più che altro una sentenza che registri i fatti così come si sono verificati, qualora dovessero essere riscontrati.
Va specificato che in sede ci vile il procedimento si fonda su presupposti differenti dal penale e che non esiste il concetto dell’affermazione di responsabilità “al di là di ogni ragionevole dubbio”. E quindi anche la verifica dei fatti segue un percorso del tutto differente, volto ad accertare l’esistenza di conseguenze per chi lamenta il danno subito, oltre che la veridicità di quanto è stato narrato nell’atto di cita zione.
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