I casi di pedofilia in seno alla Chiesa sono stati, per decenni, una sorta di scomodo “segreto”. Spesso ignorato da chi, pur sapendo, decideva di guardare dall’altra parte, limitandosi, nei casi più delicati, a trasferire il responsabile in un’altra parrocchia. Oggi non è più così. Dopo gli scandali, anche la Chiesa cattolica ha scelto la via della tolleranza zero. E chi vuole diventare prete deve prima attraversare una procedura di valutazione in tre fasi. Eppure, qualche zona d’ombra sembra ancora esserci.
L’introduzione del test, come noto, risale alla scorsa primavera. Nella fase pilota sono state condotte valutazioni attitudinali su 72 candidati, sei dei quali in lingua italiana. In alcuni casi, i responsabili hanno poi deciso di non proseguire la collaborazione. Il numero esatto di questi candidati però non è stato reso noto. E come riporta oggi la NZZ, proprio la questione dei dossier dei singoli candidati avrebbe creato frizioni tra i vescovi e la Conferenza centrale cattolica romana della Svizzera, con quest’ultima voleva rendere accessibili a terzi gli incarti.
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