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PEDOFILIA E RICATTI: 7 ANNI DI RECLUSIONE AL CAPO SCOUT DI TERRACINA. RISARCIMENTI A MINORI E ASSOCIAZIONI

Condannato l’assistente capo scout nell’udienza preliminare che si è celebrata a Roma. Il giovane, originario di Terracina, è accusato di aver abusato di alcuni minorenni

Redazione WebNews by Redazione WebNews
15 Ottobre 2025
in News, Scout
Reading Time: 6 mins read
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Il giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Roma, Angela Gerardi, ha condannato alla pena di 7 anni di reclusione e 26mila euro di multa il 19enne di Terracina, Simone di Pinto, per i reati di Pornografia minorile, stalking, estorsione, violenza sessuale e pornografia virtuale. Reati aggravati dalla minore età delle vittime.

Di Pinto dovrà risarcire i quattro minorenni con 5mila euro ciascuno e con 2mila euro le altre associazioni parti civili. Il giudice ha predisposto anche il divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dai minori. I quattro minori parti civili sono difesi dall’avvocato Pasquale Lattari così come il Garante infanzia ed adolescenza della Regione Lazio, Monica Sansoni e il Gruppo Agesci Terracina. Parti civili anche “Rete l’abuso” assistita dall’avvocato Caligiuri, “Insieme a Marianna” difesa dall’avvocato Felicia D’Amica e “No child abuse” difesa dall’avvocato Michele Di Stefano.

“L’intervento del Centro Antiviolenza per minori vittime di reato a cui si erano rivolti le famiglie dei minori, il gruppo scout Terracina 3, la Parrocchia S.Domenico Savio è stato tempestivo ed efficace – spiega il Garante dell’Infanzia, Monica Sansoni -. Ha immediatamente consentito con la collaborazione con la Polizia Postale di Latina e le autorità giudiziarie – che ringrazio per la professionalità e tempestività – di sterilizzare l’attività in essere e di mettere al sicuro le vittime e le ulteriori potenziali dalle attività pedopornografiche e di abuso. Anche questa vicenda ci insegna quanto sia importante l’ascolto dei minori tempestivo, l’importanza di far emergere i segnali di disagio e cristallizare i riferiti e la necessità di denunciare prontamente – nel loro interesse e nell’interesse dell’intera collettività – gli abusi. Un plauso quindi ha chi ha denunciato e si è attivato immediatamente nell’interesse dei minori, ai genitori ed alla collettività che si è fidata ed affidata agli eduatori scout ed alla comunità parrocchiale. La scrivente – proprio in ragione di quanto affermato dalla difesa del Di Pinto nella discussione – “la garante poteva anche farsi gli affari suoi!!” – continuerà a proprio a fare gli interessi dell’istituzione e interessarsi della tutela dei minori, quale interesse superiore (e non certo come istanza persecutoria verso i responsabili) specie di quelli offesi ed abusati, in ossequio ai propri fini istituzionali in coerenza con la normativa sovranazionale e nazionale”.

“Le parti civili, in particolare i genitori dei ragazzi minori, – dichiara l’avvocato Pasquale Lattari che ha difeso i quattro minori vittime – non hanno gioito alla condanna del responsabile. A parte il riconoscimento dell’ingiustizia patita quali vittime – hanno rifiutato l’offerta di risarcimento danni perché non vi era in capo al reo alcun riconoscimento della loro condizione vittimaria!! – nessuna riparazione dei pregiudizi patiti ricevono dalla condanna del Di Pinto. L’unica soddisfazione delle famiglie che hanno denunciato è aver impedito che il reo continuasse nella sua attività contro i minori ed evitato che altri – minori e famiglie – potessero patire i loro stessi inenarrabili pregiudizi. Le famiglie auspicano solamente che i propri figli al più presto e per quanto possibile assorbano ed integrino al meglio nella loro vita le conseguenze patite. I genitori, il gruppo scout e l’intera comunica coinvolta sperano anche che il reo – pur sempre in giovane età – possa comprendere pienamente l’ingiustizia commessa e agire responsabilmente nella sua vita futura”.

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IL PROCESSO – A giugno, il pubblico ministero Vittoria Bonfanti, al termine della sua requisitoria, ha chiesto la condanna a 8 anni di reclusione, più 60mila euro di multa, per il 19enne di Terracina, Simone Di Pinto, l’assistente capo scout di Terracina accusato di pedopornografia e arrestato lo scorso 2 agosto. Il giovane, difeso dagli avvocati Ippolita Naso e Carmela Massaro, si trova al momento agli arresti domiciliari. I reati che riguardano vittime di minore età sono di competenza del Tribunale di Roma, nonostante che i fatti contestati siano accaduti a Terracina.

A discutere dopo la richiesta di condanna del pubblico ministero, anche le parti civili, assistite dall’avvocato Pasquale Lattari. Si tratta dei quattro minorenni che vanno dai 10 ai 16 anni, tutti rappresentati dai genitori. Parte civile anche il gruppo Scouts Agesci Terracina 3, all’interno del quale operava l’imputato quale educatore, “profittando – si legge nel capo d’imputazione – del rapporto di fiducia con il bambino derivante dallo svolgere la funzione di aiuto capo nella branca dei lupetti”, e la Garante Infanzia e Adolescenza della Regione Lazio, Monica Sansoni la quale, con il centro antiviolenza per minori vittime di violenza, aveva accolto, ascoltato ed orientato le famiglie alla denuncia.

A sottolineare la gravità ed i plurimi reati delle condotte contenute nei capi di imputazione si sono anche costituite la associazioni di tutela dei minori “Insieme a Marianna” Aps, per la promozione e il contrasto della violenza su donne e minori, e “No Child Abuse”, costituita da ragazzi e loro famiglie vittime di abusi.

Il giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Roma, Angela Gerardi, ha rinviato al prossimo 11 luglio quando la parola passerà alla difesa di Di Pinto, dopodiché sarà pronunciata la sentenza col rito abbreviato.

Gli avvocati difensori hanno chiesto un rito abbreviato condizionato all’acquisizione di una consulenza di uno psicologo, così da analizzare il profilo psicologico e personale dell’imputato, pur non contestando la capacità di intendere e volere.

Tra il materiale per la decisione del giudice, come noto, ci saranno anche gli incidenti probatori di 3 ragazzi, oltreché alle chat con l’imputato, le foto acquisite dallo stesso e l’ingente materiale pedopornografico costituito da 292 filmati.

A luglio 2024, l’assistente capo scout di Terracina è stato iscritto nel registro degli indagati, accusato di gravi reati legati a presunti abusi su minori. L’associazione coinvolta conta circa 140 bambini tra i suoi frequentatori abituali. Le attività estive dell’organizzazione furono interrotte dalla decisione dell’Agesci, generando preoccupazione tra le famiglie coinvolte. “Cari genitori, il parroco e la comunità Capi comunicano – aveva scritto l’Agesci ai genitori – che per motivi imprevisti e imprevedibili tutte le attività e i campi estivi sono sospesi”.

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La Procura di Roma considera, come detto, quattro le persone offese dai reati che avrebbe commesso Di Pinto: si tratta di due ragazzi di 16 anni, un ragazzo di 12 anni e un bambino di 10 anni.

Si va dalla pornografia minorile agli atti persecutori fino al reato di estorsione ai danni di un sedicenne. L’accusa più grave è quella della violenza sessuale aggravata ai danni del bambino di dieci anni, all’epoca degli abusi di appena 9 anni. I fatti ricadono giugno 2024. Di Pinto, che svolgeva il ruolo di aiuto capo dei lupetti del gruppo scout a Terracina, avrebbe invitato il bambino a fermarsi con lui nei locali della parrocchia. Rimasti da soli, con la scusa di aggiustargli i pantaloni, il 19enne avrebbe infilato le mani negli slip del bambino palpeggiandogli i genitali. Una circostanza resa ancora più grave, secondo la Procura, perché Di Pinto l’avrebbe commessa esercitando la sua autorità.

L’intera vicenda ha origine da un ricatto tramite social media, che ha coinvolto i due minorenni di 12 e 16 anni manipolati attraverso un profilo fasullo su Instagram. Il 19enne assistente capo scout, secondo l’accusa, ha agito dietro le quinte, utilizzando il profilo falso, spacciandosi per una certa “Aurora” di 17 anni e chiedendo immagini compromettenti ai giovani, per poi minacciarli di diffonderle se non avessero pagato una somma in denaro. L’intervento della Polizia Postale di Latina ha portato, a luglio, al sequestro dei dispositivi e all’avvio di un’approfondita inchiesta.

In un caso Di Pinto chiedeva al sedicenne di mostrargli il pene nelle immagini, poi lo contattava tramite Whastapp chiedendogli un video che lo ritraesse mentre si masturbava. Non solo: intimava al ragazzo, minacciando di rovinarlo nel caso contrario, di chiedere ai suoi amici altre immagini dello stesso tipo, come se fosse interessato a produrre materiale pedopornografico. Tra i reati contestati a Di Pinto, infatti, c’è quello di detenzione o accesso a materiale pornografico: sul suo cellulare sono stati trovati dalla Polizia Postale ben 292 filmati a carattere pedopornografico. Uno spaccato che può far pensare a una rete pedofila e al bisogno impellente non solo di detenere sempre più materiale.

Il ragazzo di sedici anni a cui Di Pinto chiedeva le immagini e i video pedopornografici veniva minacciato: se non avesse prodotto il materiale, l’aiuto capo scout, con le false sembianze di “Aurora”, avrebbe fatto vedere i video e le immagini già inviate, che lo ritravano mentre si masturbava, a genitori, parenti e amici. Episodi di stalking andati avanti per quasi un anno dal 2023 fino al giugno 2024. E in una circostanza, sempre lo stesso sedicenne fu costretto a pagare “Aurora” 55 euro che furono consegnati materialmente a Di Pinto.

Non solo ambienti di Chiesa e dell’area scout. In un caso, Di Pinto avrebbe contattato, tramite Instagram, sempre attraverso il falso nome di “Aurora”, anche un altro ragazzo di sedici anni, ora parte offesa, che non ha nulla a che vedere con quell’area di frequentazione. Al giovane le stesse richieste di materiale pedopornografico, con il 16enne nudo e in pose erotiche. Il ricatto era il medesimo: o produci altro materiale, o mostro quello che già ho a parenti e amici. Una volta arrestato ad agosto, Di Pinto si è avvalso della facoltà di non rispondere.

La parrocchia frequentata dal giovane indagato è quella della Chiesa San Domenico Savio di Terracina, la stessa frequentata in passato da Alessandro Frateschi, l’ex insegnante di religione condannato per violenza sessuale su cinque minori. L’indagine è partita dalla denuncia di due genitori che hanno sentito piangere il loro ragazzo adolescente, vittima del ricatto dell’assistente capo scout.

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.