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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » chiesa » Dalla retorica della “vita” alla realtà dei diritti: la legge 194/78 è una conquista femminista e democratica. Va applicata e difesa

Dalla retorica della “vita” alla realtà dei diritti: la legge 194/78 è una conquista femminista e democratica. Va applicata e difesa

Avv. Mario Caligiuri by Avv. Mario Caligiuri
11 Gennaio 2026
in Il punto della Rete L'ABUSO
Reading Time: 4 mins read
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Fanno riflettere le risposte del comitato Prolife al flash mob della “Campana”, apparse sull’articolo pubblicato su Savona News il 9 gennaio 2026.

A ben vedere, nel dibattito pubblico sull’aborto e sulla legge 194/1978, uno degli ostacoli principali a un confronto serio e democratico non è il dissenso etico, che in una società pluralista è legittimo, ma la disinformazione sistematica che ne altera il significato, la finalità e la portata giuridica. Una disinformazione che non è neutra, perché produce effetti materiali: restringe l’accesso ai servizi, legittima disuguaglianze territoriali, normalizza la compressione dei diritti.

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La retorica antiabortista di cui sono intrise le posizioni di Prolife delinea una gerarchia discriminatoria delle vittime: alcuni bambini meritano protezione perché funzionali a una narrazione morale, altri – quelli abusati, traumatizzati, segnati a vita – diventano un tema scomodo, da enfatizzare solo quando serve a negare o attenuare le responsabilità della Chiesa istituzione che in Italia non riesce o non vuole intervenire concretamente sulla piaga innegabile della pedofilia.

In questo quadro, la legge 194/78 viene descritta come una legge “ingiusta” o “contro il diritto naturale”. È una rappresentazione falsa. Essa è all’opposto una delle più importanti conquiste del movimento femminista italiano perché ha inciso nel cuore dello Stato, trasformando una pratica clandestina in una responsabilità pubblica. Ma proprio per questo non può essere lasciata all’erosione silenziosa dell’inattuazione.

La legge 194/1978 è una legge femminista, costituzionale, di sanità pubblica e di tutela dei diritti umani. Non promuove l’aborto, non lo banalizza, non lo esalta come valore in sé.

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Nasce da una constatazione storica: l’aborto esisteva anche quando era illegale, ma era clandestino, pericoloso e profondamente diseguale. Le donne con risorse abortivano in sicurezza, le altre rischiavano la vita. La criminalizzazione non proteggeva la vita: proteggeva l’ipocrisia.

Il movimento femminista italiano, giunto a un alto grado di maturità politica e culturale, ha avuto il merito storico di porre al centro la salute fisica e psicologica delle donne, la loro dignità e la loro libertà, in piena armonia con la Costituzione italiana e con i trattati internazionali sui diritti umani.

La maternità trattata non come destino biologico imposto, ma tutelata come scelta libera; il corpo non come territorio di controllo, ma come spazio di autodeterminazione; la salute non come concessione morale, ma come diritto fondamentale.

La legge 194/78 traduce questi principi in diritto positivo. Colloca l’interruzione volontaria di gravidanza dentro un percorso sanitario regolato, fondato sul consenso informato, sulla tutela della salute fisica e psichica, sulla prevenzione e sull’accompagnamento.

Separare l’aborto dalla salute significa finanche negare gli insegnamenti della medicina moderna: la gravidanza è un evento biologico complesso, con rischi, implicazioni psicologiche, conseguenze sociali ed economiche. Forzarne la prosecuzione contro la volontà della donna è una forma di coercizione incompatibile con lo Stato di diritto.

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Un elemento centrale – troppo spesso ignorato o svuotato – è la qualità della rete territoriale dei consultori familiari. La legge 194/78 all’art. 2 affida a questi presidi già istituiti dalla legge 29 luglio 1975, n. 405, un ruolo cruciale: informare correttamente, prevenire le gravidanze indesiderate, garantire l’accesso alla contraccezione, sostenere la maternità quando è liberamente scelta, accompagnare senza giudicare.

Oggi, però, la maggior parte dei consultori sono sottofinanziati, carenti di personale qualificato, disomogenei sul territorio. Questa inefficienza non è neutra: trasforma un diritto universale in un diritto selettivo, legato al luogo di residenza, al contesto culturale, alla disponibilità dei servizi.

Migliorare la legge 194/78 significa dunque potenziare i consultori, investirvi risorse pubbliche, garantire équipe multidisciplinari competenti e laiche, rafforzarne la funzione preventiva e di sostegno. Significa rendere la legge coerente con le sue finalità originarie, non snaturarla.

Chi invoca l’abolizione o lo svuotamento della L.194/78, spesso attraverso l’abuso dell’obiezione di coscienza o la pressione morale nei servizi, non difende la vita: produce disuguaglianze, sofferenza evitabile e per l’effetto violazione del principio di uguaglianza sostanziale e del diritto alla salute sanciti dagli articoli 3 e 32 della Costituzione.

Ed è qui il punto politico decisivo: il miglioramento della legge 194 non riguarda solo le donne. Riguarda anche gli uomini, i bambini e le bambine, la qualità delle relazioni, la responsabilità genitoriale, la credibilità delle istituzioni pubbliche, la democrazia.

La democrazia e la libertà non sono diritti parziali: o valgono per tutti, o non valgono per nessuno. Uno Stato che accetta che l’accesso alla salute e all’autodeterminazione dipenda dal territorio, dallo stigma o dalla pressione ideologica rinuncia alla propria funzione costituzionale.

Difendere e migliorare la legge 194/78 significa affermare che i diritti umani non sono negoziabili, che la salute fisica e psicologica è un bene pubblico, che l’uguaglianza non è uno slogan ma una responsabilità concreta.

Significa scegliere uno Stato che tutela, informa, previene e si assume il peso e la responsabilità delle decisioni difficili, invece di scaricarle sulla colpa individuale o silenziandole.

La legge 194/78 in realtà non è il problema. Il problema è la disinformazione che la circonda e l’inattuazione che la indebolisce. Restituirle piena efficacia è oggi una misura della maturità democratica del Paese.

    Roma, 11/01/2026
Avv. Mario Caligiuri

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(RESP. DELL’OSSERVATORIO PER LA TUTELA DELLE VITTIME DI RETE L’ABUSO)

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Informazione sui contenuti

La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.

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