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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » Ali Agca » Caso Orlandi, spunta il giallo su un numero di telefono nel diario di Emanuela

Caso Orlandi, spunta il giallo su un numero di telefono nel diario di Emanuela

Dubbi in Commissione su un'utenza non identificata. Ascoltato l'ex uomo della Digos Marchionne: "Mi occupai del caso quando fu chiesta la liberazione di Agca ma mai fu data prova che Emanuela fosse viva. La criminalità romana? Potrebbe aver avuto un ruolo"

Redazione WebNews by Redazione WebNews
1 Maggio 2025
in Cronaca e News
Reading Time: 11 mins read
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Nuovo giallo sul caso di Emanuela Orlandi. Oggi, 30 aprile, durante l’audizione di Lidano Marchionne, all’epoca dei fatti commissario capo della Polizia di Stato, in servizio presso la Digos di Roma, davanti alla Commissione parlamentare di inchiesta l’attenzione è stata puntata su un numero di telefono non identificato scritto su un diario di Emanuela.

Uno dei commissari ha chiesto informazioni sul fatto che fu convocata dalla Digos, per essere ascoltata, una persona sulla base di un numero di telefono presente in un diario di Emanuela, riferito a una “certa Federica” ma tuttavia per la convocazione ci si basò su un numero non corrispondente a quello effettivamente scritto nel diario visto che una cifra era diversa.

“La firma è mia e il verbale è mio”, ha detto Marchionne prendendo visione degli atti ma non ricordando nel dettaglio la vicenda. Marchionne ha osservato che andrebbero esaminati i documenti e visto “in che contesto è stato fatto questo verbale di interrogatorio, ossia se è stato fatto perché ci arrivava una segnalazione che c’era questo numero sul diario – premesso che noi il diario di Orlandi non lo abbiamo mai acquisito – o potrebbe anche essere che altre fonti avevano individuato questo numero”. Replicando a un’altra domanda della senatrice Daisy Pirovano su questo aspetto e sui presunti mancati controlli sul numero giusto, l’ex appartenente alla Digos, che ha più volte ricordato di essersi occupato del caso solo relativamente al filone ‘lupi grigi’, ha osservato di non aver mai fatto accertamenti su diari e che tra le ipotesi c’è anche di essere “stato coinvolto in questo verbale per un’emergenza dovuta forse all’assenza o al mancato riferimento della persona che se ne stava occupando che non so chi sia”.

La senatrice Daisy Pirovano (Lega) ha sottolineato ai colleghi della Commissione che “guardando la foto dell’originale del diario di Emanuela dell’82-‘83 ho anche un altro dubbio ossia se il nome sia veramente ‘Federica’ e non ‘Federico’”. A questo punto, ha continuato Pirovano, “sarebbe il caso di fare un approfondimento” e “sarebbe utile capire se sul numero corretto siano state fatte successivamente ricerche” e “se siano ancora fattibili”. Il presidente della Commissione Andrea De Priamo ha replicato che attraverso il lavoro dei consulenti “cercheremo di fare un approfondimento tecnico”.

La richiesta di liberazione di Agca

Su Emanuela Orlandi dopo il rapimento “non si ebbe mai prova dell’esistenza in vita della ragazza e lo stesso Ali Agca, all’epoca detenuto in esecuzione pena, in qualche modo si dissociò da questa richiesta di sua liberazione. Si arrivò alla scadenza dell’ultimatum e non furono avviate iniziative per la liberazione concreta di Ali Agca e non fu acquisito alcun elemento che potesse sostenere che la ragazza fosse viva”, ha ricordato Marchionne.

“Mi colpì il fatto che l’intervento di un’associazione vicina all’attentatore del Papa e che ne chiedeva la liberazione – ha osservato – venne fatto dopo che il Papa, nella recita dell’Angelus, aveva fatto cenno alla scomparsa della ragazza e stimolato la buona volontà di coloro che avevano responsabilità nella gestione di quel caso”.

“Fino a quel momento i contatti erano stimolati dalla diffusione dei manifesti fatti dalla famiglia, erano passati direttamente sui familiari di Orlandi ai telefoni che avevano indicato come recapito e i messaggi erano sostanzialmente dettati dall’intento di tranquillizzare la famiglia – ha proseguito -, tendevano a dare credito all’ipotesi che si fosse in presenza di un allontanamento volontario della ragazza. Poi, dopo l’intervento del Papa all’Angelus, ci fu una telefonata di persona che richiamò nel contenuto queste telefonate che erano state fatte nella prima fase” e che “nello stesso tempo calò la richiesta di liberazione di Ali Agca in cambio del rilascio di Emanuela Orlandi”.

“Si arrivò fino all’ultimatum che avevano fissato”, ha proseguito l’ex appartenente alla Digos aggiungendo che “questa trattativa” non andò “in porto perché non ci fu mai prova certa dell’esistenza in vita della ragazza”.

“C’erano una valanga di informative che venivano dai Servizi che riportavano notizie da fonti più o meno attendibili, alcune qualificate addirittura come occasionali, che davano indicazioni sulla ragazza viva, che era addirittura caduta nella sindrome di Stoccolma e aveva allacciato relazioni sentimentali con i suoi sequestratori” ma “gli accertamenti non avevano dato soluzioni concrete”, ha osservato Marchionne aggiungendo che “spesso soprattutto nella comunità turca, consistente in Germania, venivano fuori ‘pseudo informatori'”.

A una domanda sul fatto che chi chiedeva la liberazione di Ali Agca fu in grado di far ascoltare un nastro con la voce di Emanuela registrata o far ritrovare delle fotocopie di documenti e fogli scritti della ragazza, l’ex appartenente alla Digos ha osservato: “Secondo me queste persone avevano avuto a che fare o direttamente con Emanuela Orlandi o con qualcuno che la conosceva“.

Marchionne ha poi ricordato alcune telefonate che arrivarono dopo la scomparsa di Emanuela, come quelle del sedicente “Mario” o del cosiddetto “Americano” o successive chiamate. “Il gruppo secondo me è lo stesso”, ha sottolineato aggiungendo: “Se fosse stato già dall’inizio un sequestro per liberare Ali Agca non vedo per quale motivo ci siano state chiamate prima. Forse per sondare una disponibilità? Non lo so”.

“Rapitori? Non erano rubagalline”

“Indubbiamente io penso che – quale possa essere il gruppo – era ben strutturato: non era un gruppo di rubagalline o di ragazzi che potevano aver messo su qualcosa di più grande di loro che poi gli era sfuggito di mano”, ha continuato, rispondendo a chi gli chiedeva la sua opinione sulla tipologia del gruppo legato alla scomparsa di Emanuela.

Quanto alla criminalità romana dell’epoca, secondo l’ex appartenente alla Digos, “potrebbe aver avuto un ruolo”. “Non c’è nulla di specifico che mi faccia pensare alla malavita organizzata romana” ha continuato Marchionne precisando però che “la mia sensazione è che la ragazza sia caduta in una trappola dalla quale non è riuscita a venirne fuori, chi l’ha tesa non agiva per una situazione estemporanea”.

“Mi pare che la ragazza avesse avuto un appuntamento con una persona che si era proposta per farle fare un lavoro di presentatrice di prodotti cosmetici e la casa ha sempre smentito di ricorrere a simili attività – ha proseguito -. Può essere che per ingenuità la ragazza abbia aderito a questa proposta e invece di fare questa presentazione, chissà dove l’hanno portata”.

Replicando a un’altra domanda, l’ex appartenente alla Digos ha precisato: “Io non ho detto che c’è stato un coinvolgimento della mafia romana, dico che l’organizzazione nella quale era incappata Emanuela non era una organizzazione di sprovveduti, ma una organizzazione ben strutturata e che aveva determinati scopi che potevano essere – siamo a livello di ipotesi – anche quello di irretire giovani ragazze per destinarle a cose che non vogliamo pensare”.

“Pista turca? Versioni poco credibili”

“Depistaggio significa che chi proponeva queste ipotesi investigative avesse lo scopo di distogliere da un percorso a lui noto: non posso dire di avere avuto mai questa consapevolezza”, ha continuato Marchionne rispondendo alla domanda se all’epoca si avesse avuto o meno la sensazione che la pista turca rispetto al caso di Emanuela fosse un depistaggio. Tuttavia l’ex appartenente alla Digos ha parlato di “versioni spesso poco credibili, determinate da collage mettendo insieme vicende per molti aspetti note”.

Uno dei commissari ha chiesto informazioni sul fatto che fu convocata dalla Digos, per essere ascoltata, una persona sulla base di un numero di telefono presente in un diario di Emanuela, riferito a una “certa Federica” ma tuttavia per la convocazione ci si basò su un numero non corrispondente a quello effettivamente scritto nel diario visto che una cifra era diversa.

“La firma è mia e il verbale è mio”, ha detto Marchionne prendendo visione degli atti ma non ricordando nel dettaglio la vicenda. Marchionne ha osservato che andrebbero esaminati i documenti e visto “in che contesto è stato fatto questo verbale di interrogatorio, ossia se è stato fatto perché ci arrivava una segnalazione che c’era questo numero sul diario – premesso che noi il diario di Orlandi non lo abbiamo mai acquisito – o potrebbe anche essere che altre fonti avevano individuato questo numero”. Replicando a un’altra domanda della senatrice Daisy Pirovano su questo aspetto e sui presunti mancati controlli sul numero giusto, l’ex appartenente alla Digos, che ha più volte ricordato di essersi occupato del caso solo relativamente al filone ‘lupi grigi’, ha osservato di non aver mai fatto accertamenti su diari e che tra le ipotesi c’è anche di essere “stato coinvolto in questo verbale per un’emergenza dovuta forse all’assenza o al mancato riferimento della persona che se ne stava occupando che non so chi sia”.

La senatrice Daisy Pirovano (Lega) ha sottolineato ai colleghi della Commissione che “guardando la foto dell’originale del diario di Emanuela dell’82-‘83 ho anche un altro dubbio ossia se il nome sia veramente ‘Federica’ e non ‘Federico’”. A questo punto, ha continuato Pirovano, “sarebbe il caso di fare un approfondimento” e “sarebbe utile capire se sul numero corretto siano state fatte successivamente ricerche” e “se siano ancora fattibili”. Il presidente della Commissione Andrea De Priamo ha replicato che attraverso il lavoro dei consulenti “cercheremo di fare un approfondimento tecnico”.

La richiesta di liberazione di Agca

Su Emanuela Orlandi dopo il rapimento “non si ebbe mai prova dell’esistenza in vita della ragazza e lo stesso Ali Agca, all’epoca detenuto in esecuzione pena, in qualche modo si dissociò da questa richiesta di sua liberazione. Si arrivò alla scadenza dell’ultimatum e non furono avviate iniziative per la liberazione concreta di Ali Agca e non fu acquisito alcun elemento che potesse sostenere che la ragazza fosse viva”, ha ricordato Marchionne.

“Mi colpì il fatto che l’intervento di un’associazione vicina all’attentatore del Papa e che ne chiedeva la liberazione – ha osservato – venne fatto dopo che il Papa, nella recita dell’Angelus, aveva fatto cenno alla scomparsa della ragazza e stimolato la buona volontà di coloro che avevano responsabilità nella gestione di quel caso”.

“Fino a quel momento i contatti erano stimolati dalla diffusione dei manifesti fatti dalla famiglia, erano passati direttamente sui familiari di Orlandi ai telefoni che avevano indicato come recapito e i messaggi erano sostanzialmente dettati dall’intento di tranquillizzare la famiglia – ha proseguito -, tendevano a dare credito all’ipotesi che si fosse in presenza di un allontanamento volontario della ragazza. Poi, dopo l’intervento del Papa all’Angelus, ci fu una telefonata di persona che richiamò nel contenuto queste telefonate che erano state fatte nella prima fase” e che “nello stesso tempo calò la richiesta di liberazione di Ali Agca in cambio del rilascio di Emanuela Orlandi”.

“Si arrivò fino all’ultimatum che avevano fissato”, ha proseguito l’ex appartenente alla Digos aggiungendo che “questa trattativa” non andò “in porto perché non ci fu mai prova certa dell’esistenza in vita della ragazza”.

“C’erano una valanga di informative che venivano dai Servizi che riportavano notizie da fonti più o meno attendibili, alcune qualificate addirittura come occasionali, che davano indicazioni sulla ragazza viva, che era addirittura caduta nella sindrome di Stoccolma e aveva allacciato relazioni sentimentali con i suoi sequestratori” ma “gli accertamenti non avevano dato soluzioni concrete”, ha osservato Marchionne aggiungendo che “spesso soprattutto nella comunità turca, consistente in Germania, venivano fuori ‘pseudo informatori'”.

A una domanda sul fatto che chi chiedeva la liberazione di Ali Agca fu in grado di far ascoltare un nastro con la voce di Emanuela registrata o far ritrovare delle fotocopie di documenti e fogli scritti della ragazza, l’ex appartenente alla Digos ha osservato: “Secondo me queste persone avevano avuto a che fare o direttamente con Emanuela Orlandi o con qualcuno che la conosceva“.

Marchionne ha poi ricordato alcune telefonate che arrivarono dopo la scomparsa di Emanuela, come quelle del sedicente “Mario” o del cosiddetto “Americano” o successive chiamate. “Il gruppo secondo me è lo stesso”, ha sottolineato aggiungendo: “Se fosse stato già dall’inizio un sequestro per liberare Ali Agca non vedo per quale motivo ci siano state chiamate prima. Forse per sondare una disponibilità? Non lo so”.

“Rapitori? Non erano rubagalline”

“Indubbiamente io penso che – quale possa essere il gruppo – era ben strutturato: non era un gruppo di rubagalline o di ragazzi che potevano aver messo su qualcosa di più grande di loro che poi gli era sfuggito di mano”, ha continuato, rispondendo a chi gli chiedeva la sua opinione sulla tipologia del gruppo legato alla scomparsa di Emanuela.

Quanto alla criminalità romana dell’epoca, secondo l’ex appartenente alla Digos, “potrebbe aver avuto un ruolo”. “Non c’è nulla di specifico che mi faccia pensare alla malavita organizzata romana” ha continuato Marchionne precisando però che “la mia sensazione è che la ragazza sia caduta in una trappola dalla quale non è riuscita a venirne fuori, chi l’ha tesa non agiva per una situazione estemporanea”.

“Mi pare che la ragazza avesse avuto un appuntamento con una persona che si era proposta per farle fare un lavoro di presentatrice di prodotti cosmetici e la casa ha sempre smentito di ricorrere a simili attività – ha proseguito -. Può essere che per ingenuità la ragazza abbia aderito a questa proposta e invece di fare questa presentazione, chissà dove l’hanno portata”.

Replicando a un’altra domanda, l’ex appartenente alla Digos ha precisato: “Io non ho detto che c’è stato un coinvolgimento della mafia romana, dico che l’organizzazione nella quale era incappata Emanuela non era una organizzazione di sprovveduti, ma una organizzazione ben strutturata e che aveva determinati scopi che potevano essere – siamo a livello di ipotesi – anche quello di irretire giovani ragazze per destinarle a cose che non vogliamo pensare”.

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“Ricorreva la possibile ipotesi – che toglieva credibilità – della ragazza che, ancora in vita, convivesse con uno dei suoi sequestratori”, ha continuato Marchionne parlando di “ipotesi secondo me fantasiose”.

 

“Ricorreva la possibile ipotesi – che toglieva credibilità – della ragazza che, ancora in vita, convivesse con uno dei suoi sequestratori”, ha continuato Marchionne parlando di “ipotesi secondo me fantasiose”.

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