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Portale dell'Associazione Rete L'ABUSO | world » news » lombardia » Don Ciro Panigara, il parrocco arrestato per abusi era stato in cura. I fedeli: «Le voci giravano da mesi, tutti sapevano»

Don Ciro Panigara, il parrocco arrestato per abusi era stato in cura. I fedeli: «Le voci giravano da mesi, tutti sapevano»

Il sacerdote bresciano ai domiciliari per violenza sessuale su sei minori era stato allontanato dalla parrocchia di Adro nel 2013 e aveva seguito una terapia psicologica. I suoi ex parrocchiani: tutti sapevano

Redazione WebNews by Redazione WebNews
17 Aprile 2025
in Lombardia
Reading Time: 3 mins read
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«Brillante, sempre di compagnia, carismatico». Con una passione che di certo non passava inosservata e quasi sfociava nella mania: adorava le sneakers, don Ciro Panigara. Quelle all’ultima moda, di tendenza, dei marchi più noti. Quelle che piacciono anche ai giovanissimi, nei quali suscitava ammirazione e «vicinanza». È capitato anche che le regalasse, le scarpe da ginnastica o che li portasse fuori a pranzo, a cena. Ma agli atti non è emerso che elargisse soldi o regali in cambio di prestazioni sessuali.

Originario di Ghedi, in realtà «ho maturato la mia vocazione religiosa frequentando l’oratorio, mi sono sempre trovato bene con i miei amici» ma «prima, in realtà, avevo un altro sogno: diventare un grande elettricista», dichiarò nel 2016 quando divenne curato a Leno. Il mestiere l’aveva imparato all’istituto tecnico Bonsignori di Remedello, sempre in provincia di Brescia. La chiamata è arrivata quando già stava lavorando: «Ho preso la scossa da Dio e sono entrato in seminario. Ho vissuto anni bellissimi e sono diventato sacerdote. Felice di essere prete».

Ordinato nel giugno del 2004, a 27 anni, don Panigara è stato curato a Isorella (2004-2008), Adro (2008-2013) — dove negli ultimi due anni, stando agli inquirenti, avrebbe ripetutamente abusato di cinque ragazzini — e Torbiato (2009-2013) per poi diventare cappellano all’ospedale Poliambulanza di Brescia, proprio dal 2013: «L’esperienza con i malati — raccontò — mi ha fatto crescere molto». Non era arrivato a caso, però, in corsia, ma dopo l’allontanamento, proprio da Adro, dopo la segnalazione di almeno una presunta violenza su un ragazzino. Prima di tornare tra i giovanissimi, dopo oltre un decennio, don Ciro ha affrontato un lungo percorso psicologico con un terapista che però nulla avrebbe saputo delle contestazioni precise mosse nei suoi confronti e con il quale il sacerdote avrebbe minimizzato eventuali comportamenti scorretti. Al termine, sono stati ravvisati un orientamento eterosessuale, nessuna tendenza di natura pedofila e una personalità a tratti immatura. Quindi è stato ritenuto idoneo per interagire di nuovo con gli adolescenti, a San Paolo, nel 2024. Nella Bassa bresciana era già stato curato a Leno, Milzanello e Porzano dal 2016 al 2020, per poi diventare amministratore parrocchiale a Visano fino al 2024.

Se la presunta «attenzione» che don Panigara riservava ai bambini e ai ragazzini della parrocchia doveva essere un segreto, era un segreto che tutti conoscevano. Tanto che ieri la piccola comunità di Adro non ha accolto la notizia del suo arresto con particolare sorpresa. Perché di quelle «attenzioni» si era parlato a lungo, al tempo della permanenza del sacerdote nel comune franciacortino. «Sì, sapevamo che aveva fatto qualcosa di male, alcuni genitori erano andati a parlare con il parroco, don Mario. Poi era effettivamente andato via. Quindi abbiamo immaginato che fosse tutto vero, non solo voci di paese».

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Proprio in paese quasi tutti lo ricordano, qualcuno lo difende («era una brava persona, si impegnava molto nelle attività per i ragazzi»), tanti scuotono la testa. E non perché sono increduli: piuttosto perché, a tanti anni di distanza, quella che sembrava una vicenda ormai sepolta è tornata invece a bussare prepotente. Anche alla porta di quel don «Mario» (in realtà si chiama Gian Maria Fattorini) che per primo aveva sollevato la questione all’interno della diocesi. E che oggi si limita a confermare «di avere raccolto, al tempo, le testimonianze di alcune famiglie del paese che si sono rivolte a me e di avere a mia volta rappresentato la situazione al mio superiore». Altro, don Mario non intende dire. «Ho riferito tutto al pubblico ministero che si occupa dell’indagine in corso, non ho niente da aggiungere».

https://brescia.corriere.it/notizie/cronaca/25_aprile_17/don-ciro-panigara-la-vocazione-arrivata-come-una-scossa-e-il-percorso-di-cura-dopo-le-segnalazioni-delle-famiglie-077f83c7-747c-4143-8006-253f9282axlk.shtml

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.