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Portale della Rete L'ABUSO - Associazione sopravvissuti | lombardia | Quel segreto sul prete cacciato: “Il vescovo di Como si deve dimettere”

Quel segreto sul prete cacciato: “Il vescovo di Como si deve dimettere”

Redazione WebNews by Redazione WebNews
14 Febbraio 2014
in Lombardia
Reading Time: 3 mins read
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Con un comunicato stampa la Diocesi ha confermato la notizia della riduzione a stato laicale di don Marco Mangiacasale giustificando il silenzio sulla vicenda come una richiesta di Papa Francesco. Ma le famiglie delle vittime smentiscono: “Era facoltà di Monsignor Coletti decidere se rendere pubblica la sentenza”. E aggiungono: “L’impressione è che abbia confuso il carnefice con le vittime. Alle nostre figlie nemmeno una telefonata”

COMO – Il vescovo di Como Diego Coletti ha confermato con un comunicato la notizia della riduzione allo stato laicale di Marco Mangiacasale, giustificando il vincolo di segretezza sulla sentenza come un “ossequio alla volontà del Sommo Pontefice”. La dimissione del sacerdote condannato dalla giustizia italiana in primo e secondo grado per abusi su minori è scattata in  Vaticano prima del verdetto finale delle Cassazione ed è stata  accolta da molti come un importante segnale di cambiamento della Chiesa. Ma ha rischiato di passare sotto silenzio.

Oggi i familiari delle vittime replicano duramente alle parole di Coletti, chiedendone le dimissioni: “La parola ‘segreto’ non è scritta nella sentenza che abbiamo controfirmato, anzi, in conclusione si legge che il Papa dà proprio al vescovo la facoltà di decidere se renderla pubblica per il bene delle famiglie. È stato Coletti a imporre l’obbligo di riservatezza ai presenti e adesso cerca scuse tirando in ballo Papa Francesco”. In effetti in altre sentenze simili di laicizzazione ex officio emesse negli ultimi anni dal Vaticano emerge che la decisione sulla divulgazione spetta sempre ai vescovi. Il Vaticano suggerisce loro di evitare lo scandalo ai fedeli ma gli impone anche di rendere pubblica la sentenza quando possano ancora sussistere pericoli per i minori. In questi documenti non si parla mai di segretezza ma piuttosto di cautela e prudenza.

La sera del 30 gennaio 2014, dopo la lettura della sentenza su don Marco, i genitori delle vittime hanno chiesto al vescovo di riferire ai fedeli la decisione del Vaticano ritenendo Mangiacasale, oggi agli arresti domiciliari presso la sorella, ancora pericoloso. Ma Coletti si è rifiutato giudicando di dover proteggere dallo scandalo tutte le persone coinvolte pur comprendendo i familiari. “Come può capire il vescovo quello che abbiamo passato?”, lo attacca la madre di una delle vittime. “Come può dire oggi di essere vicino alle famiglie se non si è mai preoccupato di cosa stavamo passando? L’unico di cui si è veramente interessato è stato sempre e solo Mangiacasale. Mentre a noi o alle nostre figlie non ha neppure fatto una telefonata”.

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Le famiglie delle vittime si sentono tradite dall’atteggiamento del loro vescovo che, accusano, ha taciuto le prime segnalazioni su don Marco. “La Chiesa di Como non ha bisogno di un vescovo come Coletti”, spiega con amarezza il familiare di una ragazza, “ma di un uomo che sappia portare avanti la verità”.

Per due anni questi genitori hanno atteso una sentenza come quella firmata da Bergoglio, che punisse anche il prete, non soltanto l’uomo e che dimostrasse persino ai fedeli più scettici le gravi colpe dell’ex parroco. “Abbiamo avuto l’impressione che il nostro vescovo avesse confuso il carnefice con le vittime. Abbiamo addirittura temuto che si cercasse di dare la responsabilità alle nostre figlie delle colpe di don Marco”. Lo strappo tra Coletti e parte della sua comunità religiosa è profondo. Queste famiglie credono ancora nella Chiesa e hanno rispettato fino all’ultimo il ruolo del loro vescovo. Per lo meno si aspettavano che Coletti, di fronte a una decisione tanto netta da parte del Vaticano su don Marco, cambiasse atteggiamento e capisse la necessità di informare tutti i fedeli della conclusione di questa amara vicenda. “Il vescovo anziché ammettere il proprio errore nella gestione di questa storia, ci ha ordinato il silenzio, ma non possiamo più obbedirgli perché quest’uomo continua a voler imporre solo la sua verità. Ora faccia un passo indietro. Non saremo certo noi”, concludono, “a lasciare la nostra parrocchia, dovrà farlo lui”.

http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2014/02/14/news/famiglie_vittime_vescovo_dimissioni-78551550/

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.