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Portale dell'Associazione Rete L'ABUSO | Home » il-punto-della-rete-labuso » cultura » libri » “I miei genitori facevano orge in casa, poi mi volevano vergine al matrimonio. Quando ho lasciato i Testimoni di Geova mi hanno ‘cancellata’”: la storia di Martina Pucciarelli

“I miei genitori facevano orge in casa, poi mi volevano vergine al matrimonio. Quando ho lasciato i Testimoni di Geova mi hanno ‘cancellata’”: la storia di Martina Pucciarelli

È un racconto senza filtri, a tratti crudo, quello di Martina Pucciarelli, scrittrice esordiente che il 21 gennaio debutta con Il Dio che hai scelto per me

Redazione WebNews by Redazione WebNews
19 Gennaio 2025
in Libri
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“C’è una via di mezzo tra fare orge in casa e costringermi a sposarmi vergine. Invece, loro hanno scelto gli estremi. Hanno immolato me per espiare i loro peccati”. È un racconto senza filtri, a tratti crudo, quello di Martina Pucciarelli, scrittrice esordiente che il 21 gennaio debutta con Il Dio che hai scelto per me: edito da HarperCollins, è un romanzo-verità ad alto tasso autobiografico, in cui racconta la sua esperienza di vita, sofferenza e rinascita, da quando ha lasciato i Testimoni di Geova ed è stata letteralmente “cancellata” dalla sua famiglia. Un percorso lungo, pieno di dolore, che ha anticipato in un’intervista al Corriere della Sera, in cui svela i traumi che l’hanno spinta ad andare in psicoterapia e poi a lasciare la comunità di cristiani millenaristi. A cominciare dalla violenza subita da un ragazzo, amico di famiglia, e diventato un tabù per molti anni.

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“Il dolore più grande è stato che non venisse data importanza alla cosa. Devo riconoscere a mia madre che lei se ne era accorta, io le ho chiesto di portarmi da una sorella di fede che era come una seconda madre, cui ero legatissima e lei ha peccato di superficialità. Comunque ci sono ragazze che hanno subito abusi ben peggiori”, svela la Pucciarelli. Ma la spinta ad allontanarsi dai Testimoni di Geova arriva con la maternità, che coincide con la messa in discussione della fede. “Mi ero sposata, i figli non arrivavano. E dicevo a Geova: ‘Sono sempre stata brava e ubbidiente e ho sempre fatto quello che volevi, ho rinunciato a tante cose per te e una cosa ti chiedo, una cosa voglio, perché non me la dai?’. Ci credevo e all’epoca pensavo che mi stesse punendo per qualcosa che non avevo capito”.

Con la fecondazione assistita (“sempre secondo le regole della comunità, con il seme del marito”) i figli arrivano, ma nel frattempo i dubbi crescono, complice anche l’uscita dai Testimoni del fratello maggiore, che viene “ripudiato” dai genitori (“Mio padre ha scelto di fare l’anziano, sacrificando di fare il padre, con mio fratello, ha cacciato il figlio per salvare la sua reputazione”). Al settimo mese di gravidanza, in attesa del secondo figlio, la Pucciarelli decide di entrare in terapia: “Qualcosa non mi tornava. Loro ti promettono una felicità tanto più grande quanto più rinunci alle cose: io avevo rinunciato a tutto ma ero infelice. E allora o il problema sono io, come volevano farmi credere, o la ricetta non funziona”. Grazie al lavoro con la sua psicologa, prende consapevolezza di tante cose e decide di lasciare la comunità – e una vita di proibizioni, a cominciare dai regali di compleanno e Natale, mai ricevuti o donati – e la spinta più forte gliela danno i figli: “Sono uscita per i miei figli, per me non ci sarei riuscita, forse non mi volevo bene abbastanza”.

Oggi ammette che le manca la fede mentre non le manca l’ipocrisia nella quale a vissuto, soprattutto quella legata al sesso e alla vita familiare. Lei e il fratello maggiore (che la madre ha avuto con un altro uomo), entrambi cancellati dalla vita della loro famiglia, hanno infatti scoperto molte cose che non sapevano dei loro genitori. A cominciare dal loro essere libertini: “Vivevano in uno stile beat generation, una giovinezza di eccessi, mio padre l’ha confessato a mio fratello. Questa era la loro maniera di ribellarsi. Alla fine, si sono auto-puniti… convertendosi. Ho provato rabbia, giustificata, perché c’è una via di mezzo tra fare orge in casa e costringermi a sposarmi vergine. Invece, loro hanno scelto gli estremi. Hanno immolato me per espiare i loro peccati. Dovevano limitarsi a immolare sé stessi. Mi hanno tolto l’adolescenza”.

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https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/01/18/i-miei-genitori-facevano-orge-in-casa-poi-mi-volevano-vergine-al-matrimonio-quando-ho-lasciato-i-testimoni-di-geova-mi-hanno-cancellata-la-storia-di-martina-pucciarelli/7842302/

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.