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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » Agostino Superbo » “Nessuno entri in quella chiesa”: l’appello dei familiari di Elisa Claps dopo la riapertura dell’edificio in cui la ragazza morì e fu sepolta

“Nessuno entri in quella chiesa”: l’appello dei familiari di Elisa Claps dopo la riapertura dell’edificio in cui la ragazza morì e fu sepolta

Il prossimo 12 settembre si terrà una marcia simbolica per tornare, dopo 30 anni esatti, nel luogo da cui scomparve la 16enne quella domenica mattina, la Chiesa della Santissima Trinità. La stessa in cui è apparsa una targa mai vista prima

Redazione WebNews by Redazione WebNews
3 Settembre 2023
in Cronaca e News
Reading Time: 6 mins read
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Una croce infilzata di sandali – gli stessi a occhio di bue che indossava Elisa Claps quel 12 settembre del 1993 – il prossimo 12 settembre, partendo dalla Torre Guevara di Potenza attraverserà la città in testa a una marcia simbolica per tornare, dopo 30 anni esatti, nel luogo da cui scomparve la 16enne quella domenica mattina, la Chiesa della Santissima Trinità. La stessa chiesa in cui è stata ritrovata cadavere dopo ben 17 anni, a 15 metri di distanza dall’altare, dove in molti immaginavano fosse.
La sta assemblando il regista e attore teatrale Ulderico Pesce, con i sandali della comunità potentina e non solo (perché lo sdegno per ciò che è accaduto a partire da quel 12 settembre ha scavalcato i confini lucani) “Per chiedere al Papa – spiega Pesce – che quella chiesa chiuda come luogo di culto, non può venire riaperta per pregare, ci hanno scannato un agnello innocente e ce l’hanno tenuto nascosto per 17 anni. Non solo è stato sede di omicidio brutale: Don Mimì Sabia ha contribuito a creare quello scandalo, va sconsacrata e utilizzata per accogliere donne in pericolo, proprio come Elisa, perché perseguitate dall’ex fidanzato o marito, andranno lì per chiedere aiuto e salvarsi”.

La targa
Nella Chiesa in cui Elisa ha trovato la morte per difendersi dal suo stalker e aggressore Danilo Restivo che ora sta pagando con l’ergastolo nel Regno Unito dove si era rifugiato dopo la scomparsa della Claps e dove nel 2002 ha ucciso la sua vicina di casa, la sarta Heather Barnett, è stata ritrovata una targa, accolta con evidente incredulità e sdegno dai potentini come emerge dai commenti sui social, specchio tangibile del sentire comune. Dopo la riapertura, lo scorso il 24 agosto come annunciato e previsto dall’arcivescovo di Potenza Salvatore Ligorio, “in sintonia con Papa Francesco” e affidandosi “all’intercessione del Santo Patrono, San Gerardo Vescovo”, il giorno stesso sempre il regista Ulderico Pesce ha acceso i fari su questa targa mai vista prima perché piazzata lì, nel luogo di sepoltura coatta di Elisa, pochi mesi prima che la ragazza venisse ritrovata nel sottotetto e che la Trinità venisse chiusa e messa sotto sequestro.

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Su quella targa c’è scritto in latino che viene onorato “un grande formatore della disciplina degli adolescenti” per celebrare il parroco che quel giorno, dopo che Elisa scomparve da quella Chiesa, invece di chiamare la Polizia e far partire le ricerche, decise di chiudere tutto, portarsi le chiavi e andarsene alle terme. “Forse la fece piazzare il precedente vescovo Agostino Superbo – scrive ancora Pesce – quello che dichiarò ai magistrati che era a Satriano e che invece le cellule telefoniche intercettarono a Potenza su Ponte Nove. Forse la fece mettere lui lì a lapide. Magari sotto la pressione dei potentini che conservano i vestiti di don Mimi come reliquie. Il vescovo Ligorio, che sta per andare in pensione, povero, ha lavorato tanto, l’avrebbe messa sull’altare. Ha riaperto la chiesa con la lapide per don Mimì senza arrossire”, si legge dal suo post.

La riapertura
Nel dialogo tra le parti sulla possibile riapertura si era convenuto “che per i cattolici, al fine di custodire al meglio la memoria di Elisa non c’è modo più appropriato della preghiera”, si legge dalla nota stampa del vescovo Ligorio. Papa Francesco ha scritto a Filomena Iemma, madre di Elisa, per sottolineare questa necessità. E sempre Bergoglio, l’11 luglio da Casa Santa Marta aveva scritto a Ligorio per “ringraziarlo per la sua visita e per la cordialità manifestatami”, a riprova che c’era da tempo una visione comune sul destino della chiesa simbolo della “Potenza bene”. “Nessuno entri in quella chiesa”, dice intanto a FQMagazine uno dei due fratelli di Elisa, Gildo Claps, “Perché quella targa è un ennesimo sfregio alla famiglia e Elisa stessa” così come ritiene “la lettera del Papa di cattivo gusto.

Gesti che non fanno che aggiungere amarezza, hanno perso l’occasione di sanare una ferita”. Non entrare in quella chiesa “è l’unico segnale coraggioso che può arrivare da una comunità che si sta svegliando dal torpore”, aggiunge Claps. Forse Potenza non è più “città dell’apparenza”, come si intitola anche uno degli episodi della serie podcast uscita nei giorni scorsi di Pablo Trincia, intitolata “Dove nessuno guarda” (disponibile su Spotify) che contiene nuovi risvolti sul caso Claps, sulla figura dell’omicida Danilo Restivo e del Parroco, ribattezzato in città Don Mimì “Sapìa” che in dialetto potentino significa “sapeva”. Così almeno era scritto sui muri della città fino a pochi anni fa.

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Don Mimì
“Per 15 anni ha detto la messa a 15 metri dal corpo di Elisa e non ha visto nulla. E fanno molti lavori negli anni vicino al corpo di Elisa e non vede niente”, così sempre Ulderico Pesce che a Elisa ha dedicato uno spettacolo teatrale. Chi era don Mimì e cos’ha fatto per attirare su di sé tante critiche, anche dopo la sua morte, senza che gli sia concessa la dose minima di umana pietas riservata ai defunti? Questo è impossibile dirlo con certezza, ci si può solo limitare a un’attenta ricostruzione dei fatti.
La santissima Trinità era un luogo di culto particolare, in quegli anni era un centro del potere tant’è che lo stesso don Mimì diceva di rispondere direttamente al Vaticano. In quella chiesa, quel giorno, l’ultimo della sua vita, Elisa accettò di incontrare Restivo dopo le sue insistenti richieste, come aveva detto alla sua amica Eliana da cui si distaccò per pochi minuti e come lui stesso ammise. Ma Restivo disse di averla vista poi uscire dalla porta principale.

Elisa non ha mai lasciato quella chiesa in cui fu assassinata con 19 coltellate per difendersi da un’aggressione sessuale da parte di Danilo che in città era noto come “il parrucchiere” per l’abitudine di tagliare compulsivamente ciocche di capelli alle ragazze che incontrava al cinema, sull’autobus, per strada. Quando era adolescente aveva quasi ucciso un ragazzino di dieci anni con un taglio alla gola, recidendogli quasi l’aorta (fonte: il podcast di Trincia) ma poi tutto era stato coperto, afferma nella serie la cugina del ragazzino che era con lui quel giorno, con una cifra consistente di denaro offerta dalla famiglia ai genitori che purtroppo versavano in serie difficoltà economiche.

Aveva anche già molestato quattro studentesse e questo però era noto agli inquirenti che si videro strappare via le indagini, trasferite dalla Procura di Potenza a quella di Salerno dopo che il marito del magistrato potentino che le dirigeva, Felicia Genovese, fu accusato da un pentito di aver ricevuto dei soldi, 100 milioni di lire, per deviarle. Poi fu prosciolto ma non erano state comunque indagini risolutive le sue. A Salerno la Procura accertò, dopo il ritrovamento, che c’era il Dna di Restivo sul corpo della ragazza. Ma lui intanto era in Inghilterra dove aveva già brutalmente ucciso un’altra donna innocente. Ciò che sembra ormai certo è che “Restivo non può aver nascosto da solo il cadavere – aveva detto Claps a FQ pochi mesi fa – perché non c’era con i tempi.

Quel giorno credo abbia lasciato Elisa lì, agonizzante. Dopo, è corso al pronto soccorso per farsi medicare la ferita da taglio alla mano, refertata come una ferita da caduta in base a quanto lui stesso dichiarò, poco verosimilmente. È scappato via dalla Chiesa prima delle 12,30, quando avrebbe poi incrociato le persone che sarebbero entrate per la messa. Il corpo di mia sorella è stato trascinato nel punto più lontano del sottotetto e ricoperto di materiale di risulta. In base alle perizie, emerse che fu fatto un foro nel tetto per fare uscire i miasmi del cadavere. Qualcuno è andato lì per sistemare tutto. Restivo ha goduto di tanta complicità e questo porta ancora tanta amarezza alla mia famiglia”.

Il sottotetto
Il primo istinto della famiglia quella stessa domenica fu di far riaprire la chiesa: la navata, l’altare. C’era una porta che andava verso l’alto, fu chiesto di aprirla dai familiari ma dissero che le chiavi erano nella disponibilità esclusiva del Parroco, Domenico “don Mimì” Sabia, che era partito all’improvviso per tre giorni alle terme. Non è mai stato fatto un sopralluogo in quella chiesa, mai un’ispezione accurata, “nonostante un ispettore di polizia avesse avuto una soffiata da un confidente che gli disse che il corpo di Elisa era lì. Fino alla morte di don Mimì, quella porta è stata invalicabile”, ci aveva detto Gildo Claps.

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Le iniziative
Oltre alla marcia del 12 settembre, il 4 settembre il presidio Libera di Potenza organizza un ascolto del podcast di Trincia nella sala convegni del Cestrim, in una sorta di avvicinamento al percorso del 12, ai “cento passi che dividono la casa di Elisa dalla Chiesa in cui la ragazza trovò la morte 30 anni fa. E dal 12 settembre sarà disponibile il libro di Maria Grazia Zaccagnino, “Io sono Elisa Claps” che raccoglie pagine dai diari della ragazza, per affermare simbolicamente il ‘ritorno’ di Elisa proprio in occasione dell’anniversario della sua scomparsa. Quel giorno a Potenza ci sarà la prima presentazione del libro in un luogo ancora da definire. “Leggendo i diari, ho scoperto un’altra Elisa – ha affermato Gildo a FQ – non sapevo fosse una ragazza così tanto profonda”.

https://www.ilfattoquotidiano.it/2023/09/02/nessuno-entri-in-quella-chiesa-lappello-dei-familiari-di-elisa-claps-dopo-la-riapertura-delledificio-in-cui-la-ragazza-mori-e-fu-sepolta/7278542/

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

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