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Rete L'ABUSO - Associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero
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Portale della Rete L'ABUSO - Associazione sopravvissuti | News | «Cosa intendono fare Ue e Onu per fermare gli abusi sessuali sui minori del clero in Italia?»

«Cosa intendono fare Ue e Onu per fermare gli abusi sessuali sui minori del clero in Italia?»

È quanto chiede Francesco Zanardi di Rete L'Abuso negli esposti presentati ai due organismi sovranazionali. Sarebbero numerose le problematiche che lo stato italiano farebbe «finta di non sapere»: dalla difficoltà nelle denunce alle possibili modalità di insabbiamento fino alla mancanza di una commissione indipendente.

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8 Maggio 2023
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    Redazione WebNews Redazione WebNews
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    di Francesco Bertolucci – Una petizione all’Unione Europea e una istanza di procedura di infrazione urgente all’Onu. Entrambe, per chiedere cosa intendano fare questi due organismi sovranazionali per «risolvere il problema italiano», costringere il nostro paese a «prevenire il fenomeno» e «proteggere i minori dagli abusi sessuali, specie quelli ecclesiastici» visto che «la chiesa cattolica si differenzia in modo preoccupante per essere un’associazione strutturata che, grazie ai vuoti legislativi, si è regolamentata internamente dietro a un Motu proprio che mantiene tutte le modalità omissive e criminali originarie del problema stesso, in Italia favorite in modo ‘floreo’ dallo stato, che la sta supportando con il silenzio e favorendone la linea criminale».

    È quanto si può leggere in quella che si può tradurre come una richiesta di pronto soccorso fatta da Rete L’Abuso, associazione dei sopravvissuti agli abusi sessuali del clero in Italia attiva dal 2010 che già in passato aveva sottoposto il problema sia all’Ue che all’alto commissariato per i diritti umani del comitato per i diritti dell’infanzia delle Nazioni Unite. E che a metà febbraio di quest’anno ha inviato una informativa urgente alla Procura generale della Repubblica e alle forze dell’ordine dove denunciava la situazione degli abusi sessuali del clero sui minori italiani.

    «Lo abbiamo fatto – spiega Francesco Zanardi, presidente di Rete L’Abuso – perché in Italia manca una indagine governativa che faccia comprendere la grandezza del problema. Questa sarebbe necessaria. Già quando avevamo sottoposto il problema a Ue e Onu anni fa, ambedue gli organismi si erano detti molto preoccupati per quanto accadeva in Italia e avevano chiesto spiegazioni al nostro stato. Secondo il primo report dei sopravvissuti agli abusi sessuali del clero italiano presentato da noi ai primi di febbraio, in Italia ci sarebbero 418 preti pedofili sparsi per tutta la penisola per un numero potenziale di vittime stimato in circa 30mila. Ma sono numeri in difetto visto che l’arco di riferimento è di circa 13 anni e basato sulle denunce raccolte. Una stima possibile, basandosi su calcoli fatti da altre commissioni straniere, potrebbe variare da 50mila a oltre 1 milione di vittime, ovvero il numero più alto mai registrato in tutto il mondo».

    Le mancanze italiane 

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    Oltre a quello di Rete L’Abuso, l’unico altro rapporto ufficiale è quello realizzato e diffuso a novembre 2022 dalla Conferenza Episcopale Italiana sulla pedofilia nel clero italiano. Nel rapporto della Cei si legge che nel biennio ’20-’21, nel Belpaese ci sarebbero state 89 vittime di 68 persone di ambito ecclesiastico. «Tralasciando che più di un quarto delle diocesi non ha fornito dati ma riferirsi solo agli anni 20-21 è risibile e non ha senso – afferma Michelangelo Ventura di Noi Siamo Chiesa, associazione che fa parte di ItalyChurchToo, coordinamento contro gli abusi nella chiesa – dovrebbero rendere disponibili gli archivi almeno degli ultimi 50 anni con indagini affidate a commissioni indipendenti. Come è stato fatto ad esempio in Germania, Francia e Portogallo. Lo Stato italiano dovrebbe chiederle a gran voce».

    Nei tre stati europei, commissioni indipendenti hanno ravvisato migliaia di casi grazie anche all’apertura degli archivi da parte della chiesa. In  Portogallo, dove oggi i preti sono circa 4mila, la commissione indipendente coordinata dal neuropsichiatra infantile Pedro Strecht ha censito un “numero minimo”, come precisa nella relazione, di 4815 vittime tra il 1950 e il 2022. In Germania secondo la commissione condotta dalle università di Mannheim, Heidelberg e Giessen invece i minori abusati sessualmente sono stati 3677 da parte di 1670 religiosi tra il 1946 e il 2014, corrispondenti al 4,4% degli ecclesiasti tedeschi.

    La commissione indipendente sugli abusi sessuali nella chiesa francese (Ciase) presieduta dall’ex vicepresidente del consiglio di stato Jean-Marc Sauvé e pubblicata a fine 2021 ha riscontrato che, negli ultimi 70 anni, il 3 per cento del numero totale stimato dei preti francesi sarebbe pedofilo, pari a circa 3mila ecclesiastici, con una media di 72 vittime per sacerdote per un numero potenziale di abusati stimato in 216mila persone. Dai 29mila del 1995, oggi i sacerdoti in Francia sono circa 14mila, in Germania si è passati dai circa 18mila del 1997 ai 12mila di oggi mentre in Italia, che ha il numero più alto al mondo, si è passati dai circa 50mila dei primi anni 2000 (tra diocesani e religiosi) ai circa 43mila odierni, diaconi permanenti compresi. Il numero degli abusati è difficile ipotizzarlo ma, se guardiamo alle statistiche degli altri paesi, ci sarebbe poco da star tranquilli. Per far chiarezza, l’unica via sarebbe scoperchiare il vaso.

    «In Germania e Francia la chiesa ha stabilito un fondo per le vittime di 40 e 20 milioni di euro – continua Ventura – mentre qua da noi questo non esiste e già le commissioni indipendenti sono un tabù. Monsignor Lorenzo Ghizzoni, presidente del servizio tutela minori della Cei, durante il convegno ‘Dalla parte delle vittime’ del 19 novembre scorso alla Pontificia Università Lateranense, ha specificato che gli enti indipendenti di ricerca ‘Hanno fatto danni’ che ‘Non sarà costituita una commissione nazionale composta da persone che non sanno nulla della vita della chiesa’, ‘Non faremo proiezioni di dati o campionamenti come si fa in altre realtà ecclesiali, con cifre che piacciono a chi vuole seminare zizzania’ e precisato che il caso di ‘un prete che abusa una sola volta perché magari ubriaco o perché provocato in situazioni provocanti non è grave quanto quello di un abusatore seriale’.

    La chiesa italiana deve fare come quella tedesca, portoghese e francese: aprire gli archivi e darli a una commissione indipendente. E lo dico perché, come cattolico, voglio salvare la chiesa». La richiesta di un fondo a favore delle vittime, insieme all’obbligatorietà di un certificato antipedofilia esteso anche al clero e al volontariato attivo nella chiesa, sono altri due punti presenti nelle istanze inviate da Rete L’Abuso.  A questi si aggiunge la richiesta di estendere l’obbligo di denuncia a tutti i cittadini e l’eliminazione dei termini di prescrizione per gli abusi, come già sta avvenendo in altri paesi, «Uno dei nostri grossi problemi legislativi» come spiega Zanardi.

    Il problema delle denunce 

    Alcuni esperti affermano che solo il 10 per cento degli abusati presenta denuncia. Di per sé, già questo sarebbe un dato che lascia spazio a un potenziale sommerso gigantesco. «In più c’è da considerare che la persona abusata – chiarisce l’avvocato Mario Caligiuri che si occupa dei reati di abusi sessuali e collabora con Rete L’Abuso – può metterci molti anni a realizzare di aver subito un abuso. Il fatto che in Italia il reato di violenza, se non denunciato, può finire in prescrizione, è una spada di Damocle sulla testa degli abusati. Che andrebbe tolta. Poi ci sarebbe il problema degli sportelli diocesani, che la chiesa ha aperto in funzione di ascolto. Apparentemente sarebbero una buona cosa. Ma si tratta di una politica equiparabile a una apologia di efficienza della chiesa nel riuscire a controllare e gestire questo fenomeno autonomamente. Un aspetto grave che si può paragonare a una sorta di scippo della funzione allo stato. La chiesa non può essere la sola a trattare questi reati. Lo stato italiano sta facendo finta di non sapere».

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    Se vagliamo le denunce che possiamo trovare da parte delle vittime, la maggior parte di queste iniziano con “ho denunciato il fatto alla parrocchia” come ha raccontato una ragazza sarda o “mi sono fatto forza e sono andato allo sportello diocesano” come ammetteva un ragazzo siciliano. Non che dire le cose in parrocchia sia il male ma nessuno di loro va direttamente dai carabinieri. Una soluzione ‘interna’ pensata anche in Vaticano se consideriamo il motu proprio del 2019 Vos Estis Lux Mundi di Papa Francesco nel quale aveva specificato «l’obbligo di segnalare tempestivamente» gli abusi al funzionario ecclesiastico ma non alla giustizia italiana. «La chiesa insiste a non rendere obbligatoria la denuncia alle autorità civili – continua l’avvocato Caligiuri – ma se vogliono acquistare credibilità, sarebbe la prima cosa che dovrebbero fare».

    «Negli sportelli diocesani – aggiunge Zanardi, che all’età di 11 anni ha vissuto in prima persona il dramma di essere abusato – si raccolgono le testimonianze con l’accordo tra le parti di non divulgare i dati. Te vai lì, denunci la cosa, lasci i dati, sottoscrivi e non ti viene dato alcun consenso informato. Te vai in nome di dio ma di fatto finisce tutto nell’archivio diocesano. E non te ne danno copia. All’interno archivio c’è un avvocato della chiesa che spesso insabbia tutto o che comunque può utilizzare poi le tue dichiarazioni in sede processuale. Questi poi non sono obbligati a denunciare ma gestiscono la cosa internamente». La segnalazione fatta prima in chiesa che alla giustizia, accadrebbe per un motivo psicologico. Il sacerdote è una figura autorevole e della quale la vittima si fida ciecamente, essendo una persona di cui si fidano anche i genitori stessi.

    «Il traumatismo derivato dall’abuso sessuale – spiega Sara Simona Racalbuto, psicologa clinica e psicoterapeuta, dell’ambulatorio Bambi dell’ospedale Regina Margherita di Torino, centro specializzato nell’intervento psicologico e medico in caso di abuso sessuale e maltrattamento su minori – trova la propria potenza destruente in relazioni in cui si è per natura preposti a fidarsi ed affidarsi. L’aggravante dal punto di vista psichico è proprio la confusività generata da quel tipo di relazione, dove la vittima si sente colpevole e partecipa essendo legata emotivamente al suo abusante. Da qui la fatica del rivelare o di violare quel patto anche non esplicito di non tradire l’abusante o di non tradire i genitori o l’altro riferimento adulto non abusante».

    Denunciando i fatti alla chiesa, la persona abusata pensa quindi di fare la scelta più giusta. Possibili problemi poi potrebbero derivare dall’aspetto della riforma Cartabia approvata nel 2022 che ha reso procedibili secondo querela di parte anche i reati di violenza e la cosiddetta giustizia riparativa, che andrà in vigore da giugno di questo anno. Se da un lato questa ha il lato nobile di far cercare un accordo tra le parti, può essere avviata dall’autore del reato e comportargli una pena più favorevole, dall’altro mettere a fronte la vittima con una persona che magari non propriamente pentita di quanto fatto, potrebbe dare nuovi problemi psicologici. Queste ultime però sono solo ipotesi. «Di sicuro – sottolinea Zanardi – c’è il problema dei Patti Lateranensi stipulati nel ’29 da Mussolini. Questi dicono in sostanza che il vescovo qualora intervistato da un magistrato su un reato commesso da un suo prete, se ritiene che la questione sia riservata al suo ministero, ha facoltà di non rispondere al magistrato. Ci vorrebbe l’obbligo di denuncia e di cambiare i Patti Lateranensi».

    Una possibile soluzione 

    Nello specifico, Zanardi si riferiva all’articolo 4 dei Patti Lateranensi che dice testualmente: gli ecclesiastici non possono essere richiesti da magistrati o da altra autorità a dare informazioni su  persone o materie di cui siano venuti a conoscenza per ragione del sacro ministero. Cambiare unilateralmente i Patti Lateranensi, oltre forse a non centrare del tutto il problema, non sarebbe semplice. «La Costituzione – chiarisce Piercamillo Davigo, ex presidente della II Sezione Penale della Corte Suprema di Cassazione ed ex membro togato del Consiglio Superiore della Magistratura – dice che le modifiche di comune accordo dei Patti Lateranensi non richiedono modifiche costituzionali. Quindi quelle senza accordo richiedono un procedimento di revisione  costituzionale».

    L’obbligo di denuncia per reati contro le persone invece riguarda i pubblici ufficiali. “Tutti i ministri del culto, non sono né pubblici ufficiali né incaricati di pubblico servizio. L’obbligo di denuncia quindi non c’è – specifica Piero Forno, ex magistrato e sostituto procuratore del Tribunale di Milano, noto come «il pm dei bambini’ e che inventò in Italia la specializzazione in reati sessuali – Io sarei dell’idea, e con questo non prendo posizione contro la chiesa cattolica ma prendo posizione sul problema, che un abuso sessuale in danno di minori appartiene a quella categoria di reati per i quali qualunque cittadino, se ne viene a conoscenza, lo deve denunciare. E sarebbe una soluzione in radice che non lascia spazi a fori esterni. Non è che dobbiamo inventarci qualcosa. Basta modificare l’articolo 364 del codice penale».

    L’articolo 364 specifica: il cittadino, che, avendo avuto notizia di un delitto contro la personalità dello stato, per il quale la legge stabilisce la pena di morte o l’ergastolo, non ne fa immediatamente denuncia all’autorità, è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa da 103 a 1032 euro. Facendo un esempio, reati contro personalità dello stato può significare che se abbiamo un vicino di casa con la casa piena di armi e veniamo a conoscenza che sta organizzando un attentato, ovvero reato contro la personalità dello stato, siamo obbligati a denunciare. «Basterebbe aggiungere all’articolo una cosa come ‘e un reato in danno di minori’, ovvero una violenza sessuale o maltrattamenti – afferma Forno – che è quello che succede in Francia. In Francia è stato condannato, poi andato in prescrizione, il cardinale Philippe Barbarin perché ha coperto un parroco che aveva abusato di un centinaio di ragazzi della sua parrocchia. Lui lo sapeva, lo ha preso e trasferito. Come cittadino però aveva obbligo di denunciare. Manca questo obbligo in Italia».

    Questo non andrebbe contro al cosiddetto segreto professionale, inteso come quello salvaguardato dall’articolo 200 del codice di procedura penale il quale specifica che non si può obbligare a deporre su quanto conosciuto per ragione del proprio ministero, i ministri di confessioni religiose. «Se stabiliamo un principio generale del cittadino – osserva Forno – è difficile che il ministro del culto possa avvalersi del segreto professionale. Perché il segreto professionale è sostanzialmente legato al sacramento della confessione. Non ci sono deroghe. Se vado a confessare anche il più atroce delitto, questo non può dire: vado dai carabinieri. La legge non stabilisce nessun obbligo. L’unica sarebbe quella che impone a tutti i cittadini di denunciare non solo i delitti contro la personalità dello stato ma anche maltrattamenti e violenze sessuali in danno di minori. Se voi venite a conoscenza di una notizia di reato, una confidenza di una amica minorenne ‘guarda, son stata violentata’, vai a denunciare. È di una semplicità tale da far pensare che se questo non succede è perché c’è una volontà politica, spiace dirlo, in senso contrario.  Altrimenti non si spiega».

    Quanti potrebbero essere gli abusati in Italia e perché
    Per cercare di inquadrare il problema nell’arco di più anni, ci sono ipotesi che si basano su potenziali stime su preti-orchi e vittime, dettate da quanto è accaduto negli altri stati. Si può arrivare all’8 per cento del totale dei preti presenti sul territorio calcolato dalla Nsac, la National Sexual Assault Conference, passando dal 4 per cento stimato da Bryan Froehle, professore di teologia alla Palm Beach Atlantic University e il 6 per cento di Richard Sipe, ex presbitero e psicoterapeuta, conosciuto al grande pubblico perché citato anche nel film Il caso Spotlight, che durante le sue ricerche sul comportamento sessuale dei preti cattolici e dei loro superiori, aveva intervistato 1500 sacerdoti rilevando che 90 di loro avevano rapporti con minori. Stando agli studi realizzati dallo stesso Sipe, ogni prete pedofilo, visto il numero di adolescenti e preadolescenti coi quali è quotidianamente a contatto nell’esercizio delle sue funzioni, potrebbe arrivare ad abusare di oltre 250 vittime nel corso della propria vita.

    Ovviamente non è una equazione sicura. Per altri casi negli  Stati Uniti, Andrew Greeley, professore di sociologia all’Università di Chicago, presume che si possano contare 50 vittime per sacerdote pedofilo. Quasi dieci anni fa, nel 2014, Papa Francesco  diceva in una intervista all’ex direttore di Repubblica Eugenio Scalfari che la pedofilia all’interno di tutta la chiesa sarebbe al livello del 2 per cento. Fino a pochi anni fa i sacerdoti in Italia erano poco più di 50mila. Tenendoli come numero medio nel corso dei decenni, fossero ad esempio il 2 per cento, ovvero 1000, facendo un rapido calcolo gli abusati potrebbero oscillare dai 50mila di Greeley ai 72mila della Ciase fino ad arrivare ai 250mila di Sipe. Fossero l’8 per cento invece, si tratterebbe di 4000 preti pedofili per potenziali 1 milione di vittime stimate sui numeri di Sipe. Così fosse, i numeri italiani sarebbero i più alti mai registrati in tutto il mondo. Ma senza una commissione indipendente, si tratta solo di ipotesi.

    https://www.tio.ch/dal-mondo/attualita/1665464/chiesa-vittime-stato-italia-puo-anni-problema-abusi-abuso-numero

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    1 Gennaio 2010
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    Informazione sui contenuti

    La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

    Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

    Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

    Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

    Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

    E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

    Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

    E questo principio facciamo nostro.

                   Il direttivo della Rete l’Abuso

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