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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » associazione » Report sugli abusi: lo strano concetto di indipendenza del card. Zuppi

Report sugli abusi: lo strano concetto di indipendenza del card. Zuppi

ludovica.eugenio by ludovica.eugenio
25 Giugno 2022
in Cronaca e News
Reading Time: 6 mins read
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ROMA-ADISTA. Con un comunicato stampa, la Cei ha annunciato, il 23 giugno, di aver «avviato il I Report sulle attività dei Servizi Regionali, dei Servizi Diocesani/Interdiocesani e dei Centri di ascolto per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili».

Si tratta di una delle cinque linee programmatiche di contrasto agli abusi annunciate dal presidente dei vescovi italiani card. Matteo Zuppi all’indomani dell’assemblea generale di maggio scorso, apparsa fin da subito inadeguata, per cogliere il dato quantitativo e qualitativo del fenomeno, perché in capo a una rete di servizi interna alla Chiesa e dunque non caratterizzata da quella terzietà necessaria per arrivare a una valutazione oggettiva e super partes del problema, e per l’arco temporale estremamente limitato (2020-2021) sul quale tali servizi possono avere competenza, non essendo oltretutto nemmeno distribuiti in modo omogeneo in tutte le diocesi italiane.

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Nella ricerca, che ha l’obiettivo di delineare «la realtà dei Servizi diocesani e dei Centri di ascolto, la loro diffusione e strutturazione, l’operatività ed efficacia nell’azione pastorale di formazione, prevenzione e accoglienza», saranno coinvolti «16 coordinatori per i Servizi regionali, 226 referenti per quelli diocesani e 96 responsabili dei Centri di ascolto», che dovranno collaborare rispondendo a «questionari specifici per ciascun ambito da compilare on line, garantendo la massima riservatezza». Dati, quelli dei centri diocesani, che secondo Zuppi (Corriere della Sera, 23/6) sarebbero assolutamente «indipendenti. A Bologna sono tutte donne, professioniste, guidate da una psichiatra. E discutiamo, sono assolutamente indipendenti». Un singolare sillogismo.

Nessuna traccia, nel comunicato, della seconda parte dell’“indagine”, che dovrebbe avere come oggetto i dati provenienti dalla Congregazione per la Dottrina della Fede inerenti al ristretto arco temporale 2000-2021, ma di cui per ora non si parla. Nel frattempo, però, sempre sul Corriere, Zuppi spara a zero sul Rapporto francese della Commissione Sauvé, definendo «sicuri» i ben pochi dati approdati alla Cdf: «Dal 2000 abbiamo dati sicuri, quelli della Dottrina della Fede. Dati oggettivi, non proiezioni statistiche. Sulla ricerca in Francia mi hanno mandato tre inchieste di universitari che demoliscono il lavoro della commissione». Un giudizio grossolano sull’enorme lavoro di ascolto delle vittime della Commissione d’Oltralpe, durato due anni, che abbraccia un periodo di 70 anni e che ha messo all’opera personalità di alto profilo, nonché un attacco sorprendente alla Chiesa “sorella”: «“Qualitativo” significa distinguere i numeri grezzi, capire le differenze». «Facciamo una cosa seria, che ci fa più male perché riguarda noi adesso. Aiuterà anche nella prevenzione e a capire il fenomeno più vasto nella società, se non c’è pregiudizio», aggiunge Zuppi, cercando chiaramente di spostare il focus dalla Chiesa.

Istituzione “indipendente”?

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Ma chi esaminerà ed elaborerà i dati raccolti? Qui viene il bello. Il card. Zuppi, presentando il progetto il mese scorso, aveva dichiarato che l’incarico sarebbe stato dato a due centri universitari indipendenti, competenti sulla materia, a garanzia della serietà e del rigore dell’operazione, senza peraltro specificarne l’identità «per motivi amministrativi».

Il comunicato stampa del 23 giugno ora rivela che il compito di elaborare i dati sarà affidato a «ricercatori dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza, specializzati in economia, statistica, sociologia con esperienza specifica in analisi di policy children safeguarding, cioè in politiche di tutela dei minori, che sono richieste a livello europeo a tutte le organizzazioni operanti con minori ai fini di garantire loro ambienti sicuri in termini di prevenzione, contrasto e protocolli di segnalazione abusi, e che rappresentano il quadro delle Linee guida della Chiesa che è in Italia del 2019». Tali ricercatori dovranno presentare una «radiografia dell’esistente», ma anche «trarre suggerimenti e indicazioni per implementare l’adeguatezza dell’azione preventiva e formativa delle Chiese che sono in Italia».

La scelta di questa istituzione viene motivata con il fatto che già in passato ha svolto il ruolo di soggetto valutatore del progetto “SAFE – Educare e Accogliere in ambienti sicuri” che ha interessato per due anni, dal 2019 al 2021, la Comunità Papa Giovanni XXIII, il Centro Sportivo Italiano, l’Azione Cattolica Italiana e il Centro Interdisciplinare di Ricerca sulla Vittimologia e sulla Sicurezza-Dipartimento di Sociologia e Diritto dell’Economia dell’Alma Mater Studiorum di Bologna».

Che cosa ha di “indipendente” l’Università cattolica rispetto alla Chiesa? Nulla.

Per statuto, le università cattoliche sono regolate dal Codice di Diritto Canonico (can. 807-814), dalla Costituzione Apostolica Ex Corde Ecclesiae sulle università cattoliche (15 agosto 1990), dalle Norme applicative delle Conferenze episcopali e dagli Statuti interni di ciascuna Istituzione.

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Alcuni riferimenti giuridici: secondo il CIC, articolo 808, «Nessuna università di studi, benché effettivamente cattolica, porti il titolo ossia il nome di università cattolica, se non per consenso della competente autorità ecclesiastica»; art. 4 ex Corde Ecclesiae: le università cattoliche devono «servire a un tempo la dignità dell’uomo e la causa della Chiesa»; art. 14: «In una Università cattolica, quindi, gli ideali, gli atteggiamenti e i principi cattolici permeano e informano le attività universitarie conformemente alla natura e all’autonomia proprie di tali attività».

Lo strettissimo legame con la Chiesa è anche sancito, ovviamente, nello Statuto della Cattolica, la quale «secondo lo spirito dei suoi fondatori, fa proprio l’obiettivo di assicurare una presenza nel mondo universitario e culturale di persone impegnate ad affrontare e risolvere, alla luce del messaggio cristiano e dei principi morali, i problemi della società e della cultura» (art. 1). Non solo: «Allo scopo di realizzare i suoi fini istituzionali e in armonia con il magistero della Chiesa, l’Università Cattolica istituisce un Centro di Pastorale universitaria» (art. 11).

Insomma, è più che evidente che, pur essendo una istituzione di altissimo profilo scientifico e accademico, di “indipendente” non ha proprio nulla. E qui viene a mancare quel requisito che solo sarebbe garanzia di oggettività e terzietà e di valutazioni scevre da conflitti di interessi.

Oltretutto, la sede di Piacenza dell’Università Cattolica  – come lo stesso comunicato della CEI riporta -ha già lavorato “a fianco” della Chiesa, nel progetto SAFE, accanto a un altro istituto universitario, il CiRViS, Centro Interdisciplinare di Ricerca sulla Vittimologia e sulla Sicurezza (diretto dalla professoressa Raffaella Sette), dal 2013 articolazione del Dipartimento di Sociologia e Diritto dell’Economia dell’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna.

Che cosa è il progetto SAFE?

Nel 2018, nell’ambito del Programma dell’Unione Europea “Rights, Equality and Citizenship/Justice 2018”, è stato finanziato un programma biennale (2019-2021) in tema di politiche di salvaguardia dei minori nelle organizzazioni italiane religiose e sportive, intitolato “Supporting Action to Foster Embedding of child safeguarding policies in Italian faith led organizations and sports club for children – SAFE” (grant n° 856807 – SAFE – REC-AG-2018/REC-RDAP-GBV-AG-2018), il cosiddetto Progetto SAFE. Al programma, che aveva come obiettivo la creazione di competenze per la prevenzione degli abusi su minori all’interno dell’associazionismo cattolico, partecipava un consorzio di 4 partner: oltre al suddetto CIRVIS, l’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII (Coordinatore), il Centro Sportivo Italiano (CSI, cattolico anch’esso) e la Presidenza Nazionale Azione Cattolica Italiana. Il progetto ha ricevuto un finanziamento di quasi 320mila euro, ripartiti tra i quattro partner in proporzioni diverse: più della metà alla Associazione papa Giovanni XXIII, quasi 30mila all’Università, 54mila al CSI e quasi 65mila alla presidenza nazionale dell’Azione cattolica. Data la complessità e delicatezza del Progetto – si legge sul sito dedicato – il consorzio dei Partners ha deciso di affidarne la valutazione dell’efficacia dell’impatto del medesimo rispetto alle azioni intraprese, a un’équipe multidisciplinare di docenti universitari e ricercatori  dei  Dipartimenti di Scienze della Formazione e di Economia e Giurisprudenza dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, sede di Piacenza». Ecco la quadratura del cerchio.

Il progetto SAFE, che intendeva «promuovere nella Chiesa e nella società una cultura della tutela dei minori e delle persone vulnerabili creando una struttura di comunicazione aperta e trasparente», ha formato «1.200 persone, tra singoli associati di Comunità Papa Giovanni XXIII, Azione cattolica italiana, Centro sportivo italiano, e rispettivi leader locali e nazionali. Si tratta di persone che hanno dedicato tempo ed energie al riflettere su se stessi, sul proprio modo di relazionarsi con i minori all’interno dei rispettivi contesti di vita e di azione educativa e sociale, confrontandosi per costruire percorsi di tutela condivisi e trasparenti, affinando l’individuazione di fattori di rischio e fattori di protezione che possono mantenere sicuro un contesto familiare, sportivo, aggregativo, o al contrario renderlo abusante». Un progetto, dunque, su cui la Chiesa italiana ha puntato molto tant’è che Avvenire lo definisce “il progetto della Chiesa italiana” (18 maggio 2022).
Insomma: non vi è dubbio  che queste istituzioni siano preparate e accreditate su ricerche nell’ambito degli abusi per intraprendere un’analisi dei (pochi) dati che arriveranno dai Centri di ascolto diocesani e dalla Cdf. Ma sono troppo vicine alla Chiesa.

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Ludovica Eugenio, laureata in Storia delle origini cristiane, giornalista e traduttrice, nata nel 1966 a Torino, dal 1990 è direttore del settimanale di informazione religiosa Adista, presso la quale si occupa soprattutto della Chiesa di area anglofona e germanofona.

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.