L’abuso sessuale sui minori: tra fragilità e indifferenza

Per combattere l’abuso sessuale sui minori bisogna partire dal conflitto tra quanto vissuto dal bambino e la paura del mondo adulto

L’abuso sessuale a danno di minori è una delle forme di violenza più estreme della nostra società. Danneggia lo sviluppo fisico, psicologico, emozionale e sociale dei bambini.

È un fenomeno di proporzioni enormi: secondo le Nazioni Unite circa il 10% dei minori europei è o è stato vittima di qualche forma di abuso sessuale. Eppure ancora si fa fatica a riconoscere l’effetto devastante che questo può generare, anche a distanza di molti anni. Spesso non si comprende davvero cosa succede a un bimbo abusato e gli adulti, profondamente toccati dai racconti della vittima, tendono a non ascoltare con attenzione, a dubitare.

La base per sradicare questo fenomeno è migliorarne lo studio e la comprensione, assistere i minori vittime di abuso. Invece spesso capita che gli adulti dubitino delle parole di un bambino, mentre la vittima fatica a esprimere quello che sente e ha vissuto.

Le cinque fasi dell’adattamento all’abuso

Una delle teorie che può aiutarci a capire cosa succede a questi minori è la Sindrome di Adattamento all’Abuso, sviluppata dallo psichiatra statunitense Roland Summit (1987). L’autore divide questa sindrome in cinque fasi. Si comincia per quella della “segretezza”, in cui il minore viene manipolato emozionalmente. Prima dell’abuso, si crea un contesto oscuro dove il bambino può percepire che qualcosa non va, ma nondimeno si fida della parola dell’adulto. L’abusatore ottiene la sottomissione fisica ed emozionale del minore, che si trova in una situazione di paura e insicurezza. Spesso le vittime raccontano che chi gli ha inflitto violenza “era buono” e di non aver denunciato perché gli “veniva chiesto di non dire niente”.

La seconda fase è il “sentimento di impotenza”. Il minore vittima di abuso, si trova in uno stato di vulnerabilità e di mancanza di riferimenti. Soffre l’abbandono e l’assenza di protezione. Di questo può approfittare l’abusatore, traendo vantaggio della necessità di affetto da parte del bambino.

In una situazione di abuso sessuale cronico e ripetuto il minore cerca disperatamente un equilibrio, si adatta al dolore e alla violenza. Di fatto si dissocia. Prova a isolare le emozioni causate dall’abuso perché questo non invada anche il resto della sua vita. Così il minore mantiene una facciata di normalità, senza mostrare la sua sofferenza. Si adatta al trauma. Questa è la terza fase, che Summit chiama “intrappolamento e adattamento”, e spiega come molto spesso gli altri adulti che circondano il minore abusato non si rendano conto di quello che gli sta succedendo.

La fase successiva è quella della “rivelazione ritardata, conflittuale e poco convincente”. Sprofondato nella paura e la manipolazione da parte dell’adulto, è poco probabile che il minore possa denunciarlo spontaneamente, meno ancora al di fuori della famiglia. Può però succedere che la violenza venga scoperta in maniera accidentale o un professionista medico se ne renda conto. Oppure, il minore trova l’opportunità di denunciare in un momento di crisi all’interno della famiglia. Ma la denuncia stessa porta a una nuova crisi e alla reazione della famiglia e questo spesso causa nella vittima un sentimento di colpa, altre paure, vergogna. Il minore può sentirsi responsabile per la reazione degli adulti, pentirsi di aver parlato e di conseguenza – questa è l’ultima fase che Summit chiama “ritrattazione” – arrivare a dire di essersi sbagliato, di non ricordare bene.

La responsabilità degli adulti

Spostiamo ora l’attenzione sugli adulti. Spesso non sanno né ascoltare le richieste di aiuto dei minori né come intervenire. Sono ostacoli legati a miti e pregiudizi erronei: si crede per esempio che gli abusi sessuali su minori capitino solo fra le classi socioeconomiche più basse, o che i bambini mentano o esagerino il loro racconti, oppure che queste cose riguardino solo le bambine e comunque siano molto rare. Molti sono ancora convinti che gli abusi avvengano solo fuori di casa e che siano gravi solo se includono il coito. O ancora che i minori stessi provochino o seducano gli adulti e che quindi siano essi stessi responsabili attivi dell’abuso.

Ma chi lavora in questo campo sa fin troppo bene che tutto questo è falso: gli abusi avvengono a tutti i livelli della società, ai danni di maschi e femmine. È poco probabile che un bambino inventi di sana pianta un episodio di abuso. Abusi che sono in gran parte operati all’interno della famiglia o da conoscenti: in generale esiste fra abusato e abusatore una relazione di fiducia o affetto preesistente.

Inoltre, è necessario ampliare il nostro concetto di abuso sessuale: questo non si limita alla penetrazione. Per il minore possono avere effetti devastanti anche episodi di esibizionismo, masturbazione, contatti con genitali. Ed è un errore pericoloso pensare che i minori abbiano qualche responsabilità per aver cercato affetto e contatto fisico. Sono innocenti, pur avendo bisogno di vicinanza, carezze, abbracci adatti alla loro età. Colpevolizzarli per questo non è altro che un modo subdolo per togliere responsabilità agli adulti.

L’abuso sessuale sui minori si origina da vari fattori. Per combatterlo bisogna partir dal punto centrale della questione, cioè il conflitto tra l’esperienza del bambino e l’indifferenza del mondo adulto. Dobbiamo promuovere una maggiore consapevolezza dei rischi a cui i minori sono esposti, oltre a sradicare miti e convinzioni sbagliate sul fenomeno che impediscono la prevenzione e un’assistenza corretta alle vittime. Soprattutto, l’adulto che sa di un bambino che soffre di abusi sessuali ha sempre la responsabilità di denunciare e fare tutto quello che è in suo potere per interrompere le violenze. Questo non vuol dire credere a tutto quello che un bambino dice, bensì allargare lo sguardo per evitare cadere nella disattenzione o pregiudizi che possono essere dannosi.

L’abuso sessuale sui minori: tra fragilità e indifferenza

Annunci