Caccia alle streghe?George Pell è un capro espiatorio, ma a pretenderlo è la Chiesa stessa non altri

Chi ha messo il cardinale alla sbarra non è il lobbismo gay cui alludono alcuni, ma proprio il gregge bisognoso di un ripristino di purità compromessa dagli scandali a sfondo sessuale nella chiesa

Dice: «Caccia alle streghe». Ma chi adopera questa immagine per descrivere e denunciare il clima indiscutibilmente inquisitorio che porta sul patibolo della riprovazione comune alcuni esponenti delle gerarchie cattoliche forse non si accorge della significativa esattezza di certe evocazioni.

Non ci si accorge, cioè, del fatto che la pretesa di giustizia che si rivolge contro questo o quel supposto responsabile, specie se di alto rango, di violenze e abusi sessuali, si carica e viene esattamente dai lombi delle comunità cattoliche, e spesso da quelle più forsennatamente tradizionaliste: non certo dalla «vasta e universale mobilitazione anticattolica» o dall’«odio per il sacro» o dal «gigantesco ricatto scristianizzatore» di cui scrive Giuliano Ferrara agghindando in modo solo apparentemente più accettabile il frusto reclamo secondo cui si processa il prelato «per attaccare la Chiesa».

Non è proprio un caso che si faccia petizione per queste incriminazioni, e che i processi si svolgano tanto più frequentemente in campo anglosassone e cioè dove la militanza cattolica si profila in una speciale esperienza di contaminazione puritana. E potrà non piacere, ma è dal terreno del trapianto negli Stati Uniti della miseria irlandese, dal milieu in mescola West side story delle comunità ispaniche e latine, nonché dagli appezzamenti delle più autoctone propensioni della pratica di fede catto-yankee, è da questo complesso energicamente autoprotettivo da corda e sapone che insorge la richiesta di giustizia esemplare per la pedocriminalità della Chiesa: non dal dominio delle istanze mercantil-relativiste «gay culture» e del «gender senza Dio né legge» di cui scrive ancora il fondatore del Foglio.

L’ingiustizia che colpisce un principe della Chiesa accusato senza fondamento non può essere messa sul conto di nessun disegno per «distruggere la libertà di culto», né è il risultato di un’aggressione «equiparabile alla maledizione antisemita» (l’assunto è sempre di Giuliano Ferrara, e la gran stima che merita il suo fervore non permette di mandare assolta la grave inappropriatezza dell’equiparazione). Perché quell’ingiustizia è piuttosto lo strumento con cui ipocritamente si vuol risolvere, negandolo, il dramma dell’immane inaderenza della Chiesa, del tragico rapporto tra la sua separatezza e il risultamento necessariamente abusivo e sopraffattorio della sua incapacità di comunione umana.

Colpirne uno non per educarne, ma per assolverne cento: questo è il tratto distintivo delle campagne effettivamente irragionevoli e sommamente ingiuste che fanno da scenario alla diffusa (ma nemmeno troppo, a ben guardare) richiesta di sanzione dell’abuso sessuale perpetrato da uomini di Chiesa.

E in profundo (ma anche qui nemmeno troppo), e ancora assai significativamente, la ragione della pretesa incriminatoria non risiede nel comportamento abusivo, ma nel fatto che a tenerlo è un prete. La cui colpa, secondo questa versione di giustizialismo doppiamente osceno, non è di essere uno stupratore: ma di essere un cattivo prete.

E la presunta inermità della Chiesa a fronte di un movimento che vorrebbe «infangare i suoi ministri» rappresenta semmai la complicità con cui essa partecipa al medesimo rito di fuorviante incolpazione salvifica: il dilagare del crimine a sfondo sessuale sanzionato, finché si può, nella prudenza dei trasferimenti da una parrocchia all’altra, e quando l’indegnità è troppa per trovar ricovero nella protezione di quelle sostanziali latitanze ecco il cedimento alla pressione delle comunità che vogliono veder rotolare una testa.

Ma nei due casi la punizione riguarda la toga di chi commette il crimine: non la violenza in cui esso consiste. Si punisce il delitto del prete perché nella Chiesa non può esserci delitto, non perché un prete l’ha commesso. E il carattere esemplare della pena sta in questo: nel fatto che essa si pone a simbolo negatorio – non correttivo, non risarcitorio, non ammonitorio – del delitto in terra consacrata.

Poi possiamo anche raccontarci di una Chiesa che fa il possibile per stare eretta a bastione difensivo di un «residuo antimoderno» nell’ultimo assedio portato dalle armate post illuministe fatte di establishment abortista e sculettatori da gay pride: ma è una contraffazione macchiettistica anche questa, non migliore di quella – peraltro non proprio imperante – che rappresenterebbe la Chiesa come una «vasta orda di orchi».

C’è chi considera la Chiesa cattolica, questo sì, «la pervertitrice sistematica della dignità umana» (Salvemini). Si può essere d’accordo o no con questo apoftegma, ma dovremmo ammettere che non ha largo credito: e che non costituisce il capo d’accusa che porta a processo gli orchi veri o presunti.

George Pell è un capro espiatorio, ma a pretenderlo è la Chiesa stessa non altri

Annunci