Il lato oscuro degli amish

Si riconoscono facilmente grazie al loro abbigliamento: barba lunga e senza baffi per gli uomini, un abito grigio, lungo appena sopra le caviglie e un cappello per le donne. Si muovono su carrozze trainate da cavalli e conducono una vita apparentemente semplice. Rifiutano, anche se in parte, la tecnologia e la contemporaneità e vivono come contadini e artigiani, in campagna. La loro comunità, soltanto negli Stati Uniti, conta circa 342mila persone, tutte sparse nelle aree rurali della Pennsylvania, dell’Ohio, dell’Indiana, del Kentucky, dello Stato di New York, del Michigan e del Wisconsin. E se in tanti li conoscono per il loro isolamento e le loro abitudini, nelle ultime settimane, in America, agli amish vengono ritenuti responsabili di abusi sessuali perpetrati (negli anni) sui bambini all’interno della comunità e, soprattutto, dentro i nuclei familiari.

A raccontare i diversi casi di violenza sessuale, omissioni e stupri è un’inchiesta di Sarah McClure che, su Cosmopolitanha ricostruito le vicende di alcune vittime, le quali hanno raccontato (nel dettaglio) le loro personali storie di violenza, vissute spesso in silenzio e taciute per anni. La maggior parte degli abusi si sono consumati all’interno delle mura domestiche o dentro gli spazi della comunità: niente denunce alla polizia, né coinvolgimento di persone esterne al gruppo religioso. Il muro di omertà è cresciuto così, sconvolgendo la vita di decine di bambine e bambini che, nel tempo, sono diventati spesso adulti terrorizzati dalla sofferenza e dilaniati dal senso di colpa.

I 52 casi accertati

Secondo quanto emerso dal rapporto pubblicato sulla rivista americana, negli ultimi dieci anni, i casi ufficiali di violenze sessuali su minori amish sarebbero 52, tutti avvenuti nei sette stati in cui la comunità vive da secoli. Ma il numero riportato dall’inchiesta non illustrerebbe il quadro completo. Questo perché è necessario considerare il sommerso, ovvero le storie mai raccontate e gli abusi tenuti nascosti per anni. In base a quanto riportato dall’inchiesta, infatti, praticamente ogni vittima ascoltata (maschio o femmina) avrebbe dichiarato di essere stata dissuasa dalla famiglia o dai leader della comunità dal denunciare le violenze e tutti hanno affermato di essere stati condizionati a non chiedere aiuto all’esterno. In molti hanno fatto sapere di essere stati intimiditi o, addirittura, minacciati di scomunica e le storie raccolte mostrano un’idea diffusa, soprattutto in passato, che le violenze sessuali sui minori (anche da parte delle autorità religiose amish) dovevano rimanere all’interno della comunità, o peggio, della famiglia. E per fare presa sulla coscienza, a molti di loro, per esempio, veniva detto che non era “cristiano” denunciare un parente e, più in generale, una violenza.

Chi sono gli amish

La comunità religiosa, nata in Svizzera nel Cinquecento, si trasferì in America nel Settecento. Attualmente, il gruppo più nutrito si trova in Ohio ed è stato calcolato che, in media, per famiglia, ci siano sette figli. Anche per questo motivo, sono tra le popolazioni a maggior incremento demografico al mondo e proprio perché il nucleo familiare è così centrale nelle loro vita è molto più complesso affrontare episodi di sfruttamento o abuso (quando ci sono). La stragrande maggioranza di loro parla, tradizionalmente, un dialetto tedesco chiamato “tedesco della Pennsylvania”, ma una minoranza comunica con due diversi dialetti alemanni. Anche il fattore linguistico, in effetti, ha contribuito a separarli dal resto della società e a rendere più difficile la rottura del silenzio, nei casi in cui gli elementi più deboli, come le donne e i bambini, hanno avuto bisogno di denunciare casi di abuso o di violenza. Mancando di un leader centralizzato, vivono in congregazioni locali o distretti ecclesiali, ciascuno composto da 20 a 40 famiglie.

Come vivono gli amish

Gli amish vivono all’interno di una comunità dal tessuto sociale molto robusto, basato proprio sui forti legami familiari e su un’ancora più forte identità religiosa. Per gli elementi della comunità, nel tempo, è stato fondamentale salvaguardare questo tipo di società e le azioni di ogni suo componente sono state votate a questo. Compresi la copertura e l’insabbiamento di violenze sessuali (soprattutto negli anni passati). Così, a partire dall’infanzia, gli amish sono “protetti” da ogni influenza esterna: nessuna intrusione deve arrivare dal mondo e, fino a qualche anno fa, la maggior parte dei componenti di questa comunità vietava l’utilizzo della televisione o l’ascolto della musica pop (e c’è chi lo fa ancora). Niente deve intaccare i principi di una comunità dalle caratteristiche rigide: i bambini amish, infatti, studiano fino a 13 anni sotto la supervisione di un loro insegnante, in una scuola di stanza unica. Le maestre sono, di frequente, donne nubili della comunità, che non possiedono un vero e proprio curriculum professionale ma sono promosse dagli anziani e dai religiosi per le loro virtù morali. Tutto è progettato per uno stile di vita umile, ben disciplinato e, soprattutto, devoto.

La storia di “Sadie”

Nell’inchiesta pubblicata dal sito americano emerge, fra le altre, la storia di Sadie, una ragazza amish stuprata da bambina, il cui nome è stato modificato e che oggi ha 32 anni, un marito e cinque figli. Dal 2013, è uscita definitivamente dalla comunità. Un percorso di terapia l’ha aiutata a gestire la rabbia, la paura e la diffidenza, ma a chi la intervistava ha dichiarato di avere ancora delle difficoltà nel vedere degli uomini adulti vicino ai suoi bambini. Tra i primi ad approfittarsi della sua infanzia, quando era piccola, era stato uno dei suoi fratelli che, in base ai suoi racconti, si introduceva nel suo letto, nel cuore della notte, per abusare di lei. Poi un altro che, la mattina, all’alba la afferrava, dopo che aveva finito di dare da mangiare ai maiali, e la violentava. E anche se lei, piccola e minuta, avesse voluto liberarsi da quella morsa, farlo era impossibile vista la stazza dei suoi familiari, tutti più grandi e più forti di lei.

Abusata dai fratelli e dal padre

La 32enne ha raccontato di aver subito il primo stupro da uno dei suoi fratelli a nove anni. Il padre, invece, abusò di lei tempo dopo, quando di anni ne aveva 12. Secondo quanto emerso dall’inchiesta, l’uomo, un chiropratico della comunità, l’avrebbe penetrata con le dita sullo stesso tavolo in cui era solito visitare i pazienti. Davanti allo sguardo perplesso della figlia, forse alla ricerca di una motivazione che non poteva esserci, le disse che la stava toccando per “tastare il suo utero”, al fine di garantire la sua fertilità. Appena diventata adolescente, a 14 anni, altri tre fratelli l’avrebbero violentata più volte alla settimana. Di quegli episodi, in seguito, sarebbe stata lei a vergognarsi, senza un motivo reale ma tutto culturale. Secondo quanto riportato da Sadie, le sue sorelle, che con lei condividevano la camera e qualche volta anche il letto, non si sarebbero mai opposte a quel tipo di violenza e tempo dopo la 32enne sarebbe venuta a sapere che anche loro venivano abusate con una certa regolarità.

L’intervento delle autorità (e il silenzio)

Tra le virtù richieste agli appartenenti a questa comunità, in particolare in passato, c’erano l’adesione alle regole e, in particolare, il silenzio, perciò nessuna di loro pensò mai di raccontare ad altri quegli episodi. E così, a lungo, nessuno disse nulla. In base a quanto riportato dall’inchiesta, infatti, il giorno in cui le forze dell’ordine si presentarono a casa di Sadie (allora ancora 12enne) per interrogare il padre a proposito dei presunti abusi sulle figlie, lei non disse nulla. Così come il resto della famiglia. E la stessa cosa accadde tempo dopo, quando il genitore venne condannato da un giudice a soli cinque anni di libertà vigilata. Rimase zitta anche quando durante uno stupro da parte di uno dei suoi fratelli, che la accantonò nella dispensa e la violentò sul lavandino, probabilmente ebbe un aborto spontaneo, visto che il sangue, dopo quel rapporto forzato, le scese lungo la gamba.

La “punizione” per chi abusa

Dopo che gli abusi del padre di Sadie erano diventati di dominio pubblico, i dirigenti della chiesa locale decisero di infliggergli una punizione. Così venne “evitato” per sei settimane, una forma comune di disciplina in cui l’accusato è socialmente ostracizzato e gli è proibito mangiare allo stesso tavolo dei membri della chiesa, per esempio. Dopo questa forma di allontanamento, è previsto che la persona confessi in chiesa il suo peccato e che la comunità sia costretta a perdonarlo, “dimenticando” così il peccato. Che, a quel punto, è come se non fosse mai accaduto. Nella vicenda di Sadie raccontata nell’inchiesta, dopo quel procedimento, a casa sua tutto tornò alla “normalità”, cioè prima delle accuse. Quando la polizia tornò a casa di Sadie per fare altre domande a suo padre, lui rispose che il problema era stato superato, anche se aveva confessato di avere fatto sesso con due dei suoi figli almeno tre volte ciascuno, insistendo però di non averli feriti e di non aver fatto loro del male.

Il volere della famiglia

Nel caso della famiglia di Sadie, un parente aveva ricordato che la madre, in seguito a quanto accaduto, aveva detto agli assistenti sociali di mettere in pratica ogni strategia possibile per impedire che il marito fosse incarcerato. E la cosa funzionò, in effetti. Il padre di Sadie, nel 2001, si dichiarò colpevole di abuso sessuale ma non di incesto, proprio perché la famiglia non voleva fosse messo in un penitenziario. Così, invece di scontare una pena che (all’epoca) poteva durare almeno cinque anni, ottenne la libertà vigilata. La 32enne, oggi, sostiene che da quel momento il padre abusò di lei per altri cinque anni.

Un “segreto” condiviso da generazioni

In base ai dati forniti dalla giornalista, dopo aver interpellato quasi circa 36 persone amish, oltre a polizia, giudici, avvocati, operatori, specialisti e studiosi della questione, sarebbe emerso che l’abuso sessuale all’interno di questo tipo di comunità rappresenta una sorta di “segreto condiviso“, che coinvolge intere generazioni. Così le vittime, tempo dopo, raccontano storie di avvicinamenti inappropriati, rapporti ambigui, carezze, esposizione ai genitali degli adulti, penetrazioni digitali, sesso orale coatto, sesso anale e stupri di ogni genere da parte di familiari e leader religiosi con un minimo comune denominatore: l’occultamento e il silenzio assoluto. Perché chi decide di parlare, spesso viene deriso o, addirittura, incolpato. E perché l’idea di non dire nulla è radicata.

Cosa si sta muovendo oggi

Eppure, siccome da qualche anno, di violenza sulle donne si parla con maggiore frequenza, anche la parte femminile della comunità ha imparato a confrontarsi con le denunce, anche se con lentezza. Linda Crockett, fondatrice e direttrice di Safe Communities, un’organizzazione che si adopera per prevenire l’abuso sessuale sui minori ha fatto notare come questo movimento di denuncia da parte delle donne amish sia meno visibile ma che, comunque, negli ultimi dieci anni sia anche cresciuto. Secondo la direttrice, infatti, le vittime (o ex vittime) si sentono e si sostengono reciprocamente, proprio all’interno delle comunità stessa. Secondo quanto testimoniato da Craig Stedman, ex procuratore distrettuale della contea di Lancaster, in Pennsylvania, che ospita circa 40mila amish, e che ha fatto parte di un gruppo che collega la comunità alle forze dell’ordine e ai servizi sociali, di frequente, però, sono gli uomini a chiamare al posto delle loro mogli, per esempio.

Perché gli abusi nelle comunità amish

Tra gli elementi che favoriscono la diffusione degli abusi dentro la comunità come quella degli amish esistono una serie di fattori oggettivi, come un’impostazione sociale profondamente patriarcale, uno stile di vita isolato in cui le vittime hanno poche occasioni di esporsi al mondo esterno, un sistema educativo che finisce all’inizio dell’adolescenza e non fornisce alcun insegnamento legato alla sessualità o al corpo, una cultura legata al senso di inadeguatezza, vergogna e biasimo della vittima, un limitato accesso agli strumenti tecnologici che possono consentire la comunicazione o, almeno, una certa consapevolezza sociale e, soprattutto, una religione che privilegia il perdono rispetto all’effettiva punizione. Inoltre, i leader amish tendono anche a diffidare dalle forze dell’ordine, preferendo gestire le proprie controversie in autonomia.

La storia di Lizzie Hershberger

Oltre alla storia di Sadie, il cui nome è stato cambiato per ragioni di riservatezza, dall’inchiesta di Cosmopolitan è emersa anche la vicenda di Lizzie Hershberger, che a a 14 anni venne assunta da una famiglia di amish per aiutare il nucleo con il loro quattro figli nei lavori contadini. La donna ha raccontato che a quell’età, una notte, dopo aver munto le mucche, il capofamiglia 27enne la baciò, la spinse contro ai sacchetti di cibo e le tolse i vestiti che lei, faticosamente, cercava di tenersi addosso. Le avrebbe detto “rilassati”, prima di violentarla, e lei per molto tempo non riuscì a capire la ragione per cui, durante quello stupro, sentisse dolore e sangue tra le gambe. Nessuno le aveva mai parlato di come funzionava un rapporto sessuale, delle mestruazioni, né della rottura dell’imene. Per molte ragazzine violentate, raccontare un abuso diventa ancora più difficile proprio per la scarsa conoscenza che le giovani hanno del loro corpo e della loro sessualità.

Il senso di colpa

Dopo quello stupro, Hershberger iniziò a provare un forte senso di colpa, dovuto principalmente al fatto di non essersi allontanata prima da quella stalla. Secondo quanto riportato dall’inchiesta, dai diari della donna e dai documenti del tribunale, il 27enne la stuprò altre 25 volte, per circa cinque mesi. Accadeva nel fienile, all’esterno e, persino, all’intero di casa sua. In base a quanto testimoniato da Hershberger qualcuno vide quelle scene, ma nessuno la aiutò o allontanò il suo persecutore. Che, alla fine, confessò. Venne evitato, come il padre di Sadie, per sei settimane e la chiesa lo perdonò. Hershberger, invece, a lungo è stata additata come una schlud o una hoodah, termini olandesi utilizzati in Pennsylvania che stanno per troia o puttana. Derisa, bullizzata e incolpata, secondo quanto riportato dalla donna, nessuno le chiese come si sentisse. La comunità sostenne che fosse affetta da disturbo mentale ed è comune che le vittime amish siano viste colpevoli almeno quanto gli aggressori, perché ritenuti “partner consenzienti” che commettono adulterio (anche se si tratta di bambini). Ci si aspetta che le vittime condividano certe responsabilità e che, dopo il perdono della chiesa, arrivi anche il loro.

Gli amish in tribunale

In base a quanto ricostruito, quando un caso, raramente, è finito in tribunale, gli amish hanno parteggiato (in maniera palese) per chi abusa. Secondo quanto testimoniato da vittime e forze dell’ordine, i colpevoli, infatti, entrano nelle aule di giustizia accompagnati quasi con le loro intere congregazioni dietro di loro. Così, quasi nessuno difende chi è abusato e la maggioranza si schiera con gli stupratori. In alcuni casi le giovani vittime sarebbero state costrette a perdonare il padre e i fratelli dopo la violenza, addirittura con l’obbligo di scrivere lettere di supplica al tribunale per impedire l’incarcerazione dei familiari. Accordi come questi, probabilmente, hanno contribuito a salvare gli imputati da quelle che avrebbero potuto essere condanne da 25 a 30 anni di reclusione.

La “struttura” per problemi mentali

Secondo quanto raccontato, poi, esisterebbero delle strutture (gestite da amish o da mennoniti) per la riabilitazione delle vittime di stupro. Luoghi in cui, secondo le testimonianze, non si approfondisce per davvero il trauma, ma si lavora sugli stati emotivi delle vittime e le consulenze sono basate sui testi biblici. Nessuno possiede una licenza per ciò che fa e le aggressioni sessuali non sembrano essere trattate nel modo più adeguato. Secondo quanto ricostruito dall’inchiesta, le vittime sarebbero state costrette, in alcuni casi, all’assunzione di farmaci e tranquillanti, e sarebbero tornate a casa come sotto effetto di sostanze stupefacenti. In base a quanto testimoniato dalle cartelle cliniche di una vittima di violenza sessuale, in uno di quei centri, le era stata prescritta l’olanzapina, un farmaco antipsicotico che tratta solitamente malattie mentali come la schizofrenia. E rifiutarsi di prendere quelle medicine non è un’opzione contemplata, né consigliabile. Solitamente, poi, i certificati di rilascio consigliano alle vittime di stupro di “sfidare i pensieri malsani utilizzando pensieri positivi e buoni”. In base alla testimonianza di una delle vittime (comparsa sempre nell’inchiesta di Cosmopolitan), i leader amish utilizzerebbero questi soggiorni coatti per mettere a tacere le donne che, negli ultimi tempi, hanno deciso di parlare e di non tenere nascosti abusi ed episodi di violenza.

Voci di speranza

Ma siccome la sopportazione di certe situazioni si è fatta più complicata, anche grazie all’evolversi della società, più sensibile a certe tematiche, negli ultimi anni si sono formati gruppi e strutture in grado di ascoltare e accogliere le vittime di stupro. Circa due anni fa, Lizzie Hershberger e Dena Schrock (entrambe ex componenti della comunità amish) hanno lanciato Voices of Hope, unìassociazione per donne maltrattate. Altre persone, invece, trovano uno spazio in “The Plain People”, uno spettacolo lanciato nel 2018 che racconta episodi accaduti nelle comunità di amish e mennoniti di soprusi e violenza. Intanto, in Pennsylvania, in diversi stanno lavorando per riformare la cultura amish. Nella contea di Lancaster, infatti, esiste una task force, composta da polizia, procuratori e agenzie di servizi sociali che incontra, alcune volte l’anno, i leader religiosi. Anche se, come riportato dall’inchiesta, nessuna donna è inclusa tra i rappresentanti amish del gruppo.

La volontà di cambiare

Tuttavia, la sensibilità legata a questo tema sembra stai trasformando le abitudini di queste comunità e alcuni amish hanno avviato iniziative per combattere questi fenomeni. In diversi Stati, infatti, i loro comitati si mettono in contatto con le autorità locali per riferire e perseguire i casi di stupro. Secondo quanto testimoniato da diversi leader amish, l’urgenza è quella di informare ed educare le famiglie e l’atteggiamento sembra essere cambiato anche nei confronti del concetto di perdono. Processo molto complesso, quando non impossibile.

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