Sei anni di gogna mediatica e fango riversato sulla Diocesi di Treviso cancellati da un dispositivo di venti righe. La sezione civile del Tribunale di Padova, lo scorso 27 aprile, ha messo la parola fine al teorema di Gianbruno Cecchin, il docente di filosofia di 55 anni ed ex assessore di Cittadella che aveva accusato di abusi sessuali i suoi vecchi educatori del Seminario di Treviso. Il giudice ha stabilito che quelle accuse erano completamente false, dichiarando Cecchin «non attendibile» e condannandolo a risarcire con 50.000 euro ciascuno don Livio Buso e don Paolo Carnio, i due sacerdoti che erano rappresentati dall’avvocato Stefano Zoccarato.
La bomba era esplosa il 15 febbraio 2020. Cecchin, cavalcando l’eco dei summit vaticani sulla pedofilia, aveva inviato una mail al vetriolo a tutte le redazioni giornalistiche e indirizzata per conoscenza anche a Papa Francesco. Nella missiva l’ex seminarista rievocava fatti vecchi di trent’anni, risalenti all’anno accademico 1990-1991, quando, allora diciannovenne, frequentava la Comunità Vocazionale a Treviso. Il racconto era un catalogo degli orrori: abusi nelle camere dei preti, vessazioni, una fuga disperata nella notte e persino presunte minacce di morte («Se parli sei morto») arrivate in stile mafioso per intimargli il silenzio. I due preti, nel frattempo diventati stimati parroci, erano finiti dritti nel tritacarne.
Sul fronte penale la Procura non aveva potuto muovere un passo: i reati ampiamente erano prescritti. Cecchin denunciò per minaccia ma anche quella querela finì nel nulla e venne archiviata. Ma don Livio e don Paolo non ci stavano a passare per mostri e due anni fa hanno incardinato la causa civile per diffamazione. L’istruttoria ha demolito punto per punto il memoriale del professore: nessun riscontro, nessuna prova, solo un castello di falsità che ha pesato come un macigno sulla reputazione dei due prelati e anche della chiesa della Marca. Oggi la sentenza, passata in giudicato, ristabilisce la realtà dei fatti, con il vicario generale monsignor Mauro Motterlini che parla di «parola definitiva di verità». Per Cecchin, oltre al discredito, resta un conto da 100mila euro di danni, più le spese legali.
















