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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » abusi sessuali » Violentata dall’ex parroco, “Voglio la verità sul processo ecclesiastico”. Diocesi e Vaticano non rispondono

Violentata dall’ex parroco, “Voglio la verità sul processo ecclesiastico”. Diocesi e Vaticano non rispondono

Redazione WebNews by Redazione WebNews
26 Febbraio 2020
in Abruzzo - Molise
Reading Time: 3 mins read
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Giada Vitale, abusata da don Marino Genova, chiede il fascicolo del Tribunale Ecclesiastico dopo l’abolizione del segreto da parte di Papa Francesco. L’istanza risale a dicembre ma finora non ci sono state risposte

La difesa della giovane Giada Vitale, abusata dall’ex parroco di Portocannone, valuta se impugnare il provvedimento col quale il Gip di Larino chiude a un secondo processo a carico del sacerdote per gli atti sessuali dopo il quattordicesimo anno di età. Intanto arriva la notizia della richiesta alla Congregazione per la Dottrina della Fede di poter visionare il fascicolo del Tribunale Ecclesiastico.

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Don Marino Genova infatti, all’epoca dei fatti parroco di Portocannone, è stato giudicato oltre che dalla giustizia ordinaria anche da quella clericale. E ora Giada, tramite il suo difensore Giuseppe D’Urbano, vuole conoscere quegli atti, rimasti secretati per anni. Perchè ora è possibile: Papa Francesco infatti ha abolito il segreto per i casi di abusi sessuali perpetrati da esponenti del clero cattolico a danno di minori.

E’ proprio il caso di Giada, la giovane donna residente nel paesino arbereshe coinvolta suo malgrado da una complessa vicenda di violenza sessuale tra i tredici e i 17 anni, tra il 2009 e il 2012.

Don Marino Genova è stato condannato dalla Corte d’Appello di Campobasso a 4 anni e 10 mesi di reclusione, ma esclusivamente per gli abusi commessi in una manciata di mesi: quelli prima che Giada spegnesse la sua 14esima candelina. Da quel momento in poi infatti per la giustizia la giovane è stata “consenziente”, sebbene minore.

E’ stato promosso il ricorso in Cassazione per rideterminare la pena a carico del sacerdote, che vive in un monastero laziale, e nel frattempo è stato avviato l’iter per celebrare un secondo processo. Ma lo scorso 21 febbraio, dopo quasi venti giorni di riflessione, il giudice di Larino ha deciso di respingere la richiesta. Non ci sarà un altro processo, almeno per ora.

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Una decisione che ha innescato inevitabile rabbia e dolore nella vittima, che si è sfogata così: “Anche il Gip di Larino Rosaria Vecchi ha archiviato 3 anni di abusi. Una piccola parte di me credeva che questa volta sarebbe andato diversamente, invece anche stavolta hanno salvato don Marino”, ha scritto chiamando in causa i vari magistrati che si sono avvicendati in questo complesso caso giudiziario.

Giada non ci sta a essere vittima una seconda volta, anche ora che ha 25 anni, perché è impossibile archiviare la sofferenza e la lacerazione che quella esperienza le ha causato. Vuole sapere, ha diritto alla verità. E per questo chiede di prendere visione del fascicolo del Tribunale Ecclesiastico che il suo avvocato Giuseppe D’Urbano ha chiesto alla Diocesi e alla Congregazione per la dottrina della fede, cioè al Vaticano.

La richiesta è datata dicembre 2019, ma malgrado siano passati oltre due mesi nessuna risposta è arrivata.

Una richiesta, quella di Giada, legittima alla luce del fatto che proprio a dicembre scorso il Papa ha abolito il segreto Pontificio per i casi di abusi sessuali perpetrati da esponenti del clero cattolico a danno di minori. La disposizione di Papa Francesco che “sblocca” la riservatezza su determinati procedimenti è entrata in vigore immediatamente.

“C’è l’assoluta necessità di conoscere gli atti processuali e i provvedimenti assunti dalla magistratura ecclesiastica nei confronti di Marino Genova” scrive l’avvocato D’Urbano “Ciò al fine di rendere edotta la magistratura italiana, nel caso specifico il giudice per le indagini preliminari di Larino che procede in ordine alle condotte criminose consumate successivamente alla data del 20 giugno 2009 in danno dell’allora minore Giada Vitale”.

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L’istanza resta valida. “Sto aspettando – commenta lei, amareggiata – ma fino a questo momento non ho avuto alcuna risposta. Né dal vaticano né dalla Diocesi di Termoli-Larino. Cosa devo pensare?”

https://www.primonumero.it/2020/02/violentata-dallex-parroco-voglio-la-verita-sul-processo-ecclesiastico-diocesi-e-vaticano-non-rispondono/1530598100/?fbclid=IwAR1fWdZYaw6ZfKS9fgLa6gssK6NO2v466bvSUapSzHwNFggQMBFJNlJlybw

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.