Violenza sessuale su minore. Ecco perchè è stato condannato padre Genna a Marsala

Era appena uscito da un supermercato, quando un’auto si è avvicinata. L’uomo all’interno, un prete, gli offre un passaggio. Poi, fatta poca strada, il prete comincia a palpeggiarlo, a toccarlo, e gli propone di fare del sesso.

Passa da lì un’auto dei Carabinieri, il ragazzo, un gambiano minorenne, attira la loro attenzione e racconta tutto. Il ragazzo, che chiameremo con un nome di fantasia Asad, è la vittima della violenza sessuale da parte di padre Nicolò Genna, ex parroco della chiesa di contrada Addolorata a Marsala.

Padre Genna, 76 anni, è stato condannato dal Tribunale di Marsala ad un anno e 10 mesi, al pagamento di un risarcimento, ad una serie interdizioni. Una vicenda che ha scioccato la comunità della contrada, e di Marsala, per quello che è emerso. Un episodio che ha scioccato prima di tutto la vittima, Asad, ragazzo del Gambia, che dopo tante peripezie è arrivato in Italia, che gode dello status di rifugiato, e proprio qui, dove si sentiva al sicuro, ha subito – come è emerso nel processo – uno dei più gravi shock.

Il suo racconto è stato confermato nella fase delle indagini e poi in aula, durante il processo. Un racconto ritenuto credibile e fonte di prova dal giudice.
Le motivazioni della sentenza di condanna del prete di Marsala riassumono cosa è accaduto quella mattina del 14 agosto 2017.

Asad all’epoca era ancora minorenne, aveva 17 anni. Si trovava ospita nella comunità Trilly, in contrada Bosco. Quella mattina Asad era andato al supermercato – non molto lontano dalla comunità in cui alloggiava – quando all’uscita è stato fermato da un uomo in abito talare nero con collarino bianco, che a bordo di un’auto gli aveva detto di avvicinarsi. L’uomo era padre Genna, che in quel momento gli aveva offerto, in maniera generica, un lavoro invitandolo a salire sulla propria auto per portarlo a visitare il luogo di lavoro “non molto lontano da lì”.

Asad è incuriosito, sale in auto: “Mi sono fidato perchè mi era sembrato un uomo di religione”. Il ragazzo sale, dice al prete di fermarsi un attimo alla comunità per posare le buste della spesa e poi andare. Ripartiti, padre Genna e Asad, fanno poca strada. Il prete – è il racconto della vittima confermato dal giudice di primo grado – dopo aver accostato l’auto a margine della carreggiata, rivolta in direzione Trapani, aveva iniziato a toccargli la gamba per poi passare a toccargli la “parte intima”, sia pure al di fuori dei pantaloni e solo per brevi istanti. Asad reagisce, lo ferma subito infastidito. A tale reazione – sempre secondo il racconto del giovane – il prete gli offre dei soldi per avere un rapporto sessuale con lui.

E’ imbarazzato il ragazzo, e si scusa per le parole che è costretto ad usare, in udienza, quando racconta questi attimi: “l’uomo mi ha invitato a scopare, nel senso che lui voleva essere scopato da me”. Secondo il racconto del ragazzo, confermato durante il processo, padre Genna gli avrebbe richiesto “una prestazione sessuale e nello specifico la volontà di essere sodomizzato”. Asad si è opposto a questa richiesta: “io sono musulmano e noi non facciamo queste cose”.

Da lì il ragazzo ha chiesto al prete di riaccompagnarlo in comunità, perché aveva intenzione di denunciare l’accaduto e fare in modo che altri non avessero a che fare con lui. Ne era nata un’accesa discussione durante la quale ad un certo punto passa una pattuglia dei Carabinieri. Vedendo la pattuglia il ragazzo aveva cercato di attirare la loro attenzione. I militari dell’arma si sono fermati e hanno raccolto la testimonianza di quanto accaduto.
Lì sono cominciati i guai per padre Genna. Perché come è stato confermato in fase processuale la sua versione dei fatti non è stata riscontrata ed è apparsa al giudice poco credibile.
Il giudice scrive infatti che il giovane ha “riferito con estrema chiarezza i momenti in cui si è articolata la condotta oggetto dell’odierna contestazione, reiterando in termini sempre perfettamente corrispondenti il proprio racconto”. Un racconto, quello reso in tribunale, conforme a quanto dichiarato da Asad ai Carabinieri.

Tra l’altro, scrive il giudice nelle motivazioni della sentenza, “ben lungi dal mostrare di voler aggravare la posizione processuale dell’odierno imputato, la persona offesa ha circoscritto in maniera netta e precisa le proprie accuse, in particolare limitandole ad un fugace toccamento della gamba e delle parti intime, al di fuori dei pantaloni, non riferendo di alcun altro atto sessuale compiuto successivamente al suo rifiuto, ma solo della ricevuta proposta sessuale”. Insomma per il giudice il racconto di Asad è credibile perchè avrebbe potuto ingigantire la sua versione dei fatti, visto che era la sua parola contro quella del prete, e non l’ha fatto. Il racconto di quella mattinata è stato confermato anche dalla assistente sociale coordinatrice della comunità Trilly, in cui alloggiava il giovane gambiano, Tiziana Morana. L’assistente sociale che seguiva i minori stranieri nel percorso di integrazione ha confermato in fase di indagine che il giovane aveva riferito, a lei e agli altri operatori della comunità, quello che era accaduto. La donna ha aggiunto che il racconto del ragazzo era apparso credibile, visto che il giovane non aveva mai dato problemi in comunità nei nove mesi che aveva trascorso lì. Un racconto che è apparso corrispondente a quello reso ai Carabinieri e in tribunale. Morana ha anche detto che per tutto il periodo di permanenza, circa un anno e mezzo, all’interno della comunità il giovane si era mostrato sempre rispettoso del piano educativo, nonché “collaborante e osservante delle regole comportamentali”.

Diversa invece la versione di padre Genna. Il sacerdote in pensione ha raccontato, invece, di esser stato avvicinato da un ragazzo “alto e giovane, mai avrei immaginato essere minorenne, mi ha chiesto un passaggio”. “Il ragazzo è salito e ha inserito la sicura. Tale gesto mi ha immediatamente messo in allarme ma non ho avuto neppure la possibilità di chiedere spiegazioni che il ragazzo mi ha chiesto dei soldi. Al mio rifiuto ha cominciato a minacciarmi dicendo che se non gli avessi dato i soldi mi avrebbe denunciato e dichiarato falsamente di essere stato aggredito e abusato dal sottoscritto. Non ho mai sfiorato il ragazzo”.

La versione dell’ex parroco per il giudice però è inverosimile, generica, manca di dettagli rilevanti, come l’importo che il giovane gli avrebbe chiesto. E viene smentita da alcune considerazioni. Come, tra tutte, il grosso rischio corso dal giovane extracomunitario nel non essere creduto denunciando una persona, come un parroco, che gode certamente di una certa considerazione sociale.
Un racconto del parroco smentito nel corso di un processo su una storia che ha scioccato la comunità cristiana di Marsala. Una vicenda che ha segnato soprattutto la vita del giovane Asad, scappato da fame e miseria, arrivato in Italia, a Marsala, per la libertà. Trattato come ultimo, come carne, e non uomo, da chi gli uomini li dovrebbe “salvare”.

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