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Portale dell'Associazione Rete L'ABUSO | Home » world » news » triveneto » Padova: prete posta foto porno sulla chat dei cresimandi. La Diocesi lo rimuove

Padova: prete posta foto porno sulla chat dei cresimandi. La Diocesi lo rimuove

Redazione WebNews by Redazione WebNews
22 Ottobre 2019
in Triveneto
Reading Time: 3 mins read
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Genitori sotto choc. L’ipotesi è che abbia digitato il tasto sbagliato

di Davide D’Attino

PADOVA Una foto «hot», con tanto di santini sullo sfondo, nella chat del catechismo. Grande sconcerto e imbarazzo a Padova tra i fedeli di una delle chiese più frequentate della zona ovest della città, dalla quale è di recente stato allontanato un sacerdote di 73 anni, strettissimo collaboratore del parroco.

Rimosso per la «disavventura»

L’anziano religioso, che fino a un paio d’anni fa si occupava della sala di preghiera allestita all’interno di un grande centro d’accoglienza per i profughi della provincia di Venezia, è stato rimosso dal proprio incarico, su decisione del vescovo padovano monsignor Claudio Cipolla, in seguito appunto a una «disavventura» dai contorni piuttosto «hard». La vicenda, sulla quale i vertici della parrocchia e quelli della Diocesi hanno invano provato a mantenere il più assoluto riserbo, risale alla fine di settembre scorso. Ma inevitabilmente, come quasi sempre succede in circostanze del genere, la cosa è venuta a galla. E nel giro di poco più di tre settimane, è giunta alle orecchie di decine di persone. Tanto che da un po’ di giorni, dentro e fuori il quartiere in questione, non si parla d’altro.

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Le immagini dello scandalo

Teatro dell’«incidente» a luci rosse, come dimostrano gli «screenshot» memorizzati in tanti telefonini, è una chat di WhatsApp creata dallo stesso sacerdote e da due catechiste insieme con i genitori di circa venti bambini di quinta elementare (quindi di nove/dieci anni), prossimi a ricevere i sacramenti della Comunione e della Cresima. Una chat, come ormai capita un po’ in tutti gli ambiti, dalla scuola allo sport passando per il lavoro, che viene adoperata per scambiarsi informazioni e darsi appuntamenti. E proprio questo sta accadendo quando, una sera, tra un messaggio e l’altro, qualcuno pubblica la foto «incriminata». Cioè un pene in primo piano, una mano «tempestata» di anelli e, sullo sfondo, una mensola con appoggiati due santini religiosi. Lì per lì, evidentemente, nessuno fa caso a chi l’ha spedita. Tutti, infatti, si concentrano su altro. Poi però, quando ci si accorge che il mittente è proprio l’anziano prete, mamme e papà stentano a credere ai loro occhi e reagiscono imbufaliti: «Padre, ma cosa fa? E’ impazzito? Cos’è questa schifezza? La tolga immediatamente! Per fortuna che i nostri figli sono già a letto e non invece qui a guardare il cellulare assieme a noi!».

Catechiste sotto choc

A quel punto, nel disagio più totale, una delle catechiste tenta di placare gli animi, sostenendo che il telefonino del sacerdote sarebbe stato colpito da un hacker e che, di conseguenza, lo scatto «hard» sarebbe stato inviato da qualche ignoto pirata informatico. Il religioso invece, senza apparentemente mostrare alcun turbamento, si rifà vivo soltanto la mattina seguente: «Carissimi, sono dispiaciuto di quanto successo ieri notte. Stamattina – scrive – ho parlato con il parroco e mi ha consigliato di mettermi in contatto con la polizia postale. Cosa che ho fatto. Ora sono in attesa di avere delle informazioni precise. Vi auguro buona giornata».

Le scuse

Nessuno, chiaramente, presta fede alle parole del prete. E più di qualche genitore, sempre più stupefatto e rabbioso, si sente addirittura preso in giro: «Hacker, polizia postale – sbotta un papà – Ma credono forse che siamo tutti scemi?». Indignazione e collera, insomma, crescono a dismisura. A tal punto che poche ore dopo, rispondendo alla sommossa delle famiglie, tocca sempre a una delle catechiste comunicare che «i superiori e la Curia stanno prendendo provvedimenti nei confronti del don, il quale non sarà più presente nella nostra comunità. Vi chiediamo di mantenere riservatezza sull’accaduto, dato che si tratta di una vicenda molto delicata». La storia però, in questa grande parrocchia di Padova, è subito diventata di dominio pubblico. E la foto di quel pene e di quella mano piena di anelli, con quei santini sullo sfondo, ha presto cominciato a fare il giro di tante altre chat di WhatsApp. Preti, sesso e nuove tecnologie. Un mix esplosivo. Da noi contattata, per la cronaca, la Diocesi ha preferito non rilasciare alcuna dichiarazione. Almeno per ora.

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Informazione sui contenuti

La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.