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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » abuso sessuale » Abusi, in Cile esplode lo scandalo di un noto gesuita. La Compagnia di Gesù: perdono per la nostra negligenza

Abusi, in Cile esplode lo scandalo di un noto gesuita. La Compagnia di Gesù: perdono per la nostra negligenza

Redazione WebNews by Redazione WebNews
1 Agosto 2019
in World
Reading Time: 4 mins read
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Conclusa l’indagine su padre Renato Poblete, icona nazionale, autore di libri e vincitore di premi, morto nel 2010: raccolte oltre cento testimonianze su 22 casi di violenze sessuali commessi dal sacerdote a danno di donne, anche quattro minorenni

SALVATORE CERNUZIO

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CITTÀ DEL VATICANO. Quattro abusi di minori, due relazioni stabili nel tempo e 16 casi di «approccio sessuale inaspettato e violento», con alcune vittime costrette anche ad abortire. Si stenta ancora a credere in Cile che l’autore di tali malefatte sia padre Renato Poblete Bach, il famoso gesuita per oltre 20 anni cappellano dell’istituzione caritativa “Hogar de Cristo” fondata da san Alberto Hurtado, vincitore di numerosi premi e autore di libri, al quale sono state dedicate statue e circoli culturali e pastorali.

Personaggio amato e carismatico, amministratore di ingenti somme di denaro, il religioso è morto nel 2010 a quasi 86 anni, quarantotto dei quali trascorsi a condurre una doppia vita. Risalgono tuttavia al gennaio scorso le denunce da parte di Marcela Aranda e altre donne che dicono di essere state abusate da lui in modo continuativo e anche violento. Crimini confermati da una indagine indipendente avviata coraggiosamente dalla stessa Compagnia di Gesù che celebra amaramente la memoria del suo fondatore sant’Ignazio di Loyola dovendo chiedere perdono per gli abusi commessi dal confratello.

Lo fa in un comunicato diffuso dalla provincia cilena della congregazione in cui vengono riportate le oltre «100 testimonianze» raccolte su 22 abusi che padre Poblete avrebbe commesso dal 1960 al 2008. Nel documento di 407 pagine vengono ricordate anche le varie fasi e le conclusioni dell’inchiesta affidata all’avvocato penalista Waldo Bown, dell’Università del Cile. E viene riportata anche una dichiarazione pubblica del superiore provinciale, padre Cristián del Campo, in cui ammette che la Compagnia di Gesù in Cile non ha saputo reagire «con decisione diligenza ed efficacia» a «notizie, informazioni o segnali preoccupanti» non solo nel caso di Probete ma anche di altre vicende di abusi.

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Contro quell’icona nazionale che era “padre Renato”, simbolo di prete brillante, scaltro e generoso ma anche di quel potere clericale che – come spesso affermato dal Papa – sfocia nell’abuso e nell’abuso sessuale, non ci sono infatti solo le confessioni delle vittime ritenute «plausibili e credibili» ma anche le testimonianze di un numero significativo di persone. Si tratta di confratelli gesuiti o altri laici che parlano di «comportamenti inappropriati» da parte del sacerdote che vanno quindi a confermare i fatti denunciati.

A nessuno però era sorto il dubbio, mentre il gesuita era in vita, che tali comportamenti fossero mai sfociati nelle malefatte sessuali denunciate oggi dalle donne: troppo scaltro ed esposto per commettere gesti simili. Eppure nel report diffuso ieri si legge: «È stato definitivamente dimostrato che Renato Poblete Barth ha abusato in modo ripetuto, serio e sistematico, protetto dal potere conferitogli dal suo sacerdozio».

Più nel dettaglio tra i 22 casi si è constatato che quattro di essi riguardavano ragazze minori di 18 anni, vittime di baci e palpeggiamenti. «In quei quattro casi di minori – spiega il report -, l’abuso è stato generato in un quadro di dipendenza psicologica, morale o economica con le famiglie delle vittime».

Altre aggressioni venivano invece rivolte a signore più avanti con l’età e poi ci sono le relazioni “stabili” che il gesuita intratteneva con alcune donne. Come la Aranda che ha denunciato a gennaio di essere stata legata otto anni a Poblete che per tre volte l’avrebbe costretta ad abortire. «Un rapporto stabile e apparentemente consensuale, in cui la vittima ha recentemente sviluppato la situazione di abuso in cui si trovava», si sottolinea nel rapporto.

In cui, tra l’altro, si legge che sarebbero sei le relazioni stabili avute dal sacerdote ma non tutte «sono presentate come denunce o testimonianze in questo processo», nonostante fossero presenti «aspetti abusivi» in almeno cinque di esse. Non solo, oltre le 22 vittime l’indagine ha raccolto informazioni su presunti abusi di padre Renato anche a danno di altre persone delle quali, tuttavia, per una serie di motivi diversi (chi è morto, chi risultava irraggiungibile o ha rifiutato di denunciare), non è stato possibile ottenere testimonianze dirette.

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Nella stessa inchiesta dell’avvocato Bown si evidenzia inoltre che: «Le condotte di abuso di potere, di coscienza, di reati sessuali e altri delitti commessi da Renato Poblete sono stati sostenuti in una sorta di doppia vita, protetti dalla sua immagine pubblica di persona buona. L’abuso, trasversalmente, è stato compiuto dalla posizione di potere che ha conferito lui quella immagine, la sua enorme rete di contatti e il potere economico che aveva quando gestiva autonomamente somme di denaro importanti per molti anni».

Sembra che dalla indagine non siano emersi elementi di insabbiamento dei crimini di Poblete ma si è ravvisata, in alcuni casi, una «responsabilità etica» per una non adeguata vigilanza da parte della Compagnia di Gesù. La stessa di cui parla padre del Campo che, nella succitata nota, afferma: «Non abbiamo agito con prontezza e serietà e ci scusiamo con le vittime di abusi. Il danno arrecato è enorme e, in molti casi, è così grande che è difficile misurarlo con parole». A nome di tutti i gesuiti del Cile il superiore aggiunge: «Ci vergogniamo e ci spezza il cuore sapere che ci sono persone che abbiamo ferito. Questo è contrario alla ragione fondamentale della nostra missione… Chiediamo perdono per gli abusi e per la nostra cecità e negligenza».

Un’altra ferita, insomma, per la Chiesa cilena già messa in ginocchio da scandali di abusi del clero vecchi e nuovi, alcuni risalenti anche a decenni fa ma deflagrati con forza dopo la visita del Papa nel Paese nel gennaio 2018. Un tornado che ha portato anche alle dimissioni dell’arcivescovo di Santiago, il cardinale Ricardo Ezzati, attualmente sotto processo. Con lui anche otto vescovi, oltre 150 sacerdoti e laici legati alla chiesa, mentre le vittime denuncianti superano le 250.

https://www.lastampa.it/vatican-insider/it/2019/07/31/news/abusi-in-cile-esplode-lo-scandalo-di-un-noto-gesuita-la-compagnia-di-gesu-perdono-per-la-nostra-negligenza-1.37279311

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.