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Prete, artista di fama e pedocriminale: un nuovo vecchio caso scuote la Francia

ludovica.eugenio by ludovica.eugenio
27 Marzo 2022
in World
Reading Time: 7 mins read
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41022 SAINT-ETIENNE-ADISTA. Lo chiamavano “il Picasso della Chiesa”, prete-pittore le cui opere – vetrate, affreschi, quadri – sono diffuse in moltissime chiese della Francia centroorientale, tanto che nel 2020 sono state promosse, durante le Giornate del Patrimonio, su un’applicazione appositamente lanciata dalla Diocesi di Lione. Si chiamava p. Louis Ribes, si firmava RIB, e negli anni ‘70-’80 ha abusato, stando ai dati pervenuti finora, di almeno una cinquantina di bambini. Probabilmente il doppio. Sembra un nuovo “caso Preynat” – il prete che abusò di decine di scout, la cui vicenda causò le dimissioni dell’arcivescovo di Lione card. Philippe Barbarin – anche per via della regione in cui ha agito il prete, deceduto nel 1994, che comprende le tre diocesi di Lione, Saint-Etienne e Grenoble. Il caso, emerso da poco oltralpe, sarà una cartina di tornasole della reale buona volontà della Chiesa francese di affrontare con rigore la questione degli abusi clericali, dopo lo choc del Rapporto Sauvé, che nell’autunno scorso ha rivelato l’esistenza nel Paese transalpino di 216.000 vittime di preti (v. Adista Notizie n. 36/21). Lo scorso 13 gennaio, i tre vescovi delle diocesi coinvolte – che hanno creato per questo caso una unità interdiocesana di coordinamento – hanno emesso un comunicato in cui affermavano che diverse persone si erano rivolte loro denunciando abusi sessuali perpetrati da p. Ribes: inizialmente avevano ricevuto due segnalazioni, una a Grenoble, nel 2016, da parte di Annick Moulin, e una a Lione, da parte della figlia di una vittima, Luc Gemet, nel luglio 2021. Un’altra, a gennaio 2022, è stata presentata a Saint-Etienne. «Lo scorso ottobre abbiamo acquisito la certezza della veracità dei fatti», hanno scritto, esprimendo alle vittime «la loro profonda compassione e la vergogna che un prete abbia commesso tali atti» e annunciando che «per rispetto alle vittime, le opere di p. Ribes saranno progressivamente rimosse e ritirate» dalle chiese. I vescovi inoltre hanno invitato le vittime a farsi avanti, attraverso le unità d’ascolto create nelle diocesi. Ma hanno anche organizzato un incontro pubblico in una sala comunale, il 18 gennaio, nel luogo di origine del prete, il villaggio di Grammond (Loire), alla presenza del vescovo di Saint-Etienne mons. Sylvain Bataille e del sindaco del paese. A quella riunione, cui si sono presentate ben 60 persone, ne sono seguite altre – e altre ne seguiranno – nei dipartimenti interessati: si sono presentate decine di vittime. A oggi, quelle che si sono esposte pubblicamente e che chiedono un risarcimento sono una cinquantina.

Liberare la parola

Il 18 gennaio, all’incontro di Grammond (800 abitanti) si conoscevano tutti e così si sono confrontati tra loro. «Tutti sapevano quello che vivevamo, ma nessuno parlava», raccontano i più anziani. «Questa riunione è importante – ha subito detto il vescovo Bataille, promotore dell’incontro –: si parlerà di un prete, pittore apprezzato, che ha abusato di bambini. Sono venuto dunque a liberare la parola». Moderava il dibattito il diacono Jean-Louis Reymondier: «Fare verità talvolta è doloroso», ha esordito. «Ci siamo attivati per sollecitare testimonianze di potenziali vittime nella diocesi e nel Comune. A oggi se ne sono presentate 5». Una voce si è levata dal pubblico: «Solo nel nostro villaggio, potete moltiplicare questa cifra per 10».

Gli abusi di p. Ribes

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La maggior parte degli abusi di Ribes – mai assegnato a una parrocchia – avveniva nel contesto della sua attività di pittore, usando la sua doppia autorità di sacerdote e artista per attirare i bambini in una trappola. Aggirando la vigilanza degli adulti, li spingeva a spogliarsi per le sue “opere”, sottolineando quanto fossero importanti per la loro realizzazione. Li aggrediva sessualmente, poi li riempiva di regali mettendo la museruola alle loro parole. «Mi faceva posare nudo per le sue opere», racconta Gemet, 58 anni, padre di quattro figli, abusato dagli 8 ai 15 anni a Vienne e oggi uno dei testimoni principali, spinto dalla figlia a denunciare l’accaduto e motivato dal desiderio che suo nipote «non debba più vivere niente del genere»; «Diceva che era amore, l’amore di Dio, usava la religione per sottomettermi». La sua famiglia, molto osservante, aveva conosciuto il prete convalescente dopo un infarto. «Ha usato il pretesto che aveva bisogno di me per fare degli esercizi di respirazione. Bisognava salirgli sopra, sui suoi polmoni perché espirasse, poi deviava verso il sesso: mi baciava sulla bocca, mi imponeva delle fellatio, mi stuprava». Ribes era un manipolatore: «Ero attirato dal lato artistico, era colto. Mi faceva posare nudo, poi mi faceva regali, una batteria, strumenti musicali». «Pensavo di essere solo – confessa Gemet, che poi ha trovato la forza di raccontare la sua storia al settimanale Marianne (17/1) – ma mi rendo conto che c’è stato un numero enorme di vittime, un centinaio come minimo». Ribes era molto noto e ricercato nella regione per la sua pittura di ispirazione cubista, e questo gli rendeva molto facile trovarsi da solo con bambini, che utilizzava come modelli, come conferma anche Annick Moulin: «Faceva degli schizzi – racconta – in camera sua, sul suo letto. Una volta finito il disegno, mi toccava» (Francebleu, 17/1). «Era arte, e in più lui era un artista conosciuto. Era un amico dei miei, che erano a mille miglia dall’immaginare ciò che accadeva». Annick aveva 9 anni. I fatti, ovviamente, sono caduti in prescrizione, e la Chiesa afferma di esserne venuta a conoscenza l’autunno scorso in seguito al Rapporto Sauvé. Ma per Annick, la Chiesa avrebbe potuto rendersene conto già alla morte del prete, quando fra i suoi averi saltò fuori materiale pedopornografico: «C’erano schizzi di bambini nudi, Polaroid, talvolta in pose allusive. Sopra c’erano i nostri nomi! Quando si trovano cose del genere, qualche domanda ce la si pone», afferma Annick suggerendo che all’epoca la cosa sia stata intenzionalmente taciuta, distruggendo i documenti. «È un grande passo ora, che la Chiesa ci riconosca come vittime. Ma io ho deciso di parlare, voglio che queste cose si sappiano. È stato talmente venerato!». Dopo Luc e Annick, in tanti, all’incontro di Grammond, si sono fatti avanti a denunciare «la capacità di presa di quest’uomo, con la sua pittura, la sua aura, le sue conoscenze, i suoi regali… ci ha ingannati tutti», come afferma una donna. «Solo adesso, con l’ondata mediatica che c’è stata, ho preso coscienza che anch’io, avendo posato nuda per lui, sono una vittima». Un’altra confessa: «Oggi sono felice, tutti sanno chi era quest’uomo. Non ho mai detto niente ai miei genitori». Stordito dalle testimonianze il vescovo: «Sono molto addolorato con voi, è spaventoso. Bisogna creare un gruppo di discussione». Luc concorda: «Dobbiamo aiutare le persone a ricostruire la loro vita. Il risarcimento va elargito subito, prima che qualcuno si suicidi».

Le vittime si organizzano

In questi pochi mesi, le vittime hanno lanciato un collettivo, con l’obiettivo di scambiarsi informazioni, di sostenersi a vicenda e di andare avanti insieme, per ottenere risarcimento. «È inevitabile, quando si comprende la portata di questa vicenda, che si senta il dovere di unire le forze», afferma la figlia di Luc, Danaï Gemet, membro del collettivo. Queste persone che sono state in silenzio per anni, devono essere consce dell’entità del danno. E poi, quando una vittima passa davanti a un quadro, davanti alle vetrate, è una ferita profonda. Per noi, è davvero una lotta per far togliere queste produzioni. Tutto ciò che potrebbe toccare la commercializzazione delle produzioni di Ribes… c’è stata un’asta, credo, negli anni ’90, la diocesi di Lione ha commercializzato un libro… vogliamo che tutto ciò che può portare soldi sia fermato, e che le persone colpite da questa vicenda non debbano più soffrire».

La risposta della Chiesa

L’attività pedocriminale del prete e le denunce delle vittime oggi non possono più restare senza risposte. Le tre diocesi francesi sembrano aver capito di doversi mobilitare su diversi fronti. In primis, l’ascolto delle vittime: «È stata creata un’unità di coordinamento interdiocesana. Alcune carenze in termini di archiviazione o di trasmissione delle informazioni alla gerarchia sono state identificate e sono state messe in atto soluzioni per migliorare la raccolta e il follow-up delle testimonianze delle vittime», affermano i tre vescovi. «Questa dolorosa vicenda ci impegna a continuare il lavoro già iniziato negli ultimi anni, che ha portato in particolare alla creazione di unità di ascolto nelle nostre diocesi (che lavorano sette giorni su sette, 24 ore su 24, ndr), alla pubblicazione del rapporto Ciase e ora all’istituzione dell’INIRR (Autorità Nazionale Indipendente di Riconoscimento e Riparazione, ndr) nonché, a livello locale, a gruppi di discussione». «Per quanto riguarda le richieste di riconoscimento e di riparazione (sostegno, mediazione, eventuale importo del risarcimento, ecc.), ribadiamo – affermano i vescovi – la nostra volontà di accompagnare le vittime delle nostre diocesi nei loro sforzi e ricordiamo che i vescovi di Francia hanno incaricato e finanziato un’Autorità nazionale indipendente di riconoscimento e riparazione (INIRR), che sarà operativa entro la fine del mese. Speriamo sinceramente che possa aiutare le vittime». Tutte e tre le diocesi hanno fatto inoltre una segnalazione alla Procura della Repubblica, trasmettendo il numero e i nomi delle persone coinvolte. La Procura deciderà poi se procedere a un’indagine o meno. Le ombre sul passato restano, ovviamente: p. Ribes ha certamente beneficiato della complicità di persone che sapevano e hanno taciuto. A questo proposito, i vescovi hanno anche affermato di aver appreso, il 28 gennaio, che nel 1994, alla morte del prete, erano stati ritrovati disegni e schizzi «nel suo appartamento del seminario maggiore di Vienne-Estressin (dove aveva trascorso gli ultimi 26 anni della sua vita, ndr), in seguito bruciati da un prete e da una laica, come riferito alla giustizia. Inoltre, ci possono essere foto, dipinti e schizzi di proprietà privata». Come quelle in possesso di Luc Gemet, che ha deciso di pubblicare su Marianne. Quanto alle opere, sono state quasi tutte collocate in locali diocesani inaccessibili al pubblico. Una, monumentale, è temporaneamente coperta. Discorso più complesso per le vetrate delle chiese nella diocesi di Lione, di proprietà del Comune: sono state inviate lettere agli otto sindaci interessati perché prendano una decisione. «Dal momento che le realizzazioni pittoriche sono frutto di violenza sessuale, non sono opere, non sono arte», è stato affermato.

E adesso?

Il timore delle vittime è che dopo l’esplosione iniziale, tutto si sgonfi. Dalla pubblicazione del Rapporto Sauvé certamente qualcosa è cambiato, ma basterà? «Nel nostro caso, le cose sono andate così: la maggior parte delle vittime, 49, ha inviato la propria testimonianza alle tre diocesi interessate e sono state ricevute; altre non vogliono più avere contatti con l’istituzione della Chiesa cattolica», racconta ad Adista il 23 marzo Annick Moulin. «Da parte mia, ci sono andata il 5 febbraio con le mie due sorelle e mio fratello, anche loro vittime, e siamo stati accolti piuttosto bene. Le diocesi ci hanno informato di aver fatto una denuncia al Pubblico Ministero perché i fatti erano stati denunciati nel 1976 ma sono stati taciuti e coperti da persone ancora in vita. Inoltre, un prete e una laica hanno distrutto prove al momento della morte di Ribes». Quanto alla rimozione delle opere, «le diocesi hanno accolto le nostre richieste, ma non ci sono più notizie riguardo alla rimozione delle vetrate». «Abbiamo anche chiesto – ci spiega Annick – di mettere a disposizione un fondo di emergenza per le vittime in sofferenza morale in modo che possano accedere alle cure psicologiche, e ci è stato detto di contattare l’INIRR. Questo organismo però è entrato in funzione alla fine di febbraio e i dossier non saranno trattati per diversi mesi… Dal 19 febbraio, non ci sono più notizie dalle diocesi». L’inquietudine, dopo aver scoperchiato il vaso di Pandora, è tanta: «Domenica 20 marzo è stata una giornata nazionale di preghiera per le vittime della violenza sessuale e degli abusi di potere e di coscienza all’interno della Chiesa. Nessuno di noi è stato contattato dalle tre diocesi». I giorni passano, il silenzio è il peggior nemico, e le vittime non hanno più tempo: «Dalla presentazione del Rapporto Sauvé, nell’istituzione della Chiesa cattolica le cose finora sono cambiate poco», conclude Annick con amarezza.

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Ludovica Eugenio, laureata in Storia delle origini cristiane, giornalista e traduttrice, nata nel 1966 a Torino, dal 1990 è direttore del settimanale di informazione religiosa Adista, presso la quale si occupa soprattutto della Chiesa di area anglofona e germanofona.

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Informazione sui contenuti

La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.