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L’inferno di Francesco, 40 anni dopo gli abusi “Le nostre vite distrutte dal prete orco”

Redazione WebNews by Redazione WebNews
12 Luglio 2019
in Liguria
Reading Time: 3 mins read
A A
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NICCOLÒ ZANCAN INVIATO A SAVONA – Quarant’anni non sono bastati per avere giustizia. «Era il 1979. Mio padre, un sorvegliante dello stabilimento Fiat di Mirafiori, fu trasferito in Liguria. Partimmo con lui. Ero un bambino di nove anni quando incominciai a frequentare la parrocchia di Spotorno affidata a don Nello Giraudo».

Ora tutto è scritto in una perizia. E quella perizia certifica la violenza subita, il disastro emotivo, i problemi psichici, l’impossibilità di ritornare a una vita normale fino ad oggi. Quella perizia incomincia spiegando i fatti, e poi quantifica il danno. «I primi approcci da parte di don Nello iniziavano con abbracci e toccamenti con cadenza almeno settimanale. Negli anni seguenti, dal 1981 al 1986, gli abusi del parroco diventavano più frequenti e gravi, arrivando alla penetrazione. Venivano realizzati anche in occasione dei frequenti campeggi organizzati dal gruppo parrocchiale presso la casa dell’Agesci a Garessio, Prati delle Manie, Dronero.

Purtroppo, i comportamenti di don Nello si caratterizzavano anche per la violenza usata sull’allora minore Zanardi…». «Questa è la mia storia», dice Francesco Zanardi che oggi ha 49 anni. «Non ho avuto altri rapporti sessuali fino a trent’anni. Mi sono drogato, mi sono disintossicato. Ho avuto un tumore al colon, improvvise crisi epilettiche del tutto inspiegabili. Ho perso il lavoro da elettricista. Ho impiegato molto tempo per cavare da me stesso tutto quello che mi era stato fatto».

Ha fondato un’associazione che segue i casi italiani di vittime di abusi sessuali in ambito ecclesiastico. Ma, soprattutto, ha messo insieme le vittime dello stesso prete pedofilo che ha violentato lui: cinque casi. Chiedono in totale 4 milioni e 700 mila euro di risarcimento alla Chiesa cattolica italiana per i danni biologici accertati dai periti. Esiste un solo precedente analogo a Trieste: una donna, in quella circostanza, è stata risarcita. Ora la curia può cercare un accordo entro il 15 novembre, oppure affronterà il processo civile.

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Sono vite distrutte. Tracolli. Malattie psicosomatiche. Bombe ad orologeria che si sono innescate, ogni volta, quando la vittima è riuscita a riconoscersi come tale. Un percorso tragico e molto lungo. I reati sono ormai prescritti. Solo un caso – il sesto – ha trovato ristoro nelle aule della giustizia penale.

In quel procedimento, Nello Giraudo ha patteggiato la pena. Ha firmato la riduzione allo stato laicale il 27 marzo 2010. Oggi il prete spretato vive a Savona al piano terra di un palazzo del centro storico, cura le piante. Non ha mai rilasciato dichiarazioni. Ma in un verbale datato 21 dicembre 2011, davanti al pm Giovanni Battista Ferro, qualcosa aveva detto: «In passato ho effettivamente affrontato serie problematiche della sfera sessuale con psicologi competenti… Effettivamente parlai dei miei problemi anche con i miei vescovi, ma lo feci in confessione». Nato a Roccabruna in provincia di Cuneo nel 1954, Nello Giraudo ha fatto il seminario a Savona.

È stato ordinato sacerdote il 27 settembre 1980. Primo incarico: vice parroco a Valleggia. Ed ecco cosa c’era scritto in un rapporto sul suo sacerdozio firmato dal vicario generale, monsignor Andrea Giusto, trovato dagli investigatori nella cassaforte della curia: «Mentre don Nello era vice parroco a Valleggia si è verificato il primo serio inconveniente. È stato accusato da una mamma di atteggiamenti morbosi nei riguardi del suo bambino, tenuto sulle ginocchia e palpato in modo difficilmente precisabile». Affidano proprio a lui una comunità per minorenni disagiati a Feglino.

Seguono altre segnalazioni, altri sospetti. Ma don Nello Giraudo continua a stare a contatto con i bambini. Annota ancora monsignor Giusto: «Attualmente, estate 2003, nulla è trapelato sui giornali. Don Nello si è impegnato a incontrare un religioso psicologo che lo aiuti a leggere in se stesso nel tentativo di ritrovare un miglior equilibrio». Anche Papa Ratzinger era stato informato. Tutti sapevano. Lo sapevano dall’inizio, ma i bambini non sono mai stati messi al riparo.

Una situazione che il gip di Savona Fiorenza Giorgi, firmando l’archiviazione di un caso per avvenuta prescrizione, ha riassunto con queste parole: «È triste dirlo, la sola preoccupazione dei vertici della curia era quella di salvaguardare l’immagine della diocesi piuttosto che la salute fisica e psichica dei minori che erano affidati ai sacerdoti della medesima». Il nuovo vescovo di Savona, monsignor Gero Marino, sceglie di non commentare la notizia della richiesta di risarcimento danni. Due mesi fa ha attivato un centro di ascolto aperto anche ai minorenni: «Il desiderio è quello dell’assoluta trasparenza». Nessuno, però, ha ancora dato una risposta a Francesco Zanardi, violentato in parrocchia quando era un bambino di 9 anni. «Mi auguro che si possa trovare un accordo.

Non ce l’ho con il vescovo, neppure con la Chiesa. Tutti noi, abusati da quel prete pedofilo, chiediamo soltanto di essere visti. Solo allora forse, dopo quarant’anni, potremmo incominciare finalmente una nuova vita».

La STAMPA del 12-7-19
La Stampa

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.