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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » abusi sessuali » Da Verona all’Argentina. Vite e accuse parallele dei due preti indagati

Da Verona all’Argentina. Vite e accuse parallele dei due preti indagati

Redazione WebNews by Redazione WebNews
26 Aprile 2019
in Triveneto
Reading Time: 3 mins read
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Fratel Nicola come fratel Eliseo. E lo scandalo si allarga

La ricostruzione
di Laura Tedesco

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VERONA – «Da casita de Dios a casa degli orrori», uno scandalo che si allarga e si ripete. Da Verona all’Argentina. Don Nicola Corradi colpito da un primo mandato d’arresto a fine 2016 e adesso anche da un secondo, don Eliseo Pirmati raggiunto da un ordine di carcerazione internazionale, con annessa richiesta di estradizione, tre notti fa, tra martedì e mercoledì. Indagati nell’ambito di due inchieste-fotocopia condotte dalle procure sudamericane di Mendoza e La Plata, don Nicola e don Eliseo devono difendersi dagli stessi, pesantissimi, reati: atti e abusi sessuali su minore, stupro, corruzione di minore.

Due sacerdoti legati a doppio filo dalle origini (sono entrambi veronesi), dall’età (ultraottantenne), dall’appartenenza allo stesso istituto religioso (quello del Provolo, che ospita bambini e ragazzi sordomuti e ha la sede madre a Verona). Ma, soprattutto, due religiosi accomunati da un destino giudiziario che, oggi in Argentina come una decina d’anni fa a Verona, sembra sfociare per entrambi negli stessi esiti.

Due «sentenze» contrapposte, quelle a cui sono giunte le indagini in Italia e in Sudamerica: un nulla di fatto in terra scaligera (dove i fatti risultavano «non più perseguibili penalmente» per l’eccessivo tempo trascorso tra i presunti abusi e le denunce delle vittime), e invece il pugno di ferro in atto oltreoceano. Rimasti invischiati nello scandalo delle presunte violenze commesse ai danni di allievi sordomuti nella sede madre del Provolo, a Verona, alla fine don Nicola e don Eliseo vennero infatti scagionati entrambi grazie alla prescrizione dalla magistratura scaligera.

Dona adesso Dona adesso Dona adesso

Tutto ciò mentre, per don Corradi e don Pirmati, i vertici dell’Istituto decidevano di inviarli in «missione» in Argentina. Ed è lì che, stando ai pm d’oltreoceano, i due sacerdoti veronesi ci sarebbero «ricascati», perpetrando ulteriori violenze su giovani sordomuti, spesso minorenni, iscritti alle succursali del Provolo nelle città di Lujàn (Mendoza) e La Plata. Prima di essere assegnato nel 1996 a Mendoza, dove un documento della sede di Verona nel 2001 lo qualifica come vice direttore e primo consigliere, don Corradi aveva insegnato all’Istituto Provolo di La Plata, Buenos Aires.

E anche in quella città, dopo l’arresto di don Nicola a fine 2016 per le presunte violenze di cui si sarebbe macchiato a Lujàn, sono cominciate ad arrivare a suo carico denunce di abusi risalenti agli anni ‘90 e sfociate,adesso, nella seconda richiesta di arresto contro il religioso veronese, tuttora ai domiciliari a Mendoza per ragioni di salute in attesa del processo.

Secondo la stampa argentina, don Corradi e don Pirmati sarebbero stati «trasferiti dai superiori religiosi in Sudamerica per coprire gli abusi commessi in Italia». Gianni Bisoli è uno dei 67 ex studenti della sede veronese del Provolo che nel 2009 denunciarono «le violenze perpetrate nei nostri confronti» da alcuni dei sacerdoti che operavano all’interno dell’istituto per sordomuti delle fine degli anni ‘50 fino al 1984: tra le righe degli esposti che non si è mai stancato di inviare «per chiedere giustizia», Bisoli ha più volte accusato di abusi sia don Corradi che don Pirmati. «Le violenze sono state perpetrate dai due religiosi sia al Provolo di Verona che a Villa Cervi (San Zeno di Montagna), per questo sono stati entrambi citati nella lettera che abbiamo inviato al Papa il 20 ottobre 2014 – ha rivelato ieri l’avvocato Marco Lodi Rizzini, referente dell’associazione sordi Provolo onlus -. Fratel Pirmati è stato poi stato trasferito in Argentina, a La Plata, ma ogni anno tornava per un mese o 2 al Provolo di Verona durante le vacanze estive».

Ora don Eliseo si troverebbe per ragioni di età e di salute in una casa di cura a Verona: «Uno studente abusato, dopo una vita tormentata e piena di dubbi e lancinanti ricordi, si è suicidato» accusa Lodi Rizzini. E il «buco nero» si allarga. Sempre di più.

(Corriere di Verona, 26 aprile 2019)

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

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