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Portale della Rete L'ABUSO - Associazione sopravvissuti | World | La condanna di Barbarin scuote (ancora) la Chiesa: al Papa la decisione sulle sue possibili dimissioni

La condanna di Barbarin scuote (ancora) la Chiesa: al Papa la decisione sulle sue possibili dimissioni

Redazione WebNews by Redazione WebNews
8 Marzo 2019
in World
Reading Time: 6 mins read
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Il porporato condannato a sei mesi di carcere con la condizionale per non aver denunciato un prete pedofilo

“Per non creare uno scandalo, come mi aveva chiesto Roma”. Il Cardinale di Lione Philippe Barbarin, condannato a sei mesi di carcere con la condizionale per non aver denunciato un prete pedofilo, lo ha sostenuto più volte: ha voluto gestire gli abusi di cui era venuto direttamente a conoscenza senza il clamore che una denuncia alla magistratura avrebbe suscitato.

Glielo aveva chiesto Roma, cioè il Vaticano. Il Vaticano cioè la Congregazione per la dottrina della fede. Cioè Luis Francisco Ladaria Ferrer, numero due dell’allora Prefetto, Gerard Muller, dal 2008. E dal 1 luglio 2017, successore di Muller, e dal giugno 2018 anche cardinale.

Ladaria non è entrato nel processo di Lione semplicemente perché il Vaticano, nell’ottobre 2018, lo ha “scudato” con l’immunità diplomatica. Quindi la sua corrispondenza con il cardinale Barbarin, che tra qualche giorno sarà ricevuto dimissionario dal Papa, non ha potuto essere utilizzata, né lui chiamato a testimoniare.

Lo stesso Papa Francesco era fiducioso nell’esito del giudizio di Lione. In una intervista del maggio 2016 a La Croix il Papa aveva detto che Barbarin “ora non deve dimettersi”. “È vero – aveva sostenuto in generale Francesco – che non è facile giudicare i fatti decenni dopo, in un altro contesto. La realtà non è sempre chiara. Ma per la Chiesa, in questo campo, non può esserci prescrizione. (…) Dagli elementi di cui dispongo credo che a Lione il cardinale Barbarin ha preso le misure necessarie, ha preso bene le cose in mano. È un coraggioso, un creativo, un missionario. Dobbiamo ora attendere il seguito del processo davanti la giustizia civile”. “Quindi non deve dimettersi?”, gli si chiedeva: “No, sarebbe un controsenso, un’imprudenza. Si vedrà dopo la conclusione del processo. Ma ora, sarebbe ammettere la propria colpevolezza”.

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Ancora alla fine dell’agosto 2018 sul volo papale di ritorno dall’Irlanda Francesco aveva sollecitato la corrispondente di Le Monde ad attendere il corso della giustizia.

Resta il fatto che in meno di due settimane, dopo il caso McCarrick dell’autunno scorso, ben due cardinali elettori in un futuro Conclave, Barbarin appunto e il cardinale Pell, sono stati condannati dal sistema giudiziario del loro Paese: il primo per copertura di un prete pedofilo. Il secondo addirittura per abusi sessuali personali. Mai accaduto.

Neppure un caso come quello di Barbarin era mai successo, si tratta di una prima mondiale (l’ex cardinale di Boston Law del Caso Spotlight non venne mai condannato dalla giustizia americana). Gli avvocati di Barbarin hanno detto che ricorreranno in appello. La Conferenza episcopale francese ha detto che sospende il suo giudizio fino alla fine dell’iter processuale. Il caso ha suscitato un’enorme clamore in Francia dove Barbarin è molto noto per iniziative contro i matrimoni gay e dove centomila persone avevano firmato una petizione perché si dimetta. La vicenda è stata oggetto di un film ,”Grace à Dieu” .

Il punto è che adesso anche questo caso è arrivato a Roma. Innazitutto bisognerà vedere se le dimissioni che Barbarin si è detto pronto a presentare saranno solo dal ruolo di arcivescovo della città francese o anche da cardinale. E resta da vedere che cosa deciderà il Papa in relazione alla sua berretta rossa ( l’arcivescovo francese era stato addirittura considerato papabile allo scorso conclave) e a quella di Pell, considerato che la loro posizione potrebbe influenzare la prossima elezione papale (tra l’altro Barbarin ha solo 68 anni e quindi sarebbe elettore per altri dodici anni).

La Sala Stampa vaticana per il momento ha rimandato alla dichiarazione pubblica resa da Barbarin alle 13 di oggi. Mentre il Papa che ha incontrato questa mattina il clero di Roma in San Giovanni al Laterano ha fatto riferimento indiretto ai casi di pedofilia dicendo: “Sento di condividere con voi il dolore e la pena insopportabile che causano in tutto il corpo ecclesiale l’onda degli scandali di cui i giornali del mondo intero sono ormai pieni”.

Motivazione della condanna.Il dispositivo del giudice non lascia spazio a dubbi. Barbarin ha fatto prevalere la difesa della Chiesa all’accertamento della verità richiesto dalle vittime. Il tribunale correzionale di Lione spiega che il porporato, arcivescovo della città francese dal 2002, aveva saputo nel 2010, una prima volta, e successivamente nel 2014, degli abusi perpetrati dal sacerdote Bernard Preynat negli anni Settanta e Ottanta a danno di un gruppo di scout, ed è ritenuto colpevole dalla giustizia francese per non avere preso l’iniziativa di denunciare il sacerdote alla Procura. La Corte, presieduta dalla giudice Brigitte Vernay, scrive, nella sentenza, che già nel 2010 Barbarin era venuto a sapere degli abusi di don Preynat grazie a una lettera inviata al suo predecessore dai genitori di una sua vittima, ma “bisogna constatare che all’epoca da parte del cardinale non è stata compiuta alcuna denuncia”, cosa “tanto più deplorevole poiché si sarebbe potuta ordinare un’inchiesta”, la vittima sarebbe potuta essere ascoltata prima così come si sarebbero potute cercare altre vittime.

Il porporato “non spiega il suo silenzio se non con la certezza che dopo il 1991 questi fatti non erano più accaduti”, prosegue la sentenza, “ma questa convinzione non poteva essere sufficiente a dispensarlo dal rispettare l’obbligo di denuncia” previsto dal codice penale francese all’articolo 434 comma 3. Don Preynat invece venne nominato nella parrocchia di Sainte Claire en Loire et Rhins e nel 2013 diventa decano. Ma poiché questi fatti sono avvenuti nel 2010, il delitto di mancata denuncia per questo primo capo d’accusa è prescritto”, spiega il tribunale.

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La seconda vicenda. Si tratta in questo caso della denuncia che il cardinale Barbarin ricevette nel luglio del 2014 da un’altra vittima, Alexandre Hezez, uno dei promotori di questo processo, che gli riferì anche, a partire dal marzo 2015, che ci sono altre vittime. “Il cardinale Barbarin non ha mai manifestato alcun dubbio su queste informazioni”, si legge ancora nella sentenza, e l’arcivescovo “aveva l’obbligo di denunciare questi fatti”. Ma “per tutto il 2014, non ha denunciato né gli abusi da Hezez né l’esistenza possibile di fatti analoghi. Non ha preso iniziativa nonostante le domande e l’insistenza di Alexandre Hezez” che “spiegava di non riuscire a capire come Bernard Preynat fosse ancora titolare di una parrocchia”.

Il principale argomento citato da Barbarin, si legge ancora nella sentenza, è che Hezez “gli diceva che i fatti di cui era stato vittima erano prescritti. Ma come comprendere la stessa inerzia quando si trattava dell’esistenza di altre vittime?”. Barbarin, ancora, “obiettava che dubitava dell’opportunità di denunciare fatti antichi che non si erano ripetuti Ma quest’ultima convinzione derivava da quanto lo stesso prete accusato, Preynat dichiarava. E in questo caso – si legge ancora – perché sollecitare il consiglio del Segretario della Congregazione per la Dottrina della fede in Vaticano” l’allora monsignore Luis Francisco Ladaria, oggi prefetto dello stesso dicastero, “il 13 dicembre 2014, ossia cinque mesi dopo il primo messaggio di Alexandre Hezez, se non perché quest’ultimo non diminuiva la sua determinazione”.

“Da questo punto di vista, continua la sentenza , è opportuno sottolineare che una denuncia alla Procura della Repubblica poteva contenere le stesse informazioni di quella trasmessa a Roma. Sappiamo adesso che la risposta inviata dal segretario della Congregazione per la Dottrina della fede prevedeva di prendere delle misure di allontanamento di Bernard Preynat ma invitava ad evitare “ogni scandalo pubblico”. Sembra infine che non era che questa unica priorità, espressa esplicitamente, che bisognava perseguire, l’unico motivo dell’inerzia di Philippe Barbarin nel corso del 2015. E mentre le sue funzioni gli davano accesso a ogni informazione e aveva la capacità di analizzarle e comunicarle utilmente- continua la sentenza – Philippe Barbarin ha scelto in coscienza, per preservare l’istituzione alla quale appartiene, di non trasmetterle alla giustizia”.

“Visto l’insieme di questi elementi – scrivono i giudici di Lione – è opportuno dichiarare Philippe Barbarin colpevole di mancata denuncia di maltrattamenti, privazioni o molestie sessuali inflitte ad un minore di quindici anni”. La decisione è stata presa in considerazione del “l’autorità che il cardinale Barbarin rappresenta, il potere che ha di decidere in piena indipendenza. Era a conoscenza della problematica legata ai comportamenti pedofili e ai danni causati alle vittime, come testimonia la sua partecipazione alla definizione dei principi adottati dalla conferenza episcopale in questo ambito. E, inoltre, non si può ignorare che aveva conoscenza più antica degli abusi contestati a Bernard Preynat”.

Per questo, “volendo evitare lo scandalo causato dagli abusi sessuali multipli commessi da un prete, ma anche per le decisioni decisamente poco adeguate prese dai vescovi che lo hanno preceduto, Philippe Barbarin ha preferito prendere il rischio di impedire la scoperta di numerosissime vittime di abuso sessuale da parte della giustizia e di vietare l’espressione del loro dolore”. È per questo che, secondo i giudici, “deve essere condannato alla pena di sei mesi di prigione” con la condizionale.

https://www.huffingtonpost.it/2019/03/07/la-condanna-di-barbarin-scuote-ancora-la-chiesa-al-papa-la-decisione-sulle-sue-possibili-dimissioni_a_23687020/

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.