Abusi in sagrestia, sentenza a maggio. L’avvocato Carlo Taormina ‘interroga’ la vittima di don Marino

E’ durato circa due ore l’interrogatorio, a porte chiuse, di Giada Vitale: richiesto dal legale dei vip, per ripercorrere le tappe che hanno portato alla condanna del sacerdote che, no a due anni fa, diceva messa in un paesino in provincia di Roma

CAMPOBASSO. Stretta nel suo giubbino nero, con lo zainetto sulle spalle ha affrontato oggi un’altra giornata di quelle con il cuore a mille. Due ore, tanto è stata seduta lì Giada Vitale: di fronte la Corte di Appello (presidente Vincenzo Pupilella, giudici a latere Giuseppina Paolitto e Giovanni Fiorilli, procuratore generale Elio Fioretti). Udienza a porte chiuse per ripercorrere quei mesi in cui ha subito le attenzioni del parroco di Portocannone, don Marino Genova.

Sono stati i legali del parroco, che non è stato ridotto allo stato laicale sebbene condannato a 6 anni di reclusione per atti sessuali su minore, a chiedere di ascoltare e interrogare la vittima degli abusi, compiuti prima e dopo il compimento dei 14 anni. Ma per il Tribunale di Larino, che ha emesso la condanna di primo grado, la storia di Giada si ferma al 20 giugno 2009 quando, appunto, compie 14 anni. E per quegli abusi commessi, e anche ammessi dal parroco, dall’aprile al giugno 2009 don Marino Genova è stato condannato in primo grado.

Due ore di domande, di richieste di chiarimenti e spiegazioni non solo dal team che difende il sacerdote (gli avvocati Carlo Taormina, famoso per i tanti ‘clienti’ famosi, e Ciro Intino, entrambi nella foto) ma anche del presidente della Corte d’Appello e del
procuratore generale.

E anche il legale che assiste Giada, l’avvocato Giuseppe D’Urbano, ha posto alcune domande alla sua assistita. “Sono stata molto precisa, ho ricostruito tutto quello che mi è
accaduto. Ho detto la verità” dice al termine dell’udienza.

Non la pensano così gli avvocati del sacerdote che rimarcano come qualche contraddizione ci sia stata e che, proprio per delineare il quadro, sia stato utile ascoltare di nuovo Giada, prima che venga emessa la sentenza.

Prevista per il 16 maggio, quando ci sarà il dibattimento e poi la Camera di Consiglio. Giada aspetta quel giorno da tanto tempo, chiede con forza giustizia e sebbene abbia il cuore a mille, si siede di fronte ai giudici, li guarda negli occhi e risponde a tutte le domande, anche quelle più dolorose. E’ l’unico modo per uscirne: parlarne, non nascondere per paura o per pudore. Raccontare la verità.

Don Marino Genova non assiste all’udienza, contrariamente a quanto fatto nel corso del processo di primo grado. Non si sa dove sia, di certo esercita ancora il suo ruolo di sacerdote. Dice Messa. Fino ad un paio di anni fa era in un paese in provincia di Roma, a Subiaco, ma oggi gli avvocati fanno spallucce, sorridono. Nessuno vuole rispondere alle domande sulla sua residenza attuale. Di certo don Marino indossa ancora il suo abito sacerdotale, celebra la Messa e impartisce i sacramenti. Lontano dai clamori del suo caso giudiziario.

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