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Zungri, parroco denunciato per molestie; nessun intervento da parte della diocesi

Redazione WebNews by Redazione WebNews
19 Agosto 2018
in Storie - Lettere di vittime e lettori
Reading Time: 4 mins read
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E’ un paese diviso Zungri, piccolo borgo nella provincia di Vibo Valentia. Appena due anni fa l’ex parroco, don Felice La Rosa, era stato arrestato per sfruttamento della prostituzione minorile. Oggi una nuova grana si abbatte sul nuovo parroco del paese, don Giuseppe Larosa, denunciato da un suo ex collaboratore. Accuse gravissime che vanno dalla molestia sessuale al furto.

A raccontare la vicenda è Pietro Serra, aspirante giornalista che in Calabria, fino a qualche mese fa, scriveva per diverse testate online e cartacee. Una vicenda surreale che ripercorre con fatica: “Incontrai per la prima volta don Larosa lo scorso anno a Zungri, pochi giorni dopo la festa della Madonna della Neve. Rimasi lì alcuni giorni e notai che qualcosa non andava quando al termine della celebrazione di un matrimonio nella frazione vicina, Papaglionti, un altro giovane sacerdote, don Mimmo Barletta, ci raggiunse nella casa parrocchiale proponendo un rapporto a tre. Idea che respinsi con fermezza, al termine del quale andò via imbronciato. Non ne parlai con Larosa per pudore e dopo pochi giorni andai via, ritornando in Campania”.

Ma i contatti tra don Larosa e Serra proseguirono, fintanto che quest’ultimo lo andò a trovare in occasione della ricorrenza di Tutti i Santi. Una circostanza tranquilla, che non rivelò nessuna intenzione particolare. Ben diverso il quadro che si sarebbe prospettato circa due mesi dopo. In occasione delle festività natalizie, Serra si recò a Zungri e Mesiano per aiutare il sacerdote che iniziò ad alzare le mani toccando le parti intime. E, come se non bastasse, il ritorno dell’altro sacerdote, don Barletta, che volle andare a fare un giro su Lamezia Terme utilizzando un’applicazione per incontri omosessuali, chiamata Grindr. Fatti che irritarono Serra, tanto da intimare a don Giuseppe Larosa di non avvicinare quel soggetto, sia per tutela personale propria, che del sacerdote. Così come minacciò di non recarsi alla conferenza sui terremoti e protezione civile che da lì a poco si sarebbe svolta a Zungri. Don Larosa, stando a quanto afferma Serra, pareva aver accolto di buon grado le parole, a tal punto che prese parte alla conferenza tenuta il 25 febbraio a Zungri, nel salone parrocchiale.

Ma le settimane a seguire diventarono un calvario per l’aspirante giornalista. “Don Larosa si prodigò per trovarmi un lavoretto sulle testate giornalistiche locali. Iniziai a collaborare con un quotidiano e un periodico, fintanto che mi regalò un cellulare nuovo dal prezzo modesto. Iniziai a chiedermi il perché e lo scoprii poco dopo, quando nuovamente mi toccò i genitali chiedendo “come sta Gigino?”. Toccamenti che si ripeterono in altre occasioni, chieste per sdebitarmi del suo attivismo, fintanto che persi la pazienza dandogli un ceffone all’interno della sacrestia”. Da quell’episodio, racconta ancora Serra, un’escalation di torti e vendette da parte del sacerdote. “Per due giorni il sacerdote mi lasciò nella casa parrocchiale privo di acqua e cibo, fintanto che tentando un rappacificamento per la debolezza fisica sempre più consistente, svenni a Vibo Valentia in un’altra struttura della diocesi di Mileto-Nicotera-Tropea”. E prosegue: “Una volta accompagnato in ospedale dal 118, stetti solo per diverse ore, fintanto che don Larosa portò due persone del luogo, un ex fotografo e un insegnante di matematica in pensione, che mi annunciarono di aver portato i miei beni quali indumenti e pc nella casa in cui svenni e che non dovevo far ritorno nella casa parrocchiale. Infatti a Zungri trovai lavoro nel santuario della Madonna della Neve, poiché don Larosa tentando di mettermi a tacere chiese al Comune un contributo di 1.000 euro che sono stati accreditati al santuario e che personalmente non ho mai ricevuto nonostante la mattina andavo ad aprire e chiudere la chiesa. Mi disse di non dirlo in giro poiché in paese si sarebbe scatenata una rivolta visto che non ero del luogo. Perciò stavo sia nella casa parrocchiale di Zungri che in quella di Vibo, visto che lui stava a Coccorino, frazione di Joppolo nel vibonese e io potevo sta solo”.

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“Una volta dimesso – conclude – chiesi di portarmi a Tropea e di restituirmi i miei averi così da poter ritornare in Sardegna, mia terra di origine, visto che avevo lasciato la Campania per la Calabria. Questo non avvenne e al contrario venni minacciato dal sacerdote, da un ex fotografo e un veterinario della zona. Contattai allora il 112 che mi aiutò e l’indomani contattarono per ben due volte don Larosa che non si presentò alla stazione dei carabinieri. Così decisi di tornare nell’isola con solo gli indumenti che portavo addosso e privo del restante materiale che mi è stato restituito in questi giorni, benché manchi ancora  una cartella clinica indispensabile per poter curare una disfunzione alla gamba”.

Della vicenda è stato informato lo scorso 15 giugno il vicario diocesano che avrebbe informato il vescovo, monsignor Luigi Renzo. Nonostante la querela di Serra, composta da 6 pagine ricche di particolari, nessuna azione è stata intrapresa nei confronti del parroco di Zungri e Mesiano. Il giovane si dice rammaricato e allo stesso tempo sereno, conscio che le autorità troveranno conferma alle sue parole, soprattutto per quanto riguarda l’utilizzo di applicazioni non proprio in linea con i dettami della Chiesa Cattolica.

Nel frattempo, in queste ore, nuove persone hanno deciso di parlare del caso. In particolare un giovane della zona avrebbe rivelato di aver avuto rapporti con don Larosa e altri ragazzi, nonostante fosse sacerdote e i restanti all’oscuro di tutto.

Lettera firmata

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.