Poi il momento arriva: “Per dire la verità, per smetterla di nascondere le cose, per affrontare quel che mi è successo ed essere onesto, con me stesso e gli altri”. Da 36 anni, con relativa fantasia,Lapo Elkann è declinato sempre con la stessa nota. Alternativamente raccontato come l’erede inconcludente , l’eterna promessa, il ragazzo selvaggio perso nell’apparenza, l’esteta annegato negli amori di frontiera, negli errori e nei vizi. “Oggi sono schiavo solo delle sigarette” dice. E mentre aggredisce un pacchetto di Marlboro, libera i silenzi rimasti chiusi a chiave. Li tira fuori senza filtro, una boccata dopo l’altra, e in una nuvola di fumo, vestito di velluto arancione, scherza: “Quando Torino è così grigia bisogna fregarla con il colore”.
Lapo affronta le curve della memoria senza freni. Va veloce. Si schianta spesso. Riparte sempre. Guarda nello specchietto retrovisore del passato e vede l’infanzia, la dislessia, i traumi mai svelati prima, le incomprensioni e i sensi di colpa. Li osserva con la malinconica consapevolezza del sopravvissuto. Sotto le luci del neon, parla per quattro ore. Soffre, ride, si cerca dentro.
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