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Portale della Rete L'ABUSO - Associazione sopravvissuti | Il punto della Rete L'ABUSO | Giuro di dire tutta la verità nient’altro che la verità… Pedofilia, caso don Mauro: la ricostruzione di don Carlo Mantegazza non reggerebbe il confronto in aula!

Giuro di dire tutta la verità nient’altro che la verità… Pedofilia, caso don Mauro: la ricostruzione di don Carlo Mantegazza non reggerebbe il confronto in aula!

Redazione WebNews by Redazione WebNews
24 Marzo 2018
in Il punto della Rete L'ABUSO
Reading Time: 8 mins read
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“Consapevole della responsabilità morale e giuridica che assumo con la mia deposizione, mi impegno a dire tutta la verità e a non nascondere nulla di quanto è a mia conoscenza“, sono più o meno le parole che ciascun testimone è invitato a leggere prima di iniziare l’interrogatorio vero e proprio in Tribunale.

Anche don Carlo Mantegazza, lo scorso 8 Marzo 2018, presso il Tribunale di Milano nella Quinta sezione penale è stato chiamato in aula per essere interrogato.

Il Giudice Ambrogio Moccia ha richiamato più di una volta l’attenzione dei testimoni nell’essere precisi quando rispondevano alle domande del PM Lucia Minutella: l’aula di giustizia è infatti la sede in cui le parole, i termini esatti che vengono utilizzati nella esposizione dei fatti, hanno il loro peso, non si può lasciare spazio alla libera interpretazione e i testimoni ne devono essere consapevoli.

Ma qualcosa non torna. Io ero presente in aula, ero presente all’udienza precedente, ed ho assistito personalmente a tutte le audizioni.

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Ho sentito i familiari della presunta vittima che con la Rete L’ABUSO sto assistendo, ho sentito don Alberto Rivolta – che ha reso testimonianza proprio prima di don Carlo – ho letto i documenti inerenti la dichiarazione rilasciata alla polizia da mons. Mario Delpini: tutto torna, tutto corrisponde tranne, inspiegabilmente, la deposizione di don Carlo Mantegazza.

Si tratta di ricostruire i fatti accaduti nei giorni immediatamente dopo il presunto abuso.

La madre della presunta vittima racconta che la mattina del 20 dicembre 2011, dopo la fatidica notte in cui il prete aveva dormito nella propria abitazione insieme al minorenne, mentre era al lavoro riceve due telefonate dalla scuola frequentata dal minore che le chiedevano di andare a prendere il ragazzo.

Una vota arrivata, trova il figlio in uno stato di shock, non parla, non risponde ad alcuno stimolo, lo sguardo perso nel vuoto, nel disperato tentativo di comprendere cosa potesse aver turbato il minore, mentre è in macchina per tornare a casa, la madre pone diverse domande senza ottenere alcuna risposta: avevi un’interrogazione? hai litigato con qualche compagno o professore? ecc. nulla, nemmeno una parola fino alla fatidica domanda: “è successo qualcosa questa notte in oratorio?” RISPOSTA LAPIDARIA DEL RAGAZZO: “QUELLO CHE SI PUO’ IMMAGINARE”.

Il gelo… per un attimo si ferma il mondo.

Non riuscendo ad avere ulteriori dettagli in quella agghiacciante mattinata, si tratta delle prime ore dopo il presunto abuso, entrambi i genitori si rivolgono immediatamente a don Alberto Rivolta, coadiutore della parrocchia di Rozzano dove la famiglia era inserita, entrambi i genitori infatti erano in quel periodo catechisti.

Si rivolgono al prete per chiedere aiuto, hanno disperatamente bisogno di aiuto e bisogno di capire, il figlio sotto shock e la sua unica affermazione che risuona nel cervello: “quello che si può immaginare”. Chiedono dunque a don Rivolta di cercare di capire “cosa si può immaginare”, cosa significa, occorre cercare di delinearlo.

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Don Alberto si impegna ad indagare per quanto da lui possibile, vede il ragazzo e prova a chiedere direttamente a don Mauro, suo collaboratore nella gestione dei piccoli e dei ragazzi che frequentano l’oratorio… e così avviene, avviene repentinamente, lo confermano tutte le testimonianze, don Mauro stesso lo ammette.

Don Alberto riferisce che ha parlato subito, il giorno successivo, con don Mauro.

Cosa si sono detti i due sacerdoti? Don Alberto riferisce che don Mauro ha confessato di aver dormito insieme al minore nel proprio letto matrimoniale, non riferisce molto di più in quella circostanza, riferisce che il minore ha urlato, e che lui, don Mauro, durante la notte ha preso fisicamente il minore per evitare che cadesse dal letto.

Contemporaneamente un parente del minore, avvisato immediatamente dai genitori, si rivolge al parroco di Rozzano don Carlo Mantegazza, lo chiama e riferisce le medesime cose, avverte il sacerdote che, la notte  del 19 dicembre, suo nipote aveva dormito insieme a don Mauro, era sconvolto: ma, rispetto a ciò che era successo, il ragazzo era riuscito a dire solo la famosa frase “quello che si può immaginare”.

Alla stessa stregua dei genitori, dunque, il parente chiede aiuto al parroco.

Don Carlo riferisce in Aula che aveva quindi intenzione di sentire nell’immediatezza don Mauro, che durante la cena con don Mauro non c’era nemmeno stato bisogno di introdurre il discorso in quanto don Mauro stesso, “di sua spontanea volontà”, aveva confessato di aver dormito con il minorenne nello stesso letto matrimoniale, a casa di don Mauro, ma che non era successo niente.

Don Carlo riferisce quindi di aver avvisato subito i propri superiori insieme a don Alberto, superiori che, oramai è già stato appurato, essere mons. Mario Delpini (all’epoca dei fatti vicario di zona in cui è sita la parrocchia di Rozzano, poi vicario generale del cardinale Angelo Scola e oggi suo successore Arcivescovo di Milano per volontà di papa Francesco) e mons. Pierantonio Tremolada (allora vicario responsabile della formazione del clero e in particolare dell’accompagnamento dei giovani preti come don Mauro, oggi promosso Vescovo di Brescia).

Fino a qui tutte le versioni coincidono, persino la deposizione rilasciata da mons. Mario Delpini quando, nel 2014, veniva interrogato dalla Polizia in pieno svolgimento delle indagini preliminari.

Ma don Carlo non si limita ad affermare quanto sopra esposto: ha voluto fare una precisazione, evidentemente ci ha tenuto in modo particolare in quanto l’ha ripetuta parecchie volte, e cioè che “la versione rilasciata da don Mauro coincideva esattamente con quanto riferito dai familiari in quei frangenti”.

E qui i conti non tornano più:

SE FOSSE VERO CHE LA VERSIONE DI DON MAURO COINCIDEVA CON QUELLA DEI GENITORI, OVVERO CHE I DUE AVEVANO DORMITO INSIEME MA CHE “NON ERA SUCCESSO NIENTE”, SI PONGONO DELLE DOMANDE QUANTOMENO IMBARAZZANTI:

  • Che bisogno aveva la scuola di chiamare la mamma del minore descrivendo uno stato di malessere, poi riscontrato, talmente grave da sollecitare l’arrivo del familiare con due telefonate ravvicinate?
  • L’unica frase del ragazzino (riferita a cosa fosse successo quella notte) “quello che si può immaginare” non lascia certo immaginare che NON FOSSE SUCCESSO NULLA.
  • La richiesta dei genitori a don Alberto, da lui confermata in Tribunale, è stata quella di “CAPIRE COSA ERA SUCCESSO, DI APPROFONDIRE”: dunque nulla faceva presupporre che non fosse successo niente.
  • Sempre don Alberto, in Tribunale, descrive esaurientemente lo stato del minore, VISTO DA LUI IL GIORNO STESSO, come “profondamente scosso, angosciato, impaurito, che non parlava con tranquillità e libertà”. Come avrebbero potuto i genitori escludere, e riferire a Don Carlo Mantegazza, che NON ERA SUCCESSO NULLA? Perché i genitori avrebbero scomodato Don Alberto, che prontamente si era presentato a casa, se parliamo di una tranquilla notte passata dal minore fuori casa?
  • L’incontro dei familiari con don Carlo è avvenuto nei giorni immediatamente successivi a quella notte: ancora non si avevano particolari ulteriori perché il ragazzino non riusciva a parlare, non vi erano ulteriori elementi. Ma non era possibile, valutando anche gli elementi emersi durante il dibattimento, che i genitori avessero detto a don Carlo che NON ERA SUCCESSO NULLA.
  • Anche una ulteriore testimonianza in Aula, quella della fidanzata che il ragazzino aveva nel 2011: dichiara e conferma, avendo visto il minore il pomeriggio immediatamente successivo a quella notte, descrive bene in aula, in modo commovente, lo stato in cui ha trovato il proprio fidanzato, “scioccato”, aggiunge che “era vulnerabile quando si trovava con don Mauro”, e che “mentre prima era un ragazzo espansivo ed affettuoso, ora non poteva nemmeno avvicinarsi per abbracciarlo”, riferisce che il ragazzino le aveva detto che “era successo qualcosa di brutto”, sempre la ragazza dichiara che “ricordava di aver pensato che don Galli avesse abusato del fidanzato anche se non glielo aveva detto esplicitamente”.

Da notare che stiamo parlando della settimana prima del Natale 2011, la fatidica notte tra il 19 e 20 dicembre quando Delpini si era già precipitato, lui stesso, a Rozzano per sentire don Mauro, raccogliere la sua diretta ammissione.

Come potevano quindi coincidere le versioni? Non c’erano stati nuovi elementi in quei pochi giorni. Come ha potuto don Carlo affermare, sotto giuramento, che la versione di don Mauro e quella dei familiari coincidevano esattamente?

Dunque loro, proprio loro, i familiari, non potevano escludere assolutamente alcun ché, anzi, chiedevano ai due sacerdoti di cercare di capire cosa potesse essere successo, avevano domande, atroci domande, non certezze!

Paradossalmente, non solo tutte le testimonianze dei familiari, ma anche quella di don Alberto, smentiscono don Carlo. Persino lo stesso Delpini lo smentisce inequivocabilmente affermando alla polizia che “don Carlo gli aveva subito detto (ancora prima che si recasse personalmente a Rozzano il 24 dicembre 2011) che si trattava di un presunto abuso sessuale“, NON che le versioni coincidevano nel descrivere che non era successo nulla.

Dunque don Carlo avrebbe mentito al Giudice?

Perché don Carlo avrebbe bisogno di mentire, sotto giuramento, quando lo stesso Giudice lo esortava ad essere preciso?

Una distrazione così macroscopica da non essere sfuggita nemmeno al copioso “pubblico” che borbottava nel merito?

Tuttavia don Carlo non si limita a queste gravi imprecisioni: racconta dettagli e particolari che lasciano perplessi…

Nella sua illustrazione dei fatti, precisa che non c’era nemmeno stato bisogno di chiedere qualcosa a don Mauro perché quest’ultimo, ancora prima che don Carlo potesse introdurre l’argomento a cena, aveva spontaneamente confessato che la notte aveva dormito insieme al minore nel proprio letto matrimoniale aggiungendo che, però, non era successo nulla.

Il Giudice, forse stupito rispetto a questa spontaneità, chiede precisamente a don Carlo come se la spiegava la “spontaneità” nell’affrontare il discorso,  e don Carlo riferiva che, probabilmente, don Mauro si era rivolto a lui come una sorta di richiesta di aiuto per gestire la situazione, essendo don Carlo il suo diretto superiore.

Il Giudice quindi chiede di precisare meglio e don Carlo riferisce che secondo lui probabilmente don Mauro aveva il timore che si sarebbe potuto sapere…

Ma sapere cosa?

La motivazione non regge, e non può reggere: se il ragazzo era andato a dormire in oratorio con il consenso preventivo dei genitori, richiesto da don Mauro stesso, e se “non era successo nulla”: COSA POTEVA “VENIRE FUORI”? Che timore poteva avere don Mauro tanto da anticipare il discorso con il parroco?

Don Alberto Rivolta in udienza, mezz’ora prima, affermava che lo stesso giorno, prima di cena, aveva chiesto a don Mauro “cosa fosse successo, se si rendeva conto”.

Dunque la “spontaneità” di don Mauro descritta sotto giuramento da don Carlo vacilla: era stato incalzato poco prima da don Alberto, pertanto don Mauro aveva già la certezza che “era emerso qualcosa”.

Da notare inoltre, curiosamente, che don Carlo specifica bene la questione del divano letto in sala quando il Giudice gli chiede se potevano esserci soluzioni differenti per dormire separatamente, oltre alla camera degli ospiti.

Don Carlo descrive meticolosamente (stranamente per questo particolare con estrema precisione), il divano letto di buona fattura: lo avevano scelto insieme (don Carlo e don Mauro), lo hanno acquistato insieme e, precisa, “lo aveva pagato la Parrocchia”.

Viene da pensare giustamente che, a farsi carico delle spese sia la Parrocchia stessa e non il singolo sacerdote che, nel caso specifico, come da dichiarazione di don Mauro (riportato dai media) risulta essere nullatenente, però è anche lecito domandarsi “come possa aver transato don Mauro”, come riferito dal comunicato ufficiale della chiesa di Milano “Un comunicato per aiutare a comprendere la verità dei fatti” in riferimento alla rinuncia della costituzione di parte civile da parte della presunta vittima e dei suoi familiari nei confronti di don Mauro, della diocesi di Milano e della parrocchia di Rozzano.

Si è appreso nella scorsa udienza che solo per il risarcimento sono stati spesi centomila euro.

Comunque va anche detto che, giustamente, don Carlo riferiva a mons. Delpini che, per lui, il fatto stesso che don Mauro avesse portato un minore nel proprio letto era di per sé grave, assai grave, un abuso, non ricordo le parole esatte, bisognerà attendere le trascrizioni.

di Francesco Zanardi

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

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