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Ex parroco alla sbarra per sesso con una minorenne. Pm chiede 6 anni, la difesa assoluzione

Redazione WebNews by Redazione WebNews
3 Ottobre 2017
in Abruzzo - Molise
Reading Time: 3 mins read
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Attesa in serata la sentenza di primo grado nel processo a carico di don Marino Genova, ex parroco di Portocannone accusato di atti sessuali con minore, una persona incapace di scegliere consapevolmente, nei confronti di Giada Vitale, una ragazza che all’epoca dei fatti aveva meno di 14 anni. Oggi la 22enne attende il verdetto in tribunale a Larino attorniata dagli avvocati e dalle donne del centro antiviolenza arrivate da L’Aquila per darle sostegno. Assente invece il sacerdote 63enne, la cui posizione era stata archiviata per i fatti riferiti a quando invece la giovane aveva già compiuto 14 anni. La Chiesa invece lo aveva già processato privandolo della possibilità di somministrare i sacramenti.

Larino. Sei anni di reclusione per atti sessuali con minore. Questa la richiesta fatta oggi pomeriggio, 3 ottobre, nell’aula del tribunale di Larino dove si sta celebrandol’ultima udienza del processo a carico di Don Marino Genova, ex parroco di Portocannone alla sbarra per la presunta violenza sessuale su Giada Vitale, che all’epoca dei fatti non aveva ancora compiuto il quattordicesimo anno di età.

Il pubblico ministero Ilaria Toncini ha chiesto al giudice Russo di condannare il sacerdote, che non è oggi presente in aula, a 6 anni di reclusione senza attenuanti. L’ipotesi di reato per la quale Don Marino Genova è imputato, tecnicamente è il 609 quater, ma oggi la pubblica accusa ha chiesto di considerare il reato a tutti gli effetti una violenza sessuale, equiparandolo perciò al 609 bis. Questo per evitare l’inghippo della improcedibilità, ovvero un tecnicismo che si applica al reato per il quale Don Marino è stato rinviato a giudizio, il 609 quater, che prevede la imprescindibilità della querela di parte entro i sei mesi successivi al fatto. Ma la famiglia di Giada ha sporto denuncia solo 4 anni e mezzo dopo. Ed è a questo particolare che si è affiliata la difesa per chiedere la assoluzione del sacerdote. Il difensore Ciro Intino del foro di Roma, ha sostenuto la improcedibilità e chiesto la assoluzione perché il fatto non sussiste. Il periodo oggetto di contestazione nel filone sopravvissuto alla archiviazione del presunto reato dopo il compimento dei 14 anni, dura appena un mese e mezzo:il mese e mezzo prima che Giada compisse 14 anni.

In quel periodo Don Marino Genova, che fino al 2012 è stato parroco di Portocannone, ha abusato sessualmente di una ragazzina incapace di scegliere e di comprendere cosa le stesse accadendo? Questa la domanda alla quale si trova a dover rispondere, con l’applicazione delle leggi in merito, il giudice Russo, che alle 18 in punto si è riunito in camera di consiglio per elaborare il verdetto, che verrà letto in aula appena pronto. La parte civile, rappresentata dall’avvocato Giuseppe d’Urbano, si è uniformata alle richieste della pubblica accusa. Pochi i commenti nell’attesa della lettura. “Siamo fiduciosi” si sente dire da più parti. Presenti in tribunale anche alcune donne del centro antiviolenza dell’Aquila, le stesse già presenti in passato a Larino per portare sostegno alla giovane molisana.

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Una vicenda, quella tra la ragazza e il sacerdote (sospeso ‘a divinis’ dal tribunale ecclesiastico e attualmente in una casa di clausura romana), che ha tenuto banco per anni, finendo anche, in più occasioni, sui media nazionali.

Nel 2013, esattamente 13 mesi dopo l’insolito abbandono della Casa Canonica di Portocannone dell’allora parroco cinquantottenne, era emerso un particolare sconcertante: la famiglia di Giada aveva presentato denuncia per abusi sessuali a carico di don Marino Genova. E sempre per abusi e violenze sessuali il sacerdote era stato processato dalla Chiesa e privato della possibilità di somministrare i sacramenti.

Ora si avvia alla conclusione il processo ordinario, quello della giustizia “laica”. Le indagini erano in realtà state divise in due differenti filoni: il primo relativo ai presunti abusi commessi quando Giada Vitale aveva meno di 14 anni, il secondo per fatti accaduti dopo il quattordicesimo anno di età della ragazza, oggi 22enne.

In relazione a questo secondo troncone, nel giugno 2016 il giudice del tribunale di Larino Daniele Colucci aveva archiviato la posizione di Don Marino Genova, sebbene più di recente l’avvocato D’Urbano abbia chiesto la riapertura del fascicolo.

Don Marino non ha mai voluto rilasciare interviste ai giornalisti e alle televisioni, ma ha scelto di fare dichiarazioni spontanee in tribunale. Oggi saprà a cosa lo ha condannato la giustizia civile, dopo la pena inflittagli da quella religiosa.

http://www.primonumero.it/attualita/primopiano/articolo.php?id=26104
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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.