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Rete L'ABUSO - Associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero
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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » abusi sessuali » “I colpevoli anni di Giada”

“I colpevoli anni di Giada”

Redazione WebNews by Redazione WebNews
22 Gennaio 2020
in Abruzzo - Molise
Reading Time: 4 mins read
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Torna dal Gip la vicenda degli abusi

Il prossimo 3 febbraio il Gip di Larino dovrà di nuovo decidere sulla vicenda degli abusi sessuali subiti da Giada Vitale, dopo i 14 anni, ad opera del parroco del suo paese.

Il difensore di Giada, Giuseppe D’Urbano, ha presentato la sua opposizione alla richiesta di archiviazione della denuncia per abusi sessuali e il Gip Rosaria Vecchi dovrà decidere se archiviare o andare avanti con nuove indagini e un possibile nuovo rinvio a giudizio per don Marino Genova.

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Per la Procura della repubblica di Larino il fascicolo sui presunti abusi sessuali subiti a 14 anni da Giada Vitale da don Marino Genova è da archiviare. La richiesta è stata presentata al gip dal pubblico ministero Ilaria Toncini. La situazione, tuttavia, è piuttosto complessa. Don Marino, infatti, ex parroco di Portocannone, in Molise, è stato già condannato in due gradi di giudizio a quattro anni di carcere per aver abusato sessualmente di Giada Vitale, nel 2009. Attenzione, però, solo per gli abusi avvenuti fino al compimento del 14esimo anno di età di Giada, quindi, per un periodo di due mesi.

Per 60 giorni, dunque, Don Marino è considerato un abusatore e come tale è stato condannato, mentre per i tre anni successivi, ovvero fino ai 17, Giada è considerata dalla procura consenziente. Tesi a cui si oppone l’avvocato D’Urbano, facendo leva su perizie psicologiche e psichiatriche che dimostrerebbero, senza alcun dubbio, la condizione di subalternità e gli abusi subiti da Giada. Anche la Procura, dal suo canto, fa leva sull’indagine psicologica riguardante quegli anni.

Sono stati ascoltati medici e psicologi che hanno avuto in cura Giada Vitale nel periodo di interesse e l’esame di queste testimonianze e dei documenti per il pm Toncini, non avrebbe fatto emergere “in maniera chiara e univoca una condizione di inferiorità fisica o psichica della parte offesa”. Giada, insomma, pur essendo stata vittima di abusi nei mesi precedenti, per la Procura avrebbe immediatamente acquistato, compiendo 14 anni di età, una tale consapevolezza di sé e della realtà da poter scegliere consapevolmente di proseguire ‘la relazione’ –  perché tale verrà considerata di lì in poi – con il parroco.

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Per la procura, quindi, il limite temporale dei 14 anni trasforma gli abusi in una relazione. Un’interpretazione respinta dalla difesa per motivi logici e giuridici. Ma esiste un altro terreno, quello mobilitazione del ‘pianeta donna’ che sta correndo in aiuto di Giada, una fortissima pressione del mondo femminile molisano, che contesta la decisione di far diventare i 14 anni una specie di frontiera, o limite, oltre il quale l’abuso diventa relazione. È chiaro che l’ultima parola toccherà al Gip, intanto, una nota scrittrice e donna di cultura molisana, Greta Rodan, ha voluto far sentire la sua voce, raccontando la versione di Giada:

“Sono esausta, mi dice Giada, me lo dice a parole, me lo dice dai suoi occhi di giovane donna già stanchi, così tragicamente provati, così belli. Giada perde il padre a 3 anni, questo da solo è un dramma profondo e che cambia l’esistenza, se non fosse che a cambiare la vita di questa delicata e coraggiosa creatura è un evento di portata enorme, di devastante tragicità. Giada conosce Don M. a 12 anni, in chiesa, nel suo paese, uno dei tanti di questo nostro Molise, perché Giada è già una musicista, è in anticipo sui tempi, un talento e una promessa. Don M. sembra voler diventare la figura di educatore, di consigliere, di amico che a Giada è mancata mentre lei comincia a affacciarsi al mondo con grazia.

Ma il suo educatore, ora che lei ha 13 anni, vuole essere per lei altro, e così lo diventa, con determinazione mostruosa, per lei che è così piccola, per lei che è una bambina, per lei violata nel cuore, nel cervello, e nel corpo tanto da sentirli esplodere, da sentirsi una minuscola bambola, un giocattolo rotto, un errore. La gravità dei fatti non la capisci quasi mai quando ti accadono, la capisci col tempo, con la consapevolezza, eppure qualcosa in te lo sa, lo sente, qualcosa ti grida nell’orecchio sinistro, dalla parte del battito. Ma tu la riconosci anni dopo, lei la riconosce anni dopo, quando ha 17 anni, quando è tardi per salvare la bambina che sarebbe dovuta essere ma è ancora possibile, invece, salvare la donna che sarà. E allora denuncia, ché nessuno che non ci sia mai trovato, può capire il coraggio della parola “denuncia”.

Lo fa, ci riesce, pensa incautamente che sarà quello l’inizio della sua nuova vita, da essere umano libero e tutelato e finalmente protetto. Ma nelle aule gelide, qualcuno che partecipi al tuo dolore non sempre lo trovi. Don M. viene condannato a 4 anni e 10 mesi di carcere per gli abusi compiuti prima dei 14 anni di Giada, non ha fatto un solo giorno di carcere perché è ancora in attesa della sentenza definitiva. Per il periodo compreso tra i 14 e i 17 anni di Giada, la posizione di Don M., un uomo di 40 anni più grande di Giada, è stata archiviata, due volte, perché i giudici hanno stabilito che Giada, una bimba di 14 anni, è stata consenziente. Giada non si arrende, Giada vuole giustizia, vuole Pace.

Va dovunque la ascoltino, partecipa a trasmissioni televisive nazionali, si fa intervistare, ci mette la faccia. Voi lo sapete che carattere, che determinazione ci vogliono a metterci la faccia? Ci vogliono quelli di questa ragazza, che ora ha 24 anni, che ha subito violenze, abusi, che è stata insultata per anni dai compaesani con “Don M. ne poteva avere cento più belle di te” “Lo hai sedotto tu”. Voi lo sapete che coltelli sono queste parole? Lo sapete che sono coltelli in ferite più grosse, in abissi di disperazione e solitudine e “Dio mio non ce la farò, non ce la farò”? Lo sapete che cuore devastato ha la nostra Giada? Perché lei è nostra, vorrebbe esserlo, vorrebbe essere la sorella dei magistrati perché allora i magistrati comprendano davvero il dolore, la figlia del paesano che insulta perché allora la abbraccerebbe, le direbbe “ci sono qua io a proteggerti”.

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E per me questa sconosciuta creatura è mia sorella, la mia amica, e insieme aspettiamo il 3 febbraio quando il tribunale di Larino deciderà per la terza volta se archiviare o finalmente cominciare la strada della giustizia per Giada, per quello che di lei resta, per la pace di quella bambina dimenticata, per la pace di questa ragazza tenace ma che mi dice, vi dice, “sono esausta”, per lei, offesa nell’anima da quello che qui chiamo fino alla fine Don M., benché il suo nome sia pubblico, perché voglio solo bellezza, coraggio, speranza in queste parole e Giada Vitale è il solo nome che me li ricordi”.                               

https://quotidianomolise.com/i-colpevoli-anni-di-giada/?fbclid=IwAR1gMNmL0DrmbKvfxezSItgzmwy6vcUNhdGF_lRmsaL1k2Ohka_TNbCbWe0

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.

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