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Portale della Rete L'ABUSO - Associazione sopravvissuti | News | I figli dei preti

I figli dei preti

Redazione WebNews by Redazione WebNews
18 Agosto 2017
in News
Reading Time: 7 mins read
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Il team “Spotlight” del Boston Globe – quello del film – ha pubblicato la sua ultima inchiesta: sul celibato nella Chiesa cattolica e sui sacerdoti diventati padri

Il Boston Globe, storico quotidiano di Boston fondato nel 1872, ha pubblicato ieri l’ultima inchiesta di “Spotlight”, il suo team di giornalismo investigativo, uno dei più famosi al mondo. L’inchiesta, divisa in due parti (qui e qui), riguarda i figli dei sacerdoti cattolici, figli “illegittimi” visto che da nove secoli la Chiesa cattolica impone il celibato ai suoi sacerdoti: racconta la storia di alcuni di loro, di come sono venuti a sapere nel corso della loro vita di essere figli di preti, delle difficoltà e problemi che hanno dovuto affrontare e delle risposte che la Chiesa ha dato sul tema negli ultimi anni. L’inchiesta è stata molto ripresa anche per la notorietà ottenuta dal team investigativo del Boston Globe dopo l’uscita del film Il caso Spotlight, nel febbraio 2016, che tra le altre cose ha vinto l’Oscar come miglior film.

Michael Rezendes, autore dei due articoli del Boston Globe e membro del team Spotlight (nel film Spotlight è il giornalista interpretato da Mark Ruffalo), ha raccontato alla trasmissione CBS This Morning di avere cominciato l’inchiesta dopo essere venuto a conoscenza della storia di uno dei molti figli di sacerdoti negli Stati Uniti, Jim Graham, e di avere capito che non era un episodio isolato – un’eccezione, come sostiene la Chiesa da molti anni – ma di una situazione che probabilmente coinvolge migliaia di persone in tutto il mondo: «Capii che era una cosa sistematica e meritava tutta la mia attenzione», ha detto Rezendes. Gli articoli del team Spotlight partono da qui, dalla storia di Graham e dalle sue ricerche – iniziate ormai più di vent’anni fa – per scoprire qualcosa di più sul suo padre biologico.

Graham, ha raccontato il Boston Globe, passò la sua giovinezza e parte della sua vita adulta a chiedersi come mai quello che credeva essere suo padre – John Graham, proprietario di una pompa di benzina a Buffalo, nello stato di New York – lo detestasse così tanto. Nel 1993, quando i suoi genitori erano già morti, Graham tornò a Buffalo, dove incontrò i suoi zii per sapere la verità sul suo passato. Sua zia Kathryn tirò fuori una lettera di un ordine religioso cattolico: mise il dito sulla fotografia che ritraeva un uomo calvo, con lo sguardo triste, che indossava il collarino ecclesiastico, il collarino bianco dei preti: «Solo i tuoi genitori lo sanno per certo, ma quest’uomo potrebbe essere tuo padre». Quell’uomo era il reverendo Thomas Sullivan, che si era laureato al Boston College e che poi aveva studiato da sacerdote a Tewksbury, in Massachusetts. Tempo dopo Graham venne a sapere che quello che aveva creduto per molto tempo essere suo padre, John Graham, aveva scoperto che sua moglie lo aveva tradito con Sullivan, e per questo voleva il divorzio: «Assomigliavo così tanto a mio padre [a Sullivan], devo essere stato [per John Graham] un costante ricordo dell’uomo che gli aveva portato via la moglie».

Oggi Graham sta ancora aspettando la conferma ufficiale che suo padre fosse Sullivan.

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Un’alta storia molto intensa raccontata dal Boston Globe è quella di Chiara Villar, una donna di 36 anni che vive nella periferia di Toronto, in Canada. Villar sa di essere figlia di un prete da quando era molto piccola, ma sua madre le ha sempre detto di riferirsi a lui solo come a uno zio: «Mi chiedevo perché non poteva essere mio padre, così ho cominciato a sentirmi in colpa». La madre di Villar, Maria Mercedes Douglas, incontrò Anthony Inneo all’inizio degli anni Settanta a Buffalo. Douglas non sapeva che Inneo era un sacerdote; quando l’aveva conosciuto non indossava il collarino bianco. Dopo essere tornata a Madrid per un periodo, Douglas andò di nuovo a Buffalo, dove aveva degli amici, e iniziò una relazione con Inneo. Quando Inneo le disse di essere un sacerdote, Douglas non ci poteva credere: «Sembrava uno scherzo di cattivo gusto», ha raccontato al Boston Globe. I due continuarono comunque la loro relazione e Inneo le promise che avrebbe lasciato presto il sacerdozio. Poi, un giorno, lei scoprì di essere incinta: «Fu uno shock. Non sapevo cosa fare». Lo disse a Inneo, ma lui rispose che non era ancora pronto a lasciare la sua vita religiosa. Lei cominciò a credere che non l’avrebbe mai fatto.

Fin da quando era piccola, Chiara Villar – la figlia di Douglas e Inneo – sapeva la verità sul padre, ma non poteva dirla a nessuno: «Non penso che loro [i miei genitori] capissero il trauma psicologico che mi avrebbe provocato il fatto di dirmi che dovevo mentire», ha raccontato Villar. Negli anni successivi Inneo andò regolarmente a vedere sua figlia, con la quale aveva un ottimo rapporto, ma Villar era costretta a continuare a mentire: «In privato lui era mio padre, ma in un attimo, quando uscivamo dalla macchina di mia madre, era una cosa tipo, “Ok, Chiara, che Dio ti benedica”. Era tutto un Dr. Jekyll e Mr. Hyde». Quando fu più grande, Villar cominciò a sentirsi in colpa e a considerarsi non meritevole dell’amore di suo padre: cominciò a farsi regolarmente dei tagli sul corpo. Villar non ebbe mai la possibilità di avere una relazione normale e pubblica con suo padre: dopo che Inneo si ammalò di Alzheimer, la sua famiglia lo mise in una casa di cura senza dirle niente. Lei trovò l’indirizzo e andò a trovarlo, ma la malattia era già in fase avanzata e lui non la riconobbe: «Mi ha nascosto tutta la sua vita e poi si è ammalato di Alzheimer, e mi ha dimenticata», ha raccontato Villar al Boston Globe.

Il Boston Globe ha scritto che probabilmente ci sono migliaia di figli di sacerdoti in tutto il mondo: Irlanda, Messico, Polonia, Paraguay, Stati Uniti e molti altri paesi, dovunque ci sia la Chiesa cattolica (quindi ovviamente anche in Italia). Il numero esatto non si può sapere, ma negli ultimi anni molti di loro sono entrati in contatto grazie a un sito internet creato da Vincent Doyle, figlio di un prete cattolico irlandese che ha scoperto la verità sulla sua famiglia quando aveva 28 anni. Grazie al sito, che si chiama Coping International, Doyle ha conosciuto decine di figli di preti, tra cui molte persone che a causa della loro storia – a volte perché costrette a mentire, altre per la mancanza di un sostegno finanziario da parte del padre biologico – hanno avuto problemi psicologici ed economici. Doyle ha anche cercato di rivolgersi direttamente al papa. Nel giugno 2014 andò a San Pietro per assistere alla messa della domenica: quando papa Francesco passò davanti a lui, gli baciò l’anello e gli diede una lettera tradotta in spagnolo che parlava della situazione dei figli dei sacerdoti. A Doyle sembrò che il papa leggesse il primo paragrafo della lettera: «Aveva uno guardo sincero e profondo sul suo viso. Poi strinse la lettera vicino al cuore e disse: “Sì, sì, la leggerò”». Doyle però non ricevette mai una risposta. Nel frattempo la Chiesa cattolica continuò a trattare i figli dei sacerdoti come situazioni negative ma “eccezionali”, minimizzando la dimensione del fenomeno.

Il diritto canonico, il sistema di leggi, regole e principi che la Chiesa usa per governare il mondo cattolico, non spiega come dovrebbe comportarsi la Chiesa nel caso in cui un sacerdote faccia dei figli. Il contributo economico alla madre del bambino dipende dalla generosità del sacerdote, non esiste nessun obbligo:

«Alcuni sacerdoti nei casi analizzati dal Globe hanno preso le loro responsabilità seriamente. Sono padri devoti, anche se in privato. Alcuni hanno promesso alle donne madri dei loro figli che avrebbero lasciato il sacerdozio, ma pochi l’hanno fatto; altri le hanno confortate dicendo che sarebbe stato solo questione di tempo prima che la Chiesa abbandonasse l’obbligo del celibato, decisione che però papa dopo papa, compreso papa Francesco, non è mai stata presa.»

In molti casi i sacerdoti non hanno assunto la responsabilità finanziaria o legale per i loro figli. Dei 10 casi analizzati approfonditamente dal Boston Globe, solo due madri hanno deciso di rivolgersi a un tribunale per ottenere un qualche tipo di sostegno per i loro figli, mentre tutte le altre hanno lasciato che fosse il padre a decidere quanto dare ed essere presente. In altri casi, ha scritto il Boston Globe, non c’è stato nemmeno bisogno che il sacerdote chiedesse segretezza: le madri profondamente cattoliche lo considerano non solo come il padre dei loro figli, ma anche come un rappresentante di Dio. Questo ha fatto sì che le donne vittime di abusi sessuali siano state riluttanti a riportare alle autorità quello che era successo, perché si assumevano spesso la colpa della violenza.

Negli ultimi anni sono stati pochi i leader della Chiesa cattolica che hanno parlato della situazione dei sacerdoti con figli. Uno di loro è stato l’arcivescovo di Dublino, Diarmuid Martin, che tra le altre cose ha aiutato Doyle a lanciare il suo sito, Coping International. Martin ha detto: «Un bambino ha il diritto di conoscere suo padre e ogni padre ha obblighi fondamentali nei confronti di suo figlio o sua figlia». Di recente la Conferenza episcopale dei vescovi irlandesi ha approvato delle linee guida che chiedono a ogni sacerdote con figli di «affrontare le proprie responsabilità personali, legali, morali e finanziarie», ma non chiedono la rinuncia al sacerdozio. Doyle sperava che una decisione simile fosse presa anche dal Vaticano, ma le cose sono andate diversamente. Il cardinale Sean O’Malley, importante consigliere di papa Francesco e capo della Commissione pontificia per la protezione dei minori, ha scritto un breve comunicatosulla questione in risposta all’inchiesta del Boston Globe. In un passaggio si legge che ciascun sacerdote che ha fatto un figlio ha «un obbligo morale di farsi da parte dal sacerdozio e provvedere alla cura e ai bisogni della madre e del figlio». O’Malley ha aggiunto che la commissione che guida non si occuperò di queste situazioni, perché andrebbero oltre il suo mandato.

Tre anni fa, la commissione delle Nazioni Unite sui diritti del bambino ha parlato dei casi in cui sacerdoti cattolici avevano costretto le donne incinte dei loro figli a rimanere in silenzio per evitare lo scandalo, in cambio di sostegno finanziario. La commissione aveva chiesto al Vaticano di dire quanti fossero il numero dei bambini figli di sacerdoti, aveva chiesto di scoprire chi fossero e di prendere tutte le misure necessarie per assicurare che i diritti di questi bambini venissero garantiti. Il Vaticano dovrà farlo entro l’1 di settembre di quest’anno.

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http://www.ilpost.it/2017/08/17/figli-sacerdoti-cattolici-spotlight-boston-globe/

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.