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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » abusi sessuali » Un bel dilemma: segreto confessionale o reato? – riflessioni di una lettrice cattolica

Un bel dilemma: segreto confessionale o reato? – riflessioni di una lettrice cattolica

Redazione WebNews by Redazione WebNews
19 Agosto 2017
in Cronaca e News
Reading Time: 3 mins read
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Sui giornali di questi giorni, 16 agosto, è stata riportata la notizia relativa alla prefazione scritta da Papa Francesco per il libro “La perdono, padre” di Daniel Pittet.

Il Papa parla di “un peccato terribile, una assoluta mostruosità che contraddice tutto quello che la chiesa insegna”, chiede perdono a tutti ribadendo che “Alcune vittime si sono alla fine addirittura tolte la vita. Quei morti pesano sul mio cuore come sulla mia coscienza e sull’intera chiesa. Alle loro famiglie vorrei esprimere il mio amore, il mio dolore e chiedere in tutta umiltà il loro perdono”.

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La notizia che il Papa avesse scritto la prefazione del libro era già ampiamente apparsa sui giornali il 13 febbraio 2017, e stiamo parlando dello stesso libro.

Contemporaneamente sui giornali, sempre del 16 agosto, è apparsa un’altra notizia: “In Australia la commissione d’inchiesta dice no al segreto della confessione”.

Si legge in questo articolo che “si è trattato dell’inchiesta più approfondita sulla pedofilia nella storia dell’Australia” dalla quale è emerso che “il 7% dei preti cattolici d’Australia è accusato di aver commesso abusi su minori dal 1950 in poi”. Si ribadisce che, sempre in quell’articolo, “La commissione assicura di voler rispettare il significato della confessione religiosa, in particolare l’inviolabilità del segreto confessionale”.

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Ma viene anche citato “Tuttavia abbiamo avuto numerose testimonianze in cui sono stati rivelati in confessione casi di abusi sessuali a minori, e prove che i perpetratori che si erano confessati hanno continuato a commettere abusi per poi chiedere nuovamente perdono.

Tra le 85 raccomandazioni della commissione d’inchiesta vi è dunque quella che “i sacerdoti non potranno più usare il segreto del confessionale per evitare di denunciare alla polizia informazioni rivelate su abusi sessuali a minori. Se le raccomandazioni saranno adottate dai governi federali e statali, la mancata denuncia diverrebbe un reato penale.”

Dunque, da una parte leggiamo il pesante risultato del lavoro di una commissione d’inchiesta, durato quattro anni, che pesantemente riconosce la necessità che un prete accusato di abusi sessuali su minori venga denunciato, addirittura chiedendo la violazione del segreto confessionale, e dall’altra le timide considerazioni del Pontefice che nulla propongono di concreto per FERMARE un prete pedofilo.

Se queste raccomandazioni si dovessero adottare, ci troveremmo davanti ad uno scenario alquanto interessante.

Ovvero: qualora un prete si trovi ad ascoltare la confessione di un “collega” in merito ad un abuso sessuale compiuto, avrà una scelta molto difficile da compiere.

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Se denuncia alle autorità il prete pedofilo, il prete che compie la denuncia si trova SCOMUNICATO LATAE SENTENTIE secondo il Codice di Diritto Canonico, come previsto dall’art. 1388 poiché viola il segreto confessionale; se invece non denuncia incorre in un reato penale per il quale potrebbe addirittura essere prevista una pena detentiva in carcere.

Interessante.

Ci si domanda se, per non incorrere in nessuna delle due gravissime condizioni, ogni prete, parroco, vescovo che viene a conoscenza di un abuso sessuale su minori si decida a DENUNCIARE alle Autorità affinché la giustizia faccia il suo corso attraverso indagini accurate e approfondite, senza aspettare che il prete pedofilo vada eventualmente a confessarsi.

Se è vero che, come è emerso dall’inchiesta australiana, vi sono dei cadi in cui il prete abusatore ha riferito il suo reato in confessione vincolandolo al segreto confessionale, è altrettanto vero che le vittime e i familiari si rivolgono ai parroci e ai vescovi per segnalare il loro dramma, NON IN CONFESSIONE (non è certo un peccato essere una vittima!): basterebbe che il parroco, il vescovo o qualsiasi altro prete che riceve la notizia da parte delle vittime o dei familiari, DENUNCI il presunto reato alle autorità.

È questo che potrebbe proclamare il Santo Padre affinché le sue parole “è un peccato terribile, una assoluta mostruosità che contraddice tutto quello che la chiesa insegna” non siano solo tante belle parole che chiunque potrebbe dire senza essere il Pontefice.

Redazione

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.