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Se un don sciupafemmine preoccupa più di un prete pedofilo

Redazione WebNews by Redazione WebNews
24 Luglio 2017
in Cronaca e News
Reading Time: 5 mins read
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La Chiesa cattolica ha troppo spesso chiuso gli occhi. Condannando più degli orchi i sacerdoti donnaioli perché rischiavano lo scandalo della paternità. Ma chi crede che il matrimonio per gli ordinati possa essere la soluzione, sbaglia.

Matteo, nel suo Vangelo (18,6), cita una terribile frase di Gesù contro chi scandalizza i «piccoli»: meglio legarsi una macina di mulino al collo e sprofondare negli abissi del mare. Spesso gli esegeti ufficiali del sacro libro dicono che l’evangelista non necessariamente con quel «piccoli» intendeva i bambini e quindi sarebbe forzato voler legare la macina al collo dei pedofili. Il Papa nero o superiore generale dei gesuiti, il venezuelano Arturo Sosa Abascal, ha detto parlando genericamente di Vangelo che occorre «discernimento», come sempre ricorda Papa Bergoglio, e poi ai tempi di Gesù non c’erano registratori e quindi «bisognerebbe incominciare una bella riflessione su quanto ha detto veramente Gesù». Parole grosse.

Difficile comunque convincere i “piccoli”, siano essi come dicono gli esegeti i piccoli nella fede, i mezzo cristiani o un terzo di cristiani, o i veri piccoli e le loro famiglie, che la macina non sia appropriata per i pedofili e in particolare per i preti pedofili. L’ultimo caso è quello che sfiora Georg Ratzinger, fratello del Papa emerito, monsignore e maestro di cappella e direttore per molti anni del coro del Duomo di Ratisbona, istituzione dove l’ultimo atto d’accusa sulla pedofilia sacerdotale parla di 67 casi in vari decenni. Ratzinger qualcosa sapeva, dice l’indagine commissionata dalla curia per fare chiarezza, ma non ha agito.

Sono più di 30 anni che il binomio pedofilia-clero è entrato nelle cronache, da quando nel 1985 l’americano National Catholic Reporter di Kansas City, Missouri, uscì con la prima denuncia di casi ripetuti e dell’incapacità dei vescovi ad affrontare il problema. Dal 2004 al 2014 sono arrivati all’esame del Vaticano 3.400 casi. E i preti ridotti allo stato laicale sono stati numerosi, 384 negli ultimi due anni del pontificato di Papa Ratzinger, mentre i provvedimenti continuano.

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LA CRISI DELLE VOCAZIONI. Per chi conosce poco la Chiesa cattolica resta il dubbio che ci sia qualche lacuna nella formazione dei sacerdoti e che, in alcuni casi, questo possa portare a colpevoli devianze sessuali. Ma nella stragrande maggioranza dei seminari non c’è mai stata nessuna spontanea “educazione” alla morbosità. I dubbi per chi ha familiarità con l’ambiente sono di altro genere e riguardano alcuni principi che hanno governato la formazione del clero per secoli, e fino a pochissimi decenni fa. I pedofili che hanno fornito le cronache di tante tristi vicende erano i seminaristi di 50 o 40 o 30 anni fa. Oggi poi, con la scarsità paurosa in Europa di quelle che venivano definite vocazioni, non si sa neppure quali siano i principi di formazione del clero. I seminari minori (medie e ginnasio) sono chiusi da decenni e i maggiori (liceo e teologia) spesso sono stati costruiti per 200 seminaristi e ne hanno 20, di cui 10 magari di troppo perché sbandati in cerca di uno status.

TRA CHIESA E MONDO. La Chiesa cattolica era, ed è ancora nonostante tutto, l’ultima teocrazia d’Occidente. In ogni diocesi e quindi in ogni seminario il vescovo era il rappresentante di Dio in terra, in quel lembo di terra. Lo è tutt’ora, soprattutto se ha ancora un seminario, e per i suoi seminaristi. Al seminarista veniva insegnato che esistevano due realtà, la Chiesa prediletta da Dio e “il mondo” irto di insidie. Nel mondo occorreva muoversi, dopo esserne stati tenuti al riparo in seminario per lunghi anni, per salvarlo. La realtà femminile restava, più che un mistero, una terra incognita. Alle visite domenicali ai seminaristi erano gradite le mamme, ovviamente, ma non quelle graziose e tantomeno le sorelle formose. La mamma, in fondo l’unica figura femminile concepibile, doveva essere l’immagine del ruolo sofferente di Maria.

OBBEDIENZA LASCIAPASSARE. La virtù di gran lunga prediletta dai superiori era l’obbedienza. Non di rado, va detto, si trattava di persone di ottimo livello umano e culturale, ma non certo tutti. I più obbedienti, i più ligi al vescovo, i più ossequienti, erano in genere i peggiori, e i più ignoranti, ma i più potenti. Il rendimento scolastico veniva dopo, e la promozione negli esami interni non si negava a nessuno. Pio, ligio, obbediente, entusiasta e rispettoso: questo il buon seminarista. Poi, a 23 o 24 anni l’ordinazione sacerdotale, tutto cambiava, dal refettorio dei seminaristi si passava a quello dei superiori, e si aprivano le porte del “mondo”, dove i più entravano come pulcini bagnati fuori dalla stoppa.

Che cosa è cambiato oggi? I seminaristi sono quattro gatti, e non solo in Italia: l’intera Francia ha ordinato l’anno scorso 84 preti. Nessuna “professione” è geriatrica come quella del clero cattolico nei nostri Paesi. Le nuove leve hanno trattamenti d’emergenza. Oggi si diventa preti senza studi classici, per quanto rabberciati, senza latino, lasciamo perdere il greco prima lingua della cristianità, con una teologia più che approssimativa, perché valli appenniniche o prealpine che hanno otto chiese e avevano otto parroci oggi ne hanno uno solo, se ce l’hanno, e ci sono tra l’altro grossi beni immobiliari dal salvaguardare e amministrare. La liturgia ormai è altra cosa. D’altro canto chi si fa prete con retta intenzione conosce abbastanza il “mondo”, ne fa parte, vive in simbiosi, e se armato di fede profonda e tanta generosità è meno estraneo al terreno che dovrà poi praticare.

ATTENTI AL DON SCIUPAFEMMINE. Molti vescovi e sacerdoti con responsabilità su vari confratelli sono stati accusati di avere taciuto, non avere agito tempestivamente su casi di pedofilia, che in genere riguardava bambini o ragazzini di sesso maschile, ma non sempre. Chi ha qualche esperienza di curie vescovili ha sempre avuto la sensazione che la gerarchia si preoccupasse più per un parroco che notoriamente “curava” troppo alcune signore e signorine del suo gregge che non per un sacerdote troppo suadente verso qualche bambino, o bambina. In genere il vescovo interveniva, di fronte a forti sospetti o fatti concreti, allontanando, ma raramente denunciando. Mentre il parroco sciupafemmine veniva più prontamente redarguito e punito, come disonore per tutto il clero. La realtà era che lo sciupafemmine poteva mettere incinta qualche parrocchiana, di interruzione della gravidanza naturalmente non si poteva parlare, e il figlio del prete era un problema per tutta la diocesi. Si dice in genere che la soluzione sarebbe il matrimonio. Ma non è che un potenziale molestatore di bambini sia un buon marito. Né è provato che un buon marito possa essere anche un buon prete.

http://www.lettera43.it/it/articoli/cronaca/2017/07/23/se-un-don-sciupafemmine-preoccupa-piu-di-un-prete-pedofilo/212373/

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.