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Rete L'ABUSO - Associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero
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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » abuso sessuale » CASO DON MAURO GALLI: LE MENZOGNE VENGONO A GALLA.

CASO DON MAURO GALLI: LE MENZOGNE VENGONO A GALLA.

Redazione WebNews by Redazione WebNews
24 Luglio 2017
in Lombardia
Reading Time: 5 mins read
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Man mano che si avvicina la data della prossima udienza del processo penale che vede imputato Don Mauro Galli, emergono ulteriori dettagli che delineano più chiaramente il “protocollo” adottato dalla Diocesi, ed in particolare dai suoi massimi rappresentanti, nella gestione di questi crimini.  Don Galli è accusato di aver approfittato sessualmente di un minorenne portandolo nel suo letto nella parrocchia di Rozzano (Milano), in occasione del percorso di preparazione al Natale 2011 che don Mauro stesso aveva organizzato per i ragazzi della parrocchia. L’udienza si terrà nella quinta sezione penale del Tribunale di Milano il prossimo 21 settembre, e vede coinvolti anche la Diocesi di Milano oltre che la parrocchia di Rozzano.

Come si suol dire “il diavolo fa le pentole ma non i coperchi”! Infatti, anche senza essere investigatori, anche solo analizzando con un minimo di attenzione i dati certi fino ad ora emersi, ci si rende conto di come, con molta superficialità, la curia gestisce malamente e con supponenza, tipica di chi probabilmente si sente impunibile e non è abituato a dover rendere conto del proprio operato, i casi di abusi o presunti tali all’interno del clero.

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Abbiamo già pubblicato in un recente articolo dal titolo: Rozzano – LETTERA DEL CARDINALE SCOLA: falsità di Mons. Delpini e Mons. Tremolada? (8 luglio 2017) la lettera che il cardinale Angelo Scola aveva inviato ai familiari allegando una Nota redatta dai suoi collaboratori, lettera inviata il 13 marzo 2015, quando i collaboratori di Scola che si erano occupati dall’inizio del caso erano l’ex vicario generale Mons. Mario Delpini, oggi arcivescovo di Milano, e Mons. Pierantonio Tremolata, oggi Vescovo di Brescia.

In quella occasione ci eravamo concentrati sulla palese falsità espressa dai collaboratori del Cardinale dove si attribuiva la scelta dello sciagurato spostamento dell’imputato don Galli, dalla parrocchia di Rozzano a quella di Legnano, ancora con il medesimo incarico nella gestione e formazione dei minori: testualmente si affermava che tale spostamento sarebbe stato deciso dal Cardinale Tettamanzi nel marzo 2011: …questa decisione era già stata assunta (risale infatti all’inizio del marzo 2011)… 

Un fatto certo: nel marzo 2011 don Mauro non era ancora ordinato sacerdote!

Sempre in quella Nota era stato motivato lo spostamento con “difficoltà” del sacerdote “relativa al rapporto con la comunità di Rozzano”: quindi Tettamanzi, secondo i collaboratori di Scola, avrebbe già previsto difficoltà di rapporto con i parrocchiani di Rozzano del novello sacerdote ancora prima di Ordinarlo, assegnarlo a Rozzano come sacerdote incaricato della pastorale giovanile tanto da prevederne già il successivo spostamento. Aveva una “sfera di cristallo”?

C’è da dire che don Mauro già da qualche mese frequentava l’oratorio di Rozzano come diacono nei fine settimana: ma per quale motivo Tettamanzi avrebbe quindi assegnato il Prete a Rozzano, una volta ordinato, se immaginava che ci sarebbero stati problemi relazionali proprio con Rozzano? e tutto questo già da marzo 2011 cioè ben prima che don Mauro fosse appunto Ordinato, destinato a Rozzano, essere accusato di un abuso sessuale e quindi trasferito a Legnano.

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Un altro fatto certo: all’epoca del presunto abuso (dicembre 2011) il Cardinale di Milano era Angelo Scola.

Un tentativo maldestro di coprire scelte inadeguate da parte non del Cardinale Tettamanzi che invece all’epoca dei fatti era già in pensione ma da parte dei collaboratori del cardinale Scola all’epoca arcivescovo di Milano ed in particolare da parte di Mons Delpini, all’epoca Vicario di quella Zona, e quindi Vicario generale e principale collaboratore di Scola.

Sappiamo che i Vescovi italiani hanno estrema facilità/possibilità nel proteggere i sacerdoti accusati di pedofilia, infatti non è previsto per loro l’obbligo di denuncia alla Procura della Repubblica. Questo probabilmente consente il dilagarsi di situazioni di insabbiamento con atteggiamenti, come questo, di estrema supponenza: una semplice Nota piena di fatti non veri. Anche il mentire palesemente con la presunzione di liquidare i familiari, i fedeli che chiedono spiegazioni, che viceversa si aspetterebbero di essere rincuorati dai vertici della chiesa, che si aspetterebbero di trovarsi almeno in quel contesto in buone mani: vengono invece evidentemente gestiti come un banale fastidio da fermare ad ogni costo raccontando qualsiasi cosa, anche se non trova alcun riscontro nella realtà.

Ma il diavolo fa le pentole, non i coperchi! La Nota pur nelle sue scarne righe di spiegazione, col tentativo di tranquillizzare i familiari, afferma che una volta compreso che in realtà non si trattava di semplici difficoltà di rapporto con la parrocchia: …“Non appena è stato chiaro che la difficoltà di Don Mauro non era semplicemente relativa al luogo ma al rapporto con i giovani, il sacerdote è stato trasferito…” per dare maggiori garanzie i collaboratori del Cardinale precisano che Don Mauro non poteva più avere contatto con i giovani, che dal 1 SETTEMBRE 2013 è stato trasferito a Roma (distante da Milano) dove: …“a differenza degli altri alunni del Pontificio Seminario Lombardo, gli è stato imposto di non svolgere alcuna attività pastorale, neppure nel fine settimana.“…
Inoltre segnalano che il 21 gennaio 2015 ha preso avvio nei confronti di Don Mauro il procedimento canonico previsto per i casi di presunti abusi del clero sui minori.

A smentire tali lapidarie garanzie ci sono però i fatti inconfutabili di cronaca: venerdì 25 luglio 2014 (ben dopo il 1 settembre 2013) data in cui, secondo la Nota, il Don Mauro doveva essere a Roma con l’imposizione perentoria di non svolgere attività pastorali neppure nel fine settimana (e ben prima che la curia avviasse il procedimento canonico, 21 gennaio 2015), Don Mauro viene invece ripreso da diversi telegiornali nazionali in quanto ha trovato un neonato abbandonato nei pressi della cappella dell’ospedale San Giuseppe di Milano dove il Galli stesso era parroco.

La cronaca nazionale e locale riporta le parole che Don Mauro riferisce ai giornalisti in seguito all’evento (corriere della sera Milano/Cronaca 26 luglio 2014 Redazione Milano online): (leggi) …“Don Mauro ieri sera rientrando da un suo giro del quartiere ha deciso di fermarsi nella cappella a pregare. <Non lo faccio mai – racconta oggi il parroco della chiesetta che si trova all’interno dell’ospedale San Giuseppe…>” 

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(Repubblica.it – Milano 26 luglio 2014) (leggi) …“Rientrando da un giro del quartiere, Don Mauro ha deciso di fermarsi nella cappella per pregare…”

Ma come è possibile che Don Mauro Galli si trovasse a Milano dove poteva tranquillamente girare per il quartiere, giorno e notte senza alcun controllo? Era il parroco del San Giuseppe di Milano… così esercitava la vigilanza la Diocesi di Milano come descritta dalla stessa “scrupolosa e coscienziosa”?

Continuiamo a seguire questo caso.

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

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