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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » abusi sessuali » “Il Patriarca coprì gli abusi”. Appello al Vaticano delle donne libanesi

“Il Patriarca coprì gli abusi”. Appello al Vaticano delle donne libanesi

Redazione WebNews by Redazione WebNews
28 Aprile 2016
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(Marco Ansaldo) Il capo della Chiesa d’Oriente accusato di proteggere un monsignore già giudicato colpevole. Le vittime attaccano: “Ci trattano come delle prostitute”. Una di loro abita oggi a Torino. La Segreteria di Stato indaga. Il dossier nelle mani del Papa — Le ragazze abusate sessualmente lo chiamavano “l’Orco”. In Libano le aveva sottomesse per tre lunghi anni. Ma secondo il suo superiore, il Patriarca maronita Bechara Rai, la vittima è lui: monsignor Mansour Labaki, fondatore in Libano e in Francia di due centri per l’accoglienza dei bambini. Una trama che adesso tocca l’Italia: perché una delle donne coinvolte, decisa a uscire allo scoperto, abita a Torino.C’è un dossier scottante sul tavolo di Papa Francesco. E il putiferio che sta per deflagrare rischia di contrapporre i cattolici della Chiesa d’Oriente con Roma, in un nuovo, delicato caso di pedofilia. Già il 23 aprile del 2012 il Tribunale ecclesiastico dell’arcivescovado di Parigi aveva condannato monsignor Labaki, riconoscendolo colpevole di abusi sessuali. E l’anno dopo, a giugno, in Vaticano la Congregazione per la Dottrina della Fede aveva confermato la sentenza, rifiutando il ricorso fatto dal sacerdote. Ma adesso è il Patriarca libanese a ribellarsi, parlando di «campagna mirata contro monsignor Labaki con molte accuse false e menzognere». Una critica dura, e già si parla di un’inchiesta canonica nella Segreteria di Stato vaticana nei confronti del Patriarca per le dichiarazioni pubbliche fatte lo scorso 18 marzo.

I fatti risalgono al 1984. Le ragazze ripetutamente abusate da Labaki, già vicario apostolico della Chiesa di Beirut, furono tre. Accertate. All’epoca tutte minorenni. Le 17 testimonianze parlano però di un numero superiore di bambine e giovani donne coinvolte. Labaki fu privato di «tutti gli uffici ecclesiastici», compresa la «facoltà di confessare », diffidato dal «celebrare i sacramenti » in pubblico, e obbligato a «una vita di preghiera e penitenza in una comunità religiosa ».

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Patrocinato però da uno dei più rinomati avvocati, Antoine Akl, nel maggio 2014 Labaki si è ribellato citando per diffamazione non solo le vittime, ma i due rappresentanti del Tribunale ecclesiastico che lo aveva condannato (uno dei quali è monsignor Luis Ladaria, segretario della Congregazione vaticana), colpevoli a suo dire di aver manipolato le vittime. La documentazione portata in tribunale, come riporta ripercorrendo bene il caso il sito di informazione specializzato sul mondo cattolico Adista, «era però – scrive Eletta Cucuzza – frutto del furto, avvenuto con l’ausilio di esperti hacker, delle circa 2mila e-mail intercorse tra le autorità ecclesiastiche citate e le vittime, con gli indirizzi praticamente di quasi tutte le persone coinvolte». E i nomi sono usciti ora sui giornali.

Lo scorso 29 febbraio il Patriarca libanese è andato dal Papa consegnando un fascicolo. Con la richiesta al Sant’Uffizio di revisione della sentenza. In gioco, è chiaro, c’è la reputazione della Chiesa maronita del Libano. Le ragazze abusate allora, però, non ci stanno a passare per reiette e sono furibonde. Pretendono giustizia piena dal Vaticano, affermano di avere passato una vita da vittime (ora hanno più di 40 anni), e dicono che l’Orco non mostra alcun segno di pentimento, anzi. Una delle donne abusate, residente a Torino, dice a Repubblica: «Ci trattano come fossimo delle prostitute. Rifiutiamo di essere una moneta di scambio fra la Chiesa d’Oriente e quella d’Occidente. Chiediamo alla Santa Sede di riabilitarci in modo pubblico». Lunedì sera il caso è esploso alla tv libanese.

http://ilsismografo.blogspot.it/2016/04/libano-il-patriarca-copri-gli-abusi.html

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Informazione sui contenuti

La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.

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