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Portale dell'Associazione Rete L'ABUSO | Home » world » news » sardegna » Abusi sessuali, un nonno minacciò don Pascal

Abusi sessuali, un nonno minacciò don Pascal

Redazione WebNews by Redazione WebNews
9 Maggio 2015
in Sardegna
Reading Time: 3 mins read
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Il parroco di Villamar fu avvertito: «Se tocchi mio nipote ti ammazzo». Ma non si fece intimorire e continuò a molestare ragazzini.

CAGLIARI. Il nonno di un ragazzino di Mandas l’aveva avvertito: «Non toccare il mio nipotino altrimenti ti ammazzo». Ma lui, il parroco quarantatreenne di origine belga Pascal Manca, l’aveva preso come lo sfogo di un vecchio. Così, a leggere la ricostruzione dei fatti contenuta nell’ordinanza di cutodia cautelare in carcere firmata dal gip Mauro Grandesso, il prete «incapace di controllare i propri impulsi sessuali» continuò imperterrito a invitare quindici-sedicenni nel suo appartamento, a drogarli con bibite in cui erano disciolte dosi pesanti di Delorazepam e ad approfittare della sonnolenza indotta dal farmaco per metter loro le mani addosso.

Abitudine consolidata e nota, considerato che da Mandas e poi da Villamar dove si trasferì, erano partite segnalazioni ripetute, compresa la pesante minaccia lanciata dal nonno in un bar del paese. Persino le suore che gli compravano il sedativo si erano accorte che qualcosa non quadrava: Pascal consumava un flacone intero alla settimana, che a suo dire gli serviva per dormire.

Invece i racconti dei ragazzi hanno messo il pm Liliana Ledda su una pista diversa e inquietante: non era don Pascal a prendere le gocce, ma le sue inconsapevoli vittime. Le invitava a casa, invariabilmente offriva coca-cola, aranciata o chinotto («l’acqua ho dimenticato di comprerla..») perchè il gusto mascherava l’amaro del sedativo, infine si sedeva al loro fianco sul divano e il resto è facile da immaginare.

Si va dalle mani infilate sotto la maglietta, qualche volta con la scusa di spalmare un lenitivo. Ai jeans sbottonati per andare al di là delle semplici coccole paterne. Spesso i ragazzi non capivano, altre volte se la svignavano con un pretesto prima che le cose prendessero una piega sgradevole.

Domani è previsto l’esame di garanzia: il sacerdote, arrestato avantieri e rinchiuso nel carcere di Uta nella stessa cella di un catechista condannato anni fa per violenza sessuali su minori, dovrà presentarsi davanti al gip Grandesso insieme al difensore, l’avvocato Luigi Concas. Parlerà o si rifugierà nel silenzio? A leggere l’ordinanza del giudice le domande non dovrebbero mancare, per quanto il pm Ledda abbia già scritto molte risposte.

I capi d’imputazione sono tre, tutti riferiti al 609 bis aggravato: la violenza sessuale, il reato nel quale dopo la riforma sono stati accorpate tutte le fattispecie sessuali, come le molestie e gli atti di libidine. Stando agli atti disponibili il prete si sarebbe limitato a usare le mani, i dubbi sono legati al fatto che i ragazzi finiti inconsapevolmente nel suo harem avrebbero subìto le attenzioni in stato di sedazione.

Per questo i ricordi sono nitidi solo in qualche caso, mentre i racconti coincidono perfettamente quando si tratta di descrivere lo scenario: la casa del parroco, la bibita col retrogusto amarognolo, il risveglio seguito da uno stato confusionale. Infine i rimproveri di don Pascal a chi riusciva a uscire dalla sua orbita.

C’è poi il capitolo delle immagini pornografiche, che Pascal – secondo l’accusa – trasmetteva ad alcuni ragazzi via sms. Qualcuno se l’era cavata spiegando al parroco che il cellulare era rotto, altri facevano finta di nulla. Ma per capire quanto materiale imbarazzante – e illegale – sia stato manipolato dal sacerdote indagato bisognerà attendere l’esame dei tre cellulari, del tablet e dei due notebook sequestrati il 20 aprile scorso durante la perquisizione della sua casa.

Pochi giorni dopo Pascal ha acquistato un biglietto aereo per Barcellona, che ha indotto il gip a valutare a suo carico un evidente pericolo di fuga e di conseguenza la misura della custodia in carcere. (m.l)

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.