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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » Antonello Tropea » Prete accusato di pedofilia, il giudice: “Vescovo lo ha coperto”

Prete accusato di pedofilia, il giudice: “Vescovo lo ha coperto”

Redazione WebNews by Redazione WebNews
21 Dicembre 2015
in Calabria
Reading Time: 4 mins read
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Dall’indagine sull’arresto di don Antonello Tropea, parroco di una chiesa di Oppido Mamertina in provincia di Reggio Calabria, risulta che il suo superiore non ha preso provvedimenti e gli avrebbe consigliato di “evitare di parlare con i carabinieri”

di ANDREA GUALTIERI

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Al SUO prete, accusato dai parrocchiani di omosessualità e pedofilia, il vescovo consigliava di “evitare di parlare con i carabinieri” perché loro avrebbero potuto redigere un promemoria con il rischio di “far degenerare le cose”. E anche quando il sacerdote è stato formalmente indagato per adescamento di minorenni e pedopornografia, il presule non ha preso provvedimenti e avrebbe consigliato “di continuare a fare le cose che faceva prima”.

L’ACCUSA DI COPRIRE IL SACERDOTE. L’ordinanza con la quale Antonio Scortecci, giudice per le indagini preliminari di Reggio Calabria, ha disposto l’arresto per don Antonello Tropea, 44 anni, parroco della piccola chiesa della frazione Messignadi di Oppido Mamertina, dedica un passaggio anche a monsignor Francesco Milito, che della diocesi di Oppido-Palmi è il vescovo, oltre che il vicepresidente della Conferenza episcopale calabra. Il prelato non è indagato, ma secondo quanto si legge nelle carte, pubblicate in anteprima dal sito Il Dispaccio, avrebbe coperto il suo prete senza adottare “provvedimenti cautelativi né di minima verifica delle accuse rivolte all’indagato”. È per questo che il giudice non si fida del presule. E nel rigettare l’ipotesi degli arresti domiciliari per don Antonello, aggiunge che “neppure sarebbe tranquillizzante” se a trovare un altro luogo nel quale far scontare la detenzione fosse il vescovo che ha avuto “atteggiamenti particolarmente prudenti e conservativi dello status quo, dando pieno credito alla versione negatoria dello stesso accusato”.

IL DIALOGO INTERCETTATO. Le venti pagine che ricostruiscono la doppia vita di Antonello Tropea  –  che di giorno faceva il parroco e di notte frequentava le chat per organizzare incontri omosessuali a pagamento con minorenni  –  si concludono proprio con un’intercettazione di una conversazione tra il prete e Milito, avvenuta il 7 agosto scorso. “Lascia perdere riguardo la lettera che hanno fatto sta storia che hanno fermato i bambini”, dice il vescovo che aggiunge: “La cosa gravissima non è, è questo pettegolume di suore. Tu piomba subito e glielo puoi dire, io mi sono incontrato col vescovo, il vescovo c’è rimasto proprio…(incompr) quanto il fatto che le suore siano andate a riferire a M. la battuta del prete”.

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LE INDAGINI DEI CARABINIERI. Il riferimento era ad una donna, ritenuta da don Antonello l’autrice di una lettera anonima che denunciava alla curia di Oppido-Palmi gli incontri omosessuali del parroco: il sacerdote, infuriato, aveva parlato di lei durante una cena alla quale erano presenti alcune religiose. Le voci sulle torbide attività del parroco in realtà erano piuttosto diffuse, tanto che il sacerdote si era già trovato a discuterne con Milito durante un incontro nel mese di luglio. Era stato in quell’occasione che il vescovo gli aveva consigliato di non parlarne con i carabinieri. Ma la Squadra Mobile di Reggio Calabria stava già ricostruendo gli adescamenti del prete. Le indagini erano partite dopo che una pattuglia lo aveva trovato in auto con un minorenne in un luogo appartato. L’atteggiamento di don Antonello, che aveva dichiarato di essere un insegnante di educazione fisica, e alcuni oggetti ritrovati in uno zaino avevano insospettito gli agenti. Due mesi di intercettazioni, le testimonianze delle vittime e l’analisi dei dispositivi informatici sequestrati hanno permesso di accertare che non si era trattato di un episodio isolato. Di ragazzi, don Antonello ne aveva adescato altri. E, secondo il magistrato, era al corrente della loro età.

GLI ADESCAMENTI SU GRINDER. Lo strumento che il sacerdote usava per individuare i giovani con i quali consumare gli atti sessuali a pagamento era Grinder, un social network noto negli ambienti omosessuali. Don Antonello si presentava con il nome di Nicola, lo stesso del patrono della sua parrocchia, San Nicola di Mira. L’approccio era esplicito e gli incontri avvenivano in auto, anche se i poliziotti hanno documentato che persino la canonica era diventata alcova per il prete.

LA LINEA DURA DEL VATICANO. Una condotta sulla quale il vescovo non ha voluto indagare. Parlando con un amico, don Antonello sembrava quasi sorpreso che nemmeno dopo la perquisizione e l’avviso di garanzia monsignor Milito abbia ritenuto di sospenderlo. Proprio questa posizione della curia potrebbe però richiamare l’attenzione del Vaticano, dove Benedetto XVI ha fatto promuovere nel 2010 durissime linee guida contro la pedofilia applicate in modo ferreo anche da papa Francesco. Il pontefice argentino ha pure istituito un tribunale specifico e introdotto il reato di abuso d’ufficio episcopale, arrivando a rimuovere i presuli per i quali sia riconosciuto che non hanno dato adeguato seguito alle denunce di abusi. E in una lettera del febbraio scorso, affidava ai vescovi e ai superiori degli ordini religiosi “il compito di verificare che nelle parrocchie e nelle altre istituzioni della Chiesa venga garantita la sicurezza dei minori e degli adulti vulnerabili”, affermando che non potrà “venire accordata priorità ad altro tipo di considerazioni, di qualunque natura esse siano, come ad esempio il desiderio di evitare lo scandalo, poiché non c’è assolutamente posto nel ministero per coloro che abusano dei minori”.

http://www.repubblica.it/vaticano/2015/12/20/news/vescovo_prete_pedofilo-129851645/

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.