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GIADA VITALE: DAL PAPA SOLTANTO IPOCRISIA

Redazione WebNews by Redazione WebNews
8 Luglio 2014
in Storie - Lettere di vittime e lettori
Reading Time: 5 mins read
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di Pasquale Bartolomeo

PORTOCANNONE. Ha perso la sua fede in Dio. Il suo unico credo, adesso, è la giustizia. Giustizia per i piccoli innocenti. Giustizia per l’adolescenza rubata, tradita, stravolta. Giustizia per chi, nell’orrore del silenzio, non ha avuto la forza di denunciare. Giada Vitale, 19 anni, di Portocannone, ha subito per quattro anni abusi sessuali da un prete. Dall’età di 13 anni, quando era poco più di una bambina: quattro lunghissimi anni di presunte sevizie da parte dell’ex parroco di Portocannone, don Marino Genova, sospeso ‘a divinis’ dal vescovo di Termoli, che ha allontanato il sacerdote dal Molise spedendolo in una comunità alle porte di Roma, proprio sulla scorta della denuncia presentata da Giada nell’aprile 2013. Sulla querela è partita l’inchiesta della procura di Larino. Ma don Marino, dopo 13 mesi, ha fatto ritorno in basso Molise. Non lontano da Portocannone, e da Giada.

La storia della ragazza molisana è finita sui più importanti media nazionali. E la giovane, lo scorso 9 maggio, ha anche fatto la sua comparsa nel videomessaggio di 8 minuti indirizzato a Papa Francesco, in cui ben 17 vittime di abusi sessuali aderiscono all’iniziativa lanciata dalla Rete ‘l’Abuso’, associazione italiana in difesa delle vittime nella Chiesa cattolica, per chiedere di essere ascoltate.

Giada però, già un anno fa, scrisse una lettera personale a Papa Bergoglio, senza ottenere risposta. Nella missiva ricostruiva nel dettaglio la sua terribile storia. Chiedeva la giusta punizione per chi le ha fatto del male, perché casi del genere non abbiano a ripetersi. Casi di violenze, aggravate dallo stato di dipendenza psicologica che riesce a incutere l’abito talare; casi di denigrazione, subita in paese da parte di chi accusa la 19enne di essersi inventata tutto. Casi che hanno comportato la necessità di terapie specialistiche e l’uso psicofarmaci; casi come quello di Giada, che per due volte ha pensato di farla finita.

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Oggi, all’indomani della visita di Papa Francesco in Molise, la ragazza è un fiume in piena. Il Pontefice, infatti, il 7 luglio scorso ha incontrato in Vaticano sei vittime di pedofilia da parte di preti. E ha chiesto perdono per i “crimini” degli abusi sessuali – definiti un “culto sacrilego perché questi bambini e bambine erano stati affidati al carisma sacerdotale per condurli a Dio ed essi li hanno sacrificati all’idolo della loro concupiscenza” – e per le “omissioni” degli uomini di Chiesa che li hanno coperti. Poi, ancora: “Non c’è posto nel ministero della Chiesa – queste le parole del Papa – per coloro che commettono abusi sessuali e mi impegno a non tollerare il danno recato a un minore da parte di chiunque, indipendentemente dal suo stato clericale. Per tutti noi – ha sottolineato Bergoglio citando un noto passo del Vangelo di Matteo – vale il consiglio che Gesù dà a coloro che danno scandalo, la macina da molino e il mare”. Parole forti, ma per ora, comunque, solo parole, a sentire Giada.

“C’è grande ipocrisia in quanto detto dal Papa – così la 19enne di Portocannone – Il posto nel ministero della Chiesa, per queste persone, lo sta trovando, visto che non li caccia a calci nel sedere. Se mi avesse incontrato gli avrei rinfacciato che non ha fatto niente, anche se un anno fa avevo consegnato nelle sue mani la mia denuncia. Il Papa non fa denunciare preti e vescovi: dunque per me, è un ipocrita”.

Cosa vorresti di concreto da lui?
“Che non si renda ‘complice’ dei carnefici. Che faccia collaborare attivamente i vescovi nelle indagini. Che apra gli archivi. Che renda noti i nomi dei preti che hanno commesso gli abusi e non continui a mettere i preti criminali di nuovo a contatto coi minori. Il Papa non li allontana dalle vittime e queste ultime non le risarcisce, nonostante i preti siano dipendenti gerarchicamente ed economicamente dalle diocesi”.

Le scuse, però, potrebbero essere un primo passo per un cambiamento.
“Le chiacchiere di scuse e di perdono sono solo fumo negli occhi, che servono a confondere e nascondere la verità. In realtà si continua a proteggere i preti pedofili sempre allo stesso modo. Loro sono l’unica categoria di pedofili che ha alle spalle una solida organizzazione, avente come fine quello di soffocare lo scandalo e proteggere i propri membri dalla giustizia dei tribunali. La pedofilia non è un’offesa a Dio, è un crimine. E va punita davanti ai tribunali, non con le messe e con le scuse”.

Giada, dopo quello che ti è successo credi ancora in Dio? Qual è il tuo rapporto con la Chiesa?
“No, non credo più in Dio. Mi hanno fatto passare la voglia di credere in Dio. Non solo Marino Genova, ma anche il vescovo Gianfranco De Luca e altri preti che si sono e si stanno comportando male con me. La mia prima denuncia verso don Marino l’ho fatta al vescovo e lui lo ha rimosso con la scusa di un periodo di riposo per esigenze personali, non legate a particolari eventi. Ma se la pedofilia non è un particolare evento cosa è rilevante per il vescovo? Senza contare che dalla parrocchia di Portocannone non è giunta una sola parola di solidarietà. E i parrocchiani si sono distinti per aggressioni e offese. Ecco perché penso che Dio non c’entra in questa vicenda. La gente non mi ha creduta, ma a me interessa che credano nei tribunali. Mi preme unicamente la giustizia, su questa terra”.

Pensi ancora spesso a don Marino?
“Certe ferite non si cancellano. Nei suoi confronti è stato fatto un processo canonico senza arrivare a nessuna sentenza. E gli permettono di stare a Termoli per continuare a tormentarmi con la sua presenza. Si fa vedere in giro, con fare tranquillo, mentre io sto aspettando giustizia e soffrendo per l’adolescenza rubata. Ma non gli darò la soddisfazione di vedermi fuggire da Portocannone”.

Eppure qualche volta hai dichiarato che vorresti lasciare il Molise.
“Solo uno sfogo. Non voglio andare da nessuna parte, sono altri che devono andarsene. La mia vita è qui”.

Se don Marino venisse condannato e ti chiedesse perdono pensi che potresti mai riuscire ad accettarlo?
“Ripeto: a me interessa giustizia, non perdono e scuse. Il sentimento che provo di più non è rabbia o frustrazione. Ho sete di giustizia e voglio che emerga tutta la verità”.

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A casa, nella tua famiglia, come vivono la tua situazione?
“Come si può vivere in maniera normale con un’esistenza rovinata per sempre? Solo quando avrò giustizia e potrò riprendermi la mia vita chiuderò questo capitolo e la mia famiglia con me. Ma il danno fatto non si cancella”.

Giada, hai mai avuto un ragazzo? Come è il tuo rapporto con la sessualità?
“La mia risposta è… chiedetelo a don Marino Genova”.

Come dovrebbe fare la Chiesa per evitare altri casi come il tuo? Sei d’accordo con l’abolizione della regola del celibato?
“Il problema non è il celibato. Ai pedofili non piacciono le donne adulte. In me, il mio aguzzino cercava la bambina, non una compagna. Hanno seri problemi, ma sanno perfettamente il male che fanno. Io non do insegnamenti alla Chiesa. Tuttavia, dovrebbero capire che è impossibile vivere reprimendo se stessi tutta una vita”.

http://www.isernianews.it/cronaca/34182-preti-pedofili-dal-papa-grande-ipocrisia.html?tmpl=component&print=1

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.