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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » Benedetto XVI » “Caso Orlandi, una centrale della pedofilia con 15 mila foto nel palazzo del Vaticano”

“Caso Orlandi, una centrale della pedofilia con 15 mila foto nel palazzo del Vaticano”

Redazione WebNews by Redazione WebNews
21 Giugno 2014
in Città del Vaticano
Reading Time: 4 mins read
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Un saggio di Fabrizio Peronaci racconta di un gruppo di potere dietro il sequestro di Mirella Gregori ed Emanuela Orlandi, nel 1983. Il testo è imperniato sul memoriale di Marco Fassoni Accetti, fotografo e superteste, che sostiene di essere il telefonista del gruppo che rapì la Orlandi…

 Da “il Fatto Quotidiano”

Un enorme archivio di foto pedopornografiche, in un ufficio del Vaticano. Ne scrive “Il Ganglio”, libro di Fabrizio Peronaci edito da Fandango, che racconta di un gruppo di potere dietro il sequestro di Mirella Gregori ed Emanuela Orlandi, nel 1983. Il testo è imperniato sul memoriale di Marco Fassoni Accetti, fotografo e superteste, che sostiene di essere il telefonista del gruppo che rapì la Orlandi. Di seguito, un estratto dal libro.

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Ma che genere di filmato realizzò il creativo Marco Fassoni Accetti? (…) “Il video mostra la Gregori minacciata da un’arma calibro 357”. Dunque alla povera Mirella non fu risparmiato neanche questo, simulare la propria morte. Va notato il calibro: 357, usuale rimando alla data di Fatima (13-5-17). Come andò esattamente? “La scena non era così drammatica.

 IL GANGLIO LIBRO DI FABRIZIO PERONACI SU EMANUELA ORLANDI

Si faceva vedere la pistola, poi la ragazza, la targa di Castel Porziano, in modo da rendere riconoscibile l’obiettivo. Alla fine c’era lo sparo, sì, ma fuori campo… Lasciando in sospeso se fosse o no ferale.” E Mirella? Era spaventata? “Ma no, lo sapeva che era una finta.” La minaccia, in ogni caso, funzionò: il presidente Pertini, lo vedremo, a meta ottobre interverrà per la prima volta sul caso Gregori, con un’importante intervista. A suggello di quel settembre da incubo, giunse, il 24, l’ultima telefonata al bar.

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L’Amerikano elencò i vestiti di Mirella: maglieria Antonia, jeans, scarpe Saroyan… “Vuoi sapere degli abiti? A entrambe, ovviamente, chiedemmo di cambiarli, per non essere riconosciute. I vecchi, eccetto la biancheria, furono presi dalla tedesca e rimasero in possesso del nostro gruppo. Li collocammo in certi posti, come messaggi dalla valenza intimidatoria nei confronti di prelati avversi”.

Marco Fassoni Accetti sta svelando qualcosa di grave, attenzione.

La sfida si degradò al piu abietto dei ricatti , lasciare capi d’abbigliamento di Emanuela e Mirella in uffici di monsignori? Finora è emerso che il “ganglio” usò la pedofilia come arma di pressione, un monito ad alto potere di convincimento, certo, ma comunque differente dall’utilizzo doloso e criminale di corpi di reato (la maglietta, i pantaloni, la cintura delle ragazze scomparse) per annientare, con prove false e schiaccianti, i propri avversari (…) In questo viaggio scandito da eventi tragici e riprovevoli, di vizi ne abbiamo incrociati più d’uno (…) La lussuria ancora no, è stata solo agitata, evocata.

 MARCO FASSONI ACCETTI

Invece, in uno degli interrogatori… “Ricordo che un capo d’abbigliamento della Gregori fu nascosto nei locali della Pontificia commissione dei Migranti, ove vi era la segreteria del pro-presidente. Questa collocazione risale al 1985.” Ai magistrati ha fatto un nome che già conosciamo: monsignor Cheli, nunzio apostolico alle Nazioni Unite, esponente dell’osteggiata fazione opusiana, in quei mesi rientrato a Roma e incaricato di seguire le problematiche del nomadismo.

Sondaggio anonimo Sondaggio anonimo Sondaggio anonimo

Il prelato, morto all’età di 94 anni nel febbraio 2013, pochi giorni prima delle dimissioni di Benedetto XVI, che salutò in lui “lo zelante pastore fedele al Vangelo”, subì pesanti ricatti? Fu costretto a compromessi, o qualcosa di peggio, in conseguenza della spada posata dal “ganglio” sopra la sua testa? Non è tutto, purtroppo.

“Ricordo altresì che un secondo capo d’abbigliamento della Gregori fu posto nell’edificio di via dell’Erba, dove aveva sede una organizzazione in passato presieduta dal cardinale Sergio Pignedoli e poi da monsignor Jadot. La collocazione in quell’ufficio ecclesiastico intendeva essere un monito” (…) La faccenda è scabrosa, spieghiamo bene. Marco Fassoni Accetti non produce prove, ma quanto dichiara finisce agli atti.

Al termine dell’interrogatorio del 24 luglio 2013, quando oltre le imposte del Palazzo di giustizia è già sera, firma il verbale in calce a ogni pagina. Sta parlando di un palazzo vaticano a 300 metri da piazza San Pietro, in una traversa di via della Conciliazione, sulla destra provenendo da Castel Sant’Angelo.

Qui, in via dell’Erba civico 1, aveva sede il Segretariato per i non cristiani, il cui nome è in seguito mutato in Pontificio consiglio per il Dialogo inter-religioso, a capo del quale lavorò fino alla morte il cardinale Pignedoli, figura di rilievo, sostenuto dall’ala progressista, papabile nel conclave che elesse Luciani. Nel 1980, in seguito al lutto improvviso, la presidenza passò a un altro prelato postconciliare, Jean Jadot, richiamato dagli Stati Uniti, dove, da nunzio apostolico, si era imposto come artefice della Chiesa pastorale sui temi della giustizia e del rispetto delle culture diverse, attirando a sé strali conservatori.

Via dell’Erba 1… “In tali locali o comunque altri di spettanza del cardinale Pignedoli vi erano conservate numerose fotografie, circa 15 mila diapositive, che riprendevano ragazze e ragazzi, adolescenti e giovani. L’età andava dai 16 ai 30 anni. Qui inserimmo alcune diapositive della Orlandi e della Gregori”. La rivelazione è questa: esplode come una sventagliata.

 Marco Fassoni Accetti, dopo averci girato attorno, decide che è il caso di dirla tutta. Sta parlando di un archivio di migliaia di immagini la cui custodia e il cui utilizzo configurerebbero l’esistenza di una sorta di centrale pedopornografica a due passi da San Pietro.

 Il superteste se ne rende conto? Come conta di argomentare? I progressisti Pigne-doli e Jadot, il secondo morto nel 2009, a 99 anni, erano complici del traffico? Oppure – ricorrente doppia faccia, tipica in certe realtà – le immagini erano state artatamente poste in quelle “pertinenze” per incastrarli, per sconfiggere le forze favorevoli al rinnovamento in una Chiesa combattente sì, ma a senso unico, solo contro l’“impero del male” comunista? Le domande sulle presunte 15 mila foto di adolescenti stipate in armadi di proprietà ecclesiastica mettono ansia, spalancano dubbi. Ce n’è un’ultima, sul tema. “I vestiti della Gregori furono collocati in quattro sedi: due religiose, come ho messo a verbale, e due laiche”. Quali? “Non lo ricordo”.

http://www.dagospia.com/rubrica-29/cronache/vaticano-ano-ano-ano-caso-orlandi-centrale-pedofilia-15-79329.htm

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

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