Wojtyla e l’allora cardinale Ratzinger conoscevano le denunce a carico del fondatore dei Legionari di Cristo Maciel Degollado, ma hanno taciuto per anni. In un libro, adesso anche in Italia, i documenti segreti
DI TOMMASO CERNO
L’amicizia traGiovanni Paolo II eMarcial Maciel Degollado, fondatore dei Legionari di Cristo. E quell’ombra che s’allunga sul pontefice santo, accusato di avere ignorato per troppo tempo denunce, documentazioni, testimonianze che accusavano il sacerdote messicano di stupri su minorenni. Documenti segreti che sono stati pubblicati in Spagna, in un libro “La volontà di non sapere” stampato in poche migliaia di copie nel marzo 2012 e i cui diritti appartengono alla Grijalbo-Random House Mondadori. E tradotto in italiano dal professor Tommaso Dell’Era. Ne parla per la prima volta Federico Tulli nel suo nuovo libro “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (L’asino d’oro, pp. 273, euro 18).
Un capitolo è dedicato, infatti, alla santificazione di Karol Wojtyla, il 27 aprile scorso, e ai punti oscuri del suo pontificato. Uno su tutti, secondo Tulli, è racchiuso proprio in quelle pagine spagnole che Dell’Era ha tradotto e recensito. Ma di cui in Italia nessuno parla. Si dà conto per la prima volta dei “documenti segreti e inediti da cui emerge la consapevole complicità delle gerarchie vaticane a cominciare da Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, con il fondatore dei Legionari di Cristo, il sacerdote messicano”, scrive Tulli. Otto pagine sono dedicate, dunque, alle carte spagnole e alle riflessioni di Dell’Era, che analizza il comportamento dell’allora pontefice Giovanni Paolo II e del cardinale Joseph Ratzinger, prefetto per la Dottrina della fede, partendo da un dato di cronaca. Tra il 1997 e il 1998, infatti, in Vaticano giunsero varie denunce ufficiali e dirette dei comportamenti di Maciel.
Due fra tutte: uno degli autori del testo spagnolo José Barba, legionario di Cristo dagli 11 ai 24 anni e in seguito docente universitario, si reca a Roma per presentare all’ex Santo Uffizio la denuncia contro il sacerdote messicano, dei cui comportamenti era stato testimone diretto. L’anno successivo un altro degli autori del testo spagnolo, Alberto Athie, scrive a Ratzinger e racconta della propria esperienza “che lo condusse ad abbandonare il sacerdozio di fronte al muro di omertà e silenzi eretto intorno alle sue denunce nei confronti del caso Maciel”, scrive ancora Tulli.
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Eppure la risposta del cardinale non arriva. E quando finalmente giunge una lettera, i contenuti non sono di condanna. Omertà? Amicizia? Prudenza istituzionale? Fatto sta che la Chiesa nulla farà fino al 2005, poco prima dell’elezione a pontefice di Ratzinger, quando per la prima volta l’allora cardinale – pur con ritardo – apre la procedura degli interrogatori e avvia le verifiche sul caso denunciato da Barba e Athie. Pochi giorni prima di salire al soglio di Pietro.
Quasi un atto dovuto visto che ormai lo scandalo pedofilia stava travolgendo la Chiesa. Eppure, secondo Tulli e Dell’Era, quel ritardo non è casuale. «Quello che per ora rimane, oltre a tutte le numerose testimonianze, sono le inaccettabili manifestazioni di lode e plauso che circondarono Maciel fino a pochi anni prima della sua scomparsa, avvenuta nel 2008: quelle di Giovanni Paolo II, che nel 1994 in occasione del cinquantenario della sua ordinazione, lo definì una guida efficace per coloro che lo seguirono», puntualizza il professore. Oppure di Tarcisio Bertone, il quale addirittura nel 2004, quando ormai le denunce erano pubbliche, “scrisse una prefazione a un libro-intervista al sacerdote, lodandolo per la sua dedizione alla Chiesa e il suo amore per Cristo (in cui, ad esempio, afferma che la chiave di questo successo è, senza dubbio, la forza di attrazione dell’amore di Cristo, che ha spinto sempre padre Maciel e la sua opera a non lasciarsi vincere dalle avversità, che non sono mancate nella loro storia). O ancora del papa polacco, che il 31 gennaio 2005 inviava un messaggio ai Legionari in cui esaltava l’opera di Maciel «contrassegnata dalla formazione della gioventù in solidi principi cristiani e umani».
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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.
Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.
Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.
Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.
Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.
E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non - seppur condannate nei primi gradi di giudizio.
Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.