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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » carabinieri » Treviso, condannati a sei anni i «giustizieri» dei pedofili: «Abbiamo fatto bene alla società»

Treviso, condannati a sei anni i «giustizieri» dei pedofili: «Abbiamo fatto bene alla società»

Si fingevano giovani gay per attirare pedofili. Poi li sequestravano, li picchiavano e derubavano. Avrebbero preso l’idea da una serie americana. Negli interrogatori hanno detto: «Combattiamo una piaga della società»

Redazione WebNews by Redazione WebNews
18 Aprile 2024
in Cronaca e News
Reading Time: 3 mins read
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Un piano folle nato guardando «To catch a Predator», una serie di docu-film mandato in onda negli Stati Uniti dalla NBC tra il 2004 e il 2007 ma tutt’oggi visibile su Youtube in cui un team di giornalisti dava la caccia a presunti pedofili e li esponeva al giudizio del pubblico. Così tra il giugno 2022 e il febbraio 2023 tre ragazzi (un ventenne, un diciannovenne e un minorenne) avrebbero sequestrato e rapinato otto uomini, tutti con tendenze omosessuali e interessati a incontri senza veli con giovanissimi.

Vittime risarcite

A fare da esca in una chat riservate ai gay era il più grande dei tre, affetto dalla sindrome di Crouzon, che lo faceva apparire molto più giovane. E infatti, spacciandosi per tredicenne, faceva scattare la trappola. Ieri, mercoledì 17 aprile, i due maggiorenni sono stati condannati, con rito abbreviato, a sei anni e tre mesi e sei anni e 10 giorni di reclusione. Il terzo è stato invece giudicato dalla magistratura minorile. La pena, che tiene conto della riduzione di un terzo della pena per la scelta del rito alternativo, è di poco inferiore alla richieste avanzate dal pubblico ministero di Treviso, Barbara Sabattini, tenuto conto che il reato di rapina aggravata ha assorbito quello di sequestro di persona. Al ventenne sono stati inflitti tre mesi in più rispetto alla pena comminata al diciannovenne in quanto avrebbe partecipato a tutti i fatti contestati. Le vittime dei «vendicatori» sono state inoltre risarcite. Quattro hanno ritirato la costituzione di parte civile, per due (divenuti di fatto irreperibili) sono state effettuate altrettante donazioni ad associazioni di volontariato, che hanno validità per la giustizia riparativa alla quale gli imputati erano stati ammessi. Gli ultimi due, assistiti dall’avvocato Paola Turri, sono stati invece liquidati in sede di udienza.

Impiegato stordito con un taser

Quanto ai difensori degli imputati, gli avvocati Elisa Berton e Nicoletta Gasbarro, si sono riservati di leggere le motivazioni (che verranno pubblicate entro novanta giorni) prima di presentare il ricorso in appello.
I protagonisti di questa surreale vicenda avrebbero agito nel Trevigiano, esattamente nella zona tra Vedelago e Campigo, area di Castelfranco. In tutti gli otto i casi avrebbero attirato le loro vittime in casolari o zone isolate, poi sarebbe scattati il sequestro di persona, con la minaccia delle armi e le rapine, che i giovani volevano servissero da lezione a uomini dai desideri sessuali non proprio leciti. Nel febbraio dell’anno scorso i tre ragazzi furono sorpresi dai carabinieri in un edificio abbandonato a Vedelago posto da tempo sotto osservazione: erano con un impiegato cinquantenne della Castellana, da loro sequestrato, legato e stordito con un taser. All’uomo erano state sottratte le chiavi dell’auto e la tessera Bancomat con cui uno dei tre ragazzi stava andando a fare un prelevamento.

Gli interrogatori

Quando furono interrogati, i tre chiesero agli investigatori che fine avrebbero fatto le loro vittime, colpevoli secondo loro di comportamenti che sarebbero dovuti essere da biasimare. «Lo abbiamo fatto per fare del bene alla società e per mettere fine a questa piaga», avrebbero dichiarato. Sullo sfondo delle loro «imprese» ci sarebbero però delle situazioni personali quantomeno problematiche: il 20enne, affetto da una visibile menomazione fisica, avrebbe sofferto non solo per la sua disabilità e per il fatto di aver perso il padre quando era un bambino ma sarebbe stato, oltre che frequentatore del Sert dove è in cura per delle dipendenza, anche un paziente psichiatrico. L’altro maggiorenne invece proviene da una famiglia difficile, da tempo segnalata e seguita dai Servizi sociali. «Difficile — hanno detti i loro difensori — distinguere in questo caso i profili delle vittime e dei carnefici. I nostri assistiti sono giovani immaturi ma non sono cattivi ragazzi».

https://corrieredelveneto.corriere.it/notizie/treviso/cronaca/24_aprile_18/treviso-condannati-a-sei-anni-i-giustizieri-dei-pedofili-abbiamo-fatto-bene-alla-societa-e43b1152-48da-4921-a14d-54d93295dxlk.shtml

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Informazione sui contenuti

La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

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