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Viaggio nelle comunità di recupero “Così curiamo i nostri confratelli”

Redazione WebNews by Redazione WebNews
22 Luglio 2013
in Cronaca e News
Reading Time: 6 mins read
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A Trento sorge la casa madre gestita dai Padri Venturini. Ogni ospite è avvolto dal più assoluto riserbo e nessuno degli stessi sacerdoti della comunità conosce i motivi dei ricoveri. L’altro centro è Villa Iride, a Verbania: è ancora più chiuso all’esterno. L’accoglienza è il primo passo. “Vogliamo conoscere la persona e poi vedere se siamo in grado di aiutarla”, spiega padre Pastò, il Superiore generale. Poi si passa alla terapia. I problemi che portano qui i condannati sono i più vari: dai disordini alimentari alle dipendenze da gioco e da sostanze stupefacenti alla disinibizione sessuale, fino alle tendenze pedofile. Ma è anche un punto di riferimento per gli avvocati che indicano la villa come possibile sede per gli arresti domiciliari dei religiosi condannati

NON E’ STATO FACILE, da laici, varcare i cancelli delle comunità terapeutiche dei padri Venturini; in quella oasi di pace e di recupero spirituale di solito le porte si aprono soltanto per accogliere religiosi in crisi. Ogni ospite è gestito nel più assoluto riserbo e neanche i confratelli sanno i motivi dei ricoveri. Superando non pochi ostacoli siamo riusciti a entrare in due centri gestiti dalla congregazione: Villa Iride a Verbania e la casa madre di Trento. Il Superiore Generale, padre Gianluigi Pastò, ci tiene a sottolineare: “Non dite per favore che siamo una clinica per pedofili, della pedofilia si occupa la Santa Sede. Come si sentirebbero quelli che sono accolti da noi con problemi meno gravi a dover vivere in una struttura etichettata in questo modo?”.

Il nostro viaggio comincia dalla città di Trento. Arriviamo alla casa madre appena dopo l’ora di pranzo; la comunità non è molto lontana dalla stazione, si sale per alcuni tornanti mentre la città si allontana come un miraggio. Fuori dalla casa, nel giardino e nel vigneto non si vede nessuno. Incontriamo Pastò, un uomo sui settant’anni con un forte accento veneto. È gentile ma non nasconde la sua diffidenza verso i giornalisti: “Sui giornali sono comparse notizie sbagliate, che nessuno di noi aveva dato. Noi come congregazione nasciamo per la santità del prete, ci occupiamo di formazione spirituale, non neghiamo conforto a nessuno, ma non vogliamo etichette né abbiamo specializzazioni particolari; siamo religiosi che accolgono altri religiosi”.

Il momento fondamentale per i Venturini è l’accoglienza, primo passo della terapia: “Noi solitamente vogliamo conoscere prima la persona, poi vediamo se siamo in grado di aiutarla ma non abbiamo preclusioni particolari”, spiega Pastò. È evidente come in questo caso il modello della comunità religiosa si sovrapponga perfettamente a quello della comunità terapeutica. Trento è l’unica realtà ecclesiastica in Italia che si occupa di seguire i preti offrendo loro un importante sostegno psicologico oltre che spirituale: il terapeuta di riferimento è padre Franco Fornari che offre la sua competenza per curare i fratelli in crisi. I problemi che portano un religioso a Trento possono essere dei più vari: dai disordini alimentari alle dipendenze da gioco e da sostanze stupefacenti alla disinibizione sessuale, fino alle tendenze pedofile.

A differenza della casa di Trento, il centro venturino di Verbania è molto più chiuso. Il tassista che ci porta a Villa Iride ci racconta che gli è capitato spesso di trasportare religiosi: “Alla villa arrivano diversi preti, li vado a prendere in stazione, tutti hanno almeno una valigia. Dentro non sono mai entrato, li lascio al cancello e me ne vado”. Tra gli abitanti della zona pochissimi hanno sentito parlare della villa, il cancello è sempre chiuso e la casa è ben nascosta, lontana dal centro, immersa in un parco da cui domina il lago Maggiore. Come a Trento, anche qui l’atmosfera da poesia dell’Arcadia con i suoi scenari bucolici e i giardini ben curati si accosta al rigore della vita conventuale. A Villa Iride ci riceve padre Paolo, responsabile della comunità; ci avverte subito che  al  momento non ci sono ospiti: “Arriveranno a estate inoltrata”.

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Il centro di Verbania svolge una duplice funzione: da una parte accoglie religiosi che spontaneamente chiedono di essere ospitati qualche settimana per una pausa rigenerante, dall’altra è un punto di riferimento per gli avvocati di alcuni religiosi condannati per abusi sessuali, che indicano la villa come possibile sede per gli arresti domiciliari. Qui ha chiesto di essere trasferito don Riccardo Seppia, il parroco di Sestri Ponente, condannato a nove anni e sei mesi per violenza sessuale, induzione alla prostituzione e cessione di cocaina; il giudice per ora ha negato il trasferimento. Dal maggio del 2012 è recluso a Villa Iride don Marco Mangiacasale, condannato per abusi sessuali su parrocchiane minorenni e in attesa della sentenza di Cassazione. Tramite i suoi avvocati Renato Papa e Mario Zanchetti abbiamo chiesto a Mangiacasale un commento sul suo percorso perché ci sembrava importante raccontare un’esperienza terapeutica di questo tipo, ma ciò non è stato possibile. Digitando il nome e cognome del sacerdote sui motori di ricerca di internet si trova il dominio www. marcomangiacasale. it. Sulla homepage compare il nome del prete a caratteri cubitali e una foto panoramica: si può riconoscere il parco e il campanile di Villa Iride con il lago sullo sfondo. Sulle pagine del sito registrato su un provider tedesco si trovano, oltre ad alcune ricette di cucina e ad alcune pagine dell’antologia di Spoon River, citazioni evangeliche. Divise in gallerie, molte fotografie ritraggono oggetti e scenari della vita quotidiana nella comunità. Dopo aver contattato i legali del sacerdote per un incontro, l’homepage del sito è stata rimossa.

A Verbania la congregazione si avvale della collaborazione di uno specialista laico che, dopo aver tracciato il profilo dei soggetti ospiti, in accordo con l’avvocato difensore e la comunità religiosa promuove terapie mirate al recupero comportamentale. I preti agli arresti sono seguiti da un’equipe esterna guidata dalla criminologa Gessica Marica Marengo e sono inseriti in un programma di recupero studiato su misura. La dottoressa Marengo è una criminologa forense che ha ricevuto diversi incarichi dalla curia milanese come perito di parte in alcuni processi per pedofilia. Spesso si affida alle sue competenze l’avvocato Mario Zanchetti, legale della Curia milanese e difensore di diversi preti accusati di abusi su minori. Il lavoro della Marengo è stato raccolto nello studio “Narciso smarrito e il mostro dell’oratorio accanto“, nel quale viene analizzato il profilo di sei preti pedofili da lei periziati.

La Marengo spiega che in tutti questi casi i preti erano stati spostati di diocesi in diocesi prima di essere fermati dalla giustizia ordinaria; solo allora i preti venivano mandati nelle comunità in attesa di sentenza: “Non c’era la necessaria attenzione al problema, si spostavano i colpevoli senza ammettere che era necessario un massiccio intervento clinico”. Con i suoi protocolli di cura che integrano alla regola di vita della comunità religiosa scuole terapeutiche diverse, come quella psicodinamica e comportamentista, la dottoressa Marengo sta ottenendo buoni risultati: “È un percorso difficile e doloroso, ti metti davanti a uno specchio e vedi delle cose orribili che non avresti mai voluto vedere. Il rischio suicidario quando le vedi è altissimo. All’inizio i preti arrivano qui come pacchi postali, rifiutano le terapie, non ammettono le loro tendenze. Poi con un percorso molto duro, segnato anche da tappe drammatiche, la consapevolezza incomincia a emergere”. Isolati dal mondo esterno, i sacerdoti iniziano la terapia imparando a integrarsi nella comunità. Parlando di questi centri la dottoressa mette in rilievo l’importanza ambientale nel recupero dei soggetti: “Il concetto di comunità clinica ha i suoi vantaggi perché il contesto relazionale è parte integrante della terapia psicologica e farmacologica”.

Alcuni psichiatri sono tuttavia scettici sulle possibilità di recupero dei soggetti pedofili, soprattutto se trattati dopo una certa età. Maurizio Marasco, docente di psicopatologia forense all’università “La Sapienza” di Roma, spiega: “Stiamo parlando di un disturbo del comportamento sessuale che, se scoperto precocemente in età adolescenziale, può anche essere trattato con successo; ma quando il soggetto è un adulto con una personalità già strutturata in quella maniera, la possibilità di risolvere questo problema, di curare e debellare definitivamente questa anomalia del comportamento è minima per non dire nulla”. Marasco è d’accordo sulla costituzione di comunità per il recupero di soggetti pedofili, ma lo è meno sul fatto che questi centri siano gestiti da religiosi: “Mi domando se un ambiente così chiuso come quello ecclesiastico possa essere utile ad attivare quelle risorse interne che possono spingere il soggetto verso il reinserimento sociale”.

Abbiamo cercato di capire cosa succeda ai sacerdoti pedofili una volta usciti dalle comunità. Del loro destino decide l’autorità ecclesiastica, in primis il vescovo.

Secondo le nuove rigorose linee guida del Vaticano sulla pedofilia, volute da  Benedetto XVI e raccolte da Papa Francesco, i vescovi sono obbligati a denunciare i casi a Roma. La Congregazione per la Dottrina della Fede valuta se aprire un processo canonico che in caso di condanna ridurrà il prelato allo stato laicale. Padre Pastò si è detto personalmente contrario alla laicizzazione dei preti pedofili, convinto che la Chiesa non possa abbandonare a loro stessi questi fratelli smarriti. Da un punto di vista clinico anche la dottoressa  Marengo è contraria alla riduzione allo stato laicale perché questa decisione mette a rischio i faticosi risultati della riabilitazione. E’ rilevante come il Vaticano, dopo decenni di silenzio, abbia scelto una linea tanto radicale sul destino di questi preti. Ma l’idea di cacciare i pedofili fuori dalla Chiesa non è comunque nuova. La sosteneva già negli anni quaranta padre Gerald Fitzgerald, fondatore del primo ordine religioso che si occupò espressamente di preti con problemi comportamentali. In quegli anni Fitzgerald denunciava l’atteggiamento collusivo dei vescovi nei confronti di questi religiosi. Il fondatore dei Servi del Paraclito creò numerosi centri nel mondo che si sono poi specializzati nel trattamento di sacerdoti pedofili, ma era convinto che la soluzione al problema fosse la laicizzazione dei colpevoli o in alternativa la loro segregazione in un monastero o su un’isola gestita dall’ordine dalla quale questi “criminali” non potessero più uscire.

http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2013/07/22/news/preti_pedofili_1_pezzo_principale_riscritto-63453242/

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.