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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » andrea giusto » Pedofilia, soldi, potere e omissioni La tragedia della diocesi di Savona

Pedofilia, soldi, potere e omissioni La tragedia della diocesi di Savona

Redazione WebNews by Redazione WebNews
10 Marzo 2013
in Liguria
Reading Time: 4 mins read
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Superando dolore e vergogna Francesco Zanardi, molestato da ragazzo, ha portato allo scoperto una catena di scandali. Denunciandoli sul suo blog e anche con volantini distribuiti in piazza. Per la magistratura i vertici della Curia non hanno pensato a tutelare i minori ma solo a “salvaguardare l’immagine della diocesi”. Quella lettera a Ratzinger, prima che diventasse Papa

Marco Preve SAVONA – Per raccontare il trauma inferto a un’intera comunità da alcuni casi disvelati di pedofilia commessi da sacerdoti  e da almeno altri cento che resteranno per sempre sepolti nel cuore di giovani vittime oggi adulte, è giusto partire da quattro righe scritte dal giudice Fiorenza Giorgi in un’ordinanza di archiviazione che, moralmente, è impietosa come una ghigliottina. “È triste dire come la sola preoccupazione dei vertici della curia fosse quella di salvaguardare l’immagine della Diocesi, piuttosto che la salute fisica e psichica dei minori che erano affidati ai sacerdoti della medesima”.

La diocesi è quella di Savona. Uno degli uomini di quella curia, è oggi uno dei cardinali più potenti della Chiesa, monsignor Domenico Calcagno, già responsabile degli affari economici della Cei, poi ai vertici dell’Apsa, l’amministrazione che cura il patrimonio immobiliare del Vaticano e oggi nella Commissione di controllo dello Ior. In politica qualcuno avrebbe potuto ritenerlo un impresentabile per le elezioni. Ed è così che lo definisce l’associazione l’Abuso, che ha lanciato un appello perché non faccia parte del conclave.

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Se questa storia dove gli abusi si mescolano agli affari, ai soldi e al potere, si può oggi raccontare, il merito va riconosciuto in primis a Francesco Zanardi, 43 anni, molestato quando era ragazzo dal suo parroco, don Nello Giraudo. Francesco riesce a superare la vergogna, il dolore, il rischio di essere additato come un folle, e a molti anni di distanza dalle violenze subite, le denuncia. È un fiume in piena che conosce molti segreti della curia savonese. E li racconta: sui blog, sui volantini distribuiti in piazza, ma anche a palazzo di giustizia. Il procuratore Francantonio Granero e il pm Giovanni Battista Ferro per tre anni affronteranno una prova umana, ancor prima che professionale, pesante, insana.

Dentro l’inchiesta, ma non necessariamente dentro le carte, ci sono 32 anni di una vicenda sconvolgente per una città di provincia come Savona, 60 mila abitanti, un porto, tante ex industrie, il commercio, buona qualità della vita, un elettorato da sempre schierato a sinistra.

Alcuni sacerdoti pedofili hanno approfittato del loro ruolo all’interno di gruppi scout, ma anche di case di accoglienza e centri in cui i minori avrebbero dovuto essere ancor più tutelati, per abusare ripetutamente di bambini e adolescenti. Persone che oggi sono padri di famiglia, liberi professionisti, operai, impiegati, uomini delle istituzioni. E nessuno ha dimenticato. Fin dall’inizio la devianza di quei sacerdoti malati è nota agli altri preti della diocesi e alle gerarchie. Ma ognuno di loro, però, sembra avere a sua volta qualcosa da nascondere o proteggere, chi l’omosessualità (anche se non pedofila), chi la scalata al potere.

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Don Carlo Rebagliati è uno di loro. Pochi mesi fa, prima della sua morte, in un’intervista a Repubblica raccontava la sua vita da omosessuale, i suoi tanti amori sempre ipocritamente “non visti” dai vescovi, la sieropositività. Ed è lui che dopo tanti anni fornisce con la sua testimonianza il supporto di cui hanno bisogno gli investigatori per trovare conferma alle accuse di Zanardi. Oltre a don Rebagliati, che verrà poi emarginato dalla sua chiesa anche perché, lui che ne fu a lungo economo, racconterà situazioni poco chiare riguardanti la gestione finanziaria della diocesi (sulle quali c’è un altro filone d’inchiesta ancora aperto), decidono di parlare anche altri religiosi come don Bof e don Lupino. Ognuno con la propria sofferenza, con il proprio disagio.

Emergono così le coperture date a don Barbacini, insegnante al liceo classico Chiabrera, già condannato una decina di anni fa per episodi analoghi, ma arrivano anche nuove testimonianze. E alla fine anche don Nello Giraudo, nel frattempo ridotto allo stato laicale ma accolto in un convento in qualità di cuoco e factotum, verrà condannato. Lui che abusò di Zanardi quando era poco più che bambino, patteggia un anno per l’unico episodio che la Procura riesce a salvare dalla prescrizione.

Tre vescovi finiscono nel mirino, i monsignori Sanguineti, Lafranconi e Calcagno che si sono succeduti a cavallo tra la fine degli anni 90 e il decennio successivo. Lafranconi finisce indagato ma, causa prescrizione, il gip Giorgi lo archivia pur definendo il suo comportamento “assolutamente omissivo”. Quasi tutti, ai vertici della curia savonese, sapevano delle violenze di don Giraudo, ma quasi tutti si giravano dall’altra parte. E anche chi fece qualcosa si mosse, secondo il gip Giorgi, solo per convenienza.

È il caso di monsignor Calcagno: “Le prime iniziative dirette a tutelare la comunità dei fedeli furono assunte, sia pure a malincuore come dimostra la corrispondenza con la congregazione per la dottrina della fede, soltanto dal suo (di Lafranconi, ndr) successore monsignor Calcagno che impose a Giraudo la chiusura della comunità e, nel trasferirlo ad altro incarico, dispose che non avesse contatti con i minori”.

La corrispondenza cui si riferisce il giudice è il retroscena forse più destabilizzante per il Vaticano. L’8 settembre del 2003 il vescovo Calcagno scrive al prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede cardinal Joseph Ratzinger per informarlo con una lettera accompagnata da un voluminoso fascicolo del caso di don Giraudo, dello spostamento che ha deciso per ragioni di opportunità e del desiderio del prete pedofilo di continuare “un impegno pastorale”. Calcagno aggiunge che “Per quanto possibile intendo evitare che abbia comunque responsabilità che lo mettano a contatto di bambini o adolescenti”. Per quanto possibile. Come dire, facciamo quel che possiamo. Non si conosce l’eventuale risposta del futuro Papa. I prelati che successivamente confermeranno di aver saputo delle tendenze di Giraudo spiegheranno di essere stati essi a conoscenza durante la confessione e quindi di essere tenuti al segreto.

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Nel fascicolo inviato a Ratzinger c’era anche una relazione del 22 agosto,  siglata dal vicario generale della diocesi monsignor Andrea Giusto nella quale, dopo aver spiegato che don Giraudo si era affidato alle cure “di un religioso psicologo nel tentativo di ritrovare un migliore equilibrio” specificava come “nulla è trapelato sui giornali e non ci sono denunce in corso”. La Diocesi e il Vaticano potevano stare tranquilli.

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

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