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“prete pedofilo, la curia sapeva da tempo – michele smargiassi”

Redazione WebNews by Redazione WebNews
7 Marzo 2010
in Emilia Romagna
Reading Time: 3 mins read
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“prete pedofilo, la curia sapeva da tempo – michele smargiassi”

Data: 10/03/2010

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Bologna Prete pedofilo, la Curia sapeva da tempo Mons. Stagni: “Lo convocai e mi giurò che non era vero”. Poi toccò a mons Vecchi Il caso Un´insegnante: “Il vescovo disse: lei è quella che risolve i problemi? A me sembra che li crei” 

MICHELE SMARGIASSI

C´è in effetti un´inerzia che sorprende nel modo in cui la Chiesa bolognese ha affrontato fin dall´inizio il caso spinoso dei comportamenti del suo sacerdote poi condannato per pedofilia. A quanto affermano i legali della Curia, il vescovo vicario Ernesto Vecchi seppe delle accuse contro l´anziano parroco solo nel gennaio del 2005, a indagini dei carabinieri già avviate. Ma la Curia era stata informata di quelle voci molti mesi prima: eppure nessuno fece nulla per verificarne la veridicità. Erano state infatti le stesse insegnanti, nella primavera del 2004, dunque almeno otto mesi prima di rivolgersi esasperate ai carabinieri, a cercare le vie per far arrivare alle gerarchie i sospetti su quel che stava accadendo in quell´asilo di estrema provincia. Ne avevano parlato con il parroco di un paese vicino, che si era trincerato dietro un imbarazzato scaricabarile: «Non c´entro niente, sono fuori dal confine della parrocchia, quindi non posso intervenire in nessuna maniera, le cose riguardano il vescovo, le autorità nostre insomma». Poi ne avevano informato i dirigenti locali del Fism, l´associazione delle scuole cattoliche da cui dipendeva anche la loro, ricevendone segnali di irritazione e, secondo quanto riferisce a Repubblica un´altra maestra, perfino velate minacce di ritorsione: «Finché si scherza si scherza…».
Ma ad uno di questi colloqui assistette casualmente anche una coscienza eticamente un po´ più responsabile: una suora. Che, coinvolgendo un altro parroco, riuscì finalmente a far giungere le inquietudini delle insegnanti ai livelli gerarchici più alti: ovvero all´allora vicario generale della Curia, monsignor Claudio Stagni. Il quale convocò a Bologna il sacerdote chiacchierato, che poi raccontò così l´episodio al processo: «Mi è stato detto dal Vescovo Monsignor Stagni (…) ‘guarda, un confratello ha telefonato dicendomi che ci sono da parte tua degli atteggiamenti di pedofilia´. Io dissi al Vescovo: guarda, con tutta onestà e davanti a Dio ti dico che questo non è assolutamente vero». Il vicario si limitò a un paterno consiglio. «Il vescovo», riferì sempre a verbale il prete indagato, «mi ha consigliato ‘cerca di entrare nella scuola il meno possibile, cerca di stare attento perché sai che la gente è cattiva´». Nessuna delle maestre dell´asilo fu chiamata a spiegare, nessun genitore fu informato. «Gli credetti», ricorda oggi monsignor Stagni, «perché era un sacerdote che non aveva mai dato problemi di quel genere, e mi raccontò che c´erano dei dissapori con le maestre, per cui pensai che quelle voci fossero state gonfiate da un po´ di malevolenza. Non potevo prevedere… Se vuole sapere come la penso, forse avrà commesso qualche imprudenza, ma non riesco a credere a violenze sessuali».
Era una primavera di cambiamenti in via Altabella: nominato da poco, l´arcivescovo Caffarra stava rivoluzionando gli incarichi. A metà aprile Stagni lasciò Bologna per diventare vescovo di Modigliana, e al suo posto subentrò Vecchi. Possibile che non sia avvenuto tra loro uno scambio di consegne su un caso così delicato e appena emerso? Al processo, Vecchi lo negò risolutamente, e anche Stagni oggi conferma: «Non gliene parlai perché non ci fu un vero e proprio passaggio diretto di funzioni, comunque allora non mi parve fosse una cosa così grave».
Nel frattempo il sacerdote, ammonito, si era in effetti messo tranquillo per un po´, e le insegnanti si convinsero che forse il problema era superato. Purtroppo non fu così, e con la ripresa delle lezioni a settembre la nuova coordinatrice assistette ad altri squallidi comportamenti. Ma a quel punto mobilitare di nuovo la Curia sembrò un´impresa. La coordinatrice chiese appuntamenti che si infransero sulla scrivania del segretario di monsignor Vecchi. Solo quando, il 15 novembre, via fax, fece allusioni allarmate a «un problema che può portare, vista la gravità delle accuse, a estreme conseguenze: denunce alle autorità, stampa ecc.», venne finalmente convocata dal vicario, ma con toni che non promettevano molta disponibilità all´ascolto: «Ma lei non era quella che doveva risolvere i problemi? Mi sembra che ne stia creando!», si sentì apostrofare. Comunque ormai era troppo tardi, la denuncia era già partita, e allora fu la coordinatrice a rinviare: «non avevo più molto da attendermi dalla Curia che era stata così poco sensibile; soprattutto non volevo presentarmi da sola, come mi chiedevano, volevo ci fosse un testimone». L´incontro tra la coordinatrice, un genitore e il monsignore avverrà comunque l´8 gennaio 2005 e sarà tempestoso: Vecchi s´indignerà per non essere stato avvisato di una situazione di cui, abbiamo visto, la Curia in realtà era a conoscenza già da quasi un anno; e farà capire ai due visitatori di non avere intenzione di essere ulteriormente coinvolto: «Questo incontro non è mai avvenuto» è la frase con cui ricordano di essere stati congedati, che Vecchi smentisce ma che la coordinatrice conferma a Repubblica: «Ce lo scandì chiaro, sulla soglia dell´ascensore».
Sottovalutazioni, fastidio, imbarazzi, segreti, responsabilità negate: non è esattamente l´atteggiamento che le recentissime posizioni vaticane sembrano auspicare in questi casi, a meno che la svolta della trasparenza non valga solo per i vescovi irlandesi o tedeschi.
(2. fine)

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

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