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Portale della Rete L'ABUSO - Associazione sopravvissuti | Liguria | Albenga, il buon ritiro dei preti pedofili

Albenga, il buon ritiro dei preti pedofili

Redazione WebNews by Redazione WebNews
21 Settembre 2015
in Liguria
Reading Time: 5 mins read
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“Adesso devo dire messa”, don  Renato parla da dietro una grata della chiesa affacciata sul porto di Pietra Ligure. Scusi padre, ma la sua condanna? “È una cosa da niente”. Tre mesi, ma il reato … “Non ricordo bene, istigazione alla prostituzione … minorile”. Lei ha patteggiato: “Certo, conosciamo la giustizia, non potevo mica aspettare dieci anni una sentenza”. E l’accusa? “Roba da niente, come una sberIa a un vigile”. Chissà che cosa ne diranno i vigili. Ma che cosa succedeva davvero? “Erano incontri tra amici”. Ma c’erano minori? “Praticamente no”. Sul viso nessuna espressione.

Diocesi di Albenga, refugium peccatorum? Alla fine se n’è accorto il Vaticano. Papa Bergoglio ha preso una decisione clamorosa: ha di fatto commissariato il vescovo Mario Olivi eri. A gennaio ha mandato un uomo di sua fiducia, Guglielmo Borghetti. Davvero troppi scandali. Sacerdoti condannati per pedofilia, per aver fatto pressioni sulle famiglie che volevano denunciare, ma anche sotto processo per reati comuni come il saccheggio della biblioteca storica dei Girolimini di Napoli. Sono tutti qui. Dicono messa come se niente fosse. Continuano a essere in contatto con i parrocchiani di tutte le età. Anche bambini. Chissà se è bastata la mano di ferro del Papa. Nell’ultima settimana altri due scandali: un ragazzo sudamericano che arriva dall’Uruguay per denunciare le molestie che avrebbe subito da un missionario oggi parroco e dirigente della Caritas di Albenga. In fine don Angelo, parroco della frazione di Onzo, che, alla faccia degli inviti del Santo Padre, avrebbe detto: “Brucio la canonica piuttosto che darla ai migranti” (frase che il sa-cerdote smentisce).

MA CHE COSA succede ad Albenga? Siamo nella Riviera di Ponente, a due passi da Alassio appena svuotata dei turisti. In una cittadina con un centro storico tanto bello quanto sconosciuto: i vicoli su cui si affacciano vecchie botteghe con i loro sapori, i colori; le torri antiche di mattoni rossi, le due chiese di marmo e ardesia, una accanto all’aItra. Una cittadina tanto bella quanto appartata. Alla fine dimenticata Il luogo ideale, verrebbe da pensare leggendo le cronache, perché vi mettano radici intenti non sempre confessabili. Ecco allora la politica: qui si sono incontrati a lungo gli interessi del centro sinistra e del centro destra scajoliano che intorno al borgo hanno cementificato ogni centimetro. Che hanno trasformato una piana dove basta gettare un seme perchè cresca nella periferia di una metropoli: rotonde, centri commerciali, addirittura volevano costruire dei grattacieli (riuscì a bloccarli Antonio Ricci, originario di qui, con una campagna di Striscia la Notizia). Intanto la ‘ndrangheta ha messo radici profonde.

E POI GLI SCANDALI della Curia che ha i suoi uffici proprio ai piedi delle torri. Così la storia di una cittadina dimenticata è arrivata fino sulla scrivania del Pontefice. Era già successo con papa Ratzinger che aveva fermato la stella nascente del vescovo Mario Olivieri (qui dal 1990). Ma non è bastato, è dovuto intervenire Bergoglio. La pianta, però, continua a produrre frutti. Gli scandali non si fermano mai.

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Prima c’era stato don Luciano Massaferro, condannato definitivamente a sette anni e otto mesi per violenza sessuale ai danni di una chierichetta undicenne. La sua riduzione allo stato laicale è stata respinta. Contrario lo stesso Olivieri. Ma per capire basta visitare alcune delle 162 parrocchie della diocesi. Magari con Francesco Zanardi. Lui stesso da bambino vittima di violenze da parte di un sacerdote e oggi alla guida della “Rete l’abuso” che ha denunciato decine di pedofili. Fino a pochi mesi fa nella parrocchia di Pietra Ligure era possibile assistere alla messa di don Luigi, condannato in primo grado a quattro mesi con l’addebito di favoreggiamento personale di un pedofilo. Avrebbe, secondo l’accusa, sconsigliato la madre di una bambina di denunciare l’uomo che molestava sua figlia. La frase incriminata: “Una denuncia è contro la Chiesa”.

Basta? No, nella stessa chiesa celebrava don Italo che, ricordano le cronache del giornale ticinese Il Caffè, in Svizzera “ era stato condannato “per atti sessuali con fauciulli”. Anche lui ha continuato a lungo a dire messa. Perché? E perché si è rifugiato nella diocesi di Albenga? A guardare don Italo sembra un anziano dall’aspetto mite. Un sacerdote stanco. Ma appena il cronista gli chiede della sua vicenda giudiziaria, il tono della voce cambia: “Non ne voglio parlare!”. Silenzio. Ecco la parola d’ordine ad Albenga Fino al caso di don Francesco, parroco di Borghetto Santo Spirito. Pochi giorni fa dall’Uruguay è arrivato un ragazzo di ventinove anni. A Giovanni Battista Ferro – il pm di Savona che da anni segue le inchieste di pedofilia e che ha ottenuto le prime condanne – ha denunciato: “Don Francesco nel 2004 mi molestò”, ha raccontato denunciando i presunti misfatti di un missione della diocesi di Albenga in Sud America. Il sacerdote (non indagato) ha replicato: “Tutto falso. Quel ragazzo è stato denunciato per aver molestato una dodicenne” . Ma,sostiene Zanardi, della denuncia non ci sarebbero tracce. Una cosa è certa: un altro sacerdote della tormentata missione, un sudamericano anche lui accusato degli abusi, ha rischiato di essere ucciso pochi giorni fa. “Un tentativo rapina”, sostiene il prete. Ma la polizia, come ha scritto il quotidiano spagnolo El Pais, non è convinta. Da Guglielmo Borghetti – che aveva nominato don Francesco ai vertici della Caritas diocesana – un commento cauto: “Non ne so niente. Per quanto lo conosco io don Francesco è una persona buona e generosa e la sua nomina, come tutte le altre, è stata fatta sulla base delle conoscenze personali degli ultimi mesi”.

3 202x300 1IL VESCOVO commissariato, Mario Olivieri si limita a dire: “Diocesi degli scandali? Qui c’è stata una sola condanna. È una ricostruzione giornalistica”. Accanto a lui il collaboratore don Alessandro. Sì, proprio quel sacerdote indagato per il saccheggio della biblioteca dei Girolimini di Napoli. Lo scandalo che coinvolse anche Marcello Dell’Utri svelato da Tomaso Montanari sul Fatto Quotidiano. Anche don Alessandro è qui ad Albenga.

Ma che cosa succede in questa Diocesi ai confini dell’impero, lontana dagli sguardi indiscreti? Ad alzare il velo con il cronista ci aveva provato don Carlo Rebagliati. Già, quel sacerdote savonese che con sincerità urticante non aveva mai fatto mistero della propria omosessualità, dei suoi “amori disordinati”. di essere sieropositivo (“Minori mai,giuro”).

Quel sacerdote morto in circostante per qualcuno non chiare l’inchiesta è stataarchiviata). Don Carlo raccontava: “Dovete andare nelle saune gay di Nizza. lo lo so, purtroppo. Laggiù troverete tanti preti di Savona e Albenga. La sera lasciano le parrocchie, i conventi; dismettono la tonaca e corrono in Francia. È una pena vederli, ridotti così dal bisogno di amore, dalla vergogna .. E anche dal vizio”.

DON FILIPPO BARDINI, uno dei pochi sacerdoti che non hanno taciuto, racconta anche altro: ”La vita in seminario di Albenga era un inferno. Dalle prime notti, quando tentarono delle avances, cercarono di capire se io avrei ceduto”. E riferisce di palpeggiamenti, di proposte non sempre discrete: “Ma io ho detto no e ci ho messo quindici anni a diventare sacerdote”. Il seminario, dove tutti gli studenti venivano da altre diocesi, magari dopo inciampi sul percorso: una strana ,immigrazione” non sfuggita agli emissari del Vaticano. E Borghetti ha decimato i seminaristi: su 11 ben 7 sono stati convinti ad abbandonare gli studi. Perché? Difficile chiedere ai sacerdoti. Come nella Sicilia dei romanzi di Sciascia nessuno sa, nessuno vede, nessuno parla. E dalle carte dei processi, dai racconti degli investigatori emergono le passate pressioni della Curia per “calmare” le inchieste sui casi di pedofilia. Per riuscire a parlarne con un parroco bisogna darsi appuntamento allo svincolo dell’autostrada. In quella terra di nessuno tutta cemento. Arriva con una tuta e un berretto. Irriconoscibile. E racconta: “Il punto è che troppi di noi ci sono dentro. Fino al collo. Troppi, quasi a tutti i livelli, possono essere ricattati”.

Ferruccio Sansa. Il Fatto Quotidiano del 21/09/2015

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

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