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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » Albenga » “Quel missionario mi faceva da padre solo per toccarmi”

“Quel missionario mi faceva da padre solo per toccarmi”

Redazione WebNews by Redazione WebNews
7 Settembre 2015
in Liguria
Reading Time: 3 mins read
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» FERRUCCIO SANSA

Mi ha tradito con un bacino, una carezza. Chiamandomi piccolo mio. Io ero senza padre, avevo un bisogno disperato di amore”. Fernando (il nome è di fantasia),29anni, si teneva dentro il ricordo da tanti anni. Lo capisci subito appena comincia a raccontare, con la voce che si fa sottile quando la memoria tocca i punti più bui. È una denuncia circostanziata, piena di dettagli. La stessa che venerdì ha affidato al pm di Savona, Giovanni Battista Ferro, e che rischia di far tremare una volta di più la tormentata diocesi di Albenga. Quella già commissariata con l’arrivo di monsignor Guglielmo Borghetti dopo numerosi scandali a sfondo sessuale. Perché Fernando parla ancora di pedofilia, di abusi. Addirittura racconta di un missionario che avrebbe approfittato di poveri bambini ospiti di un orfanotrofio. Un sacerdote oggi in attività, con incarichi che potrebbero metterlo in contatto con bambini. IL PM sta valutandole accuse di Fernando, giunto in Italia grazie alla Rete l’Abuso di Francesco Zanardi, che da anni si batte contro le violenze di sacerdoti sui minori. Agli investigatori le parole del giovane sudamericano paiono precise, apparentemente attendibili. Un fascicolo,ancora senza indagati, è stato aperto. Ecco il racconto di Fernando al cronista: “Ho perso il padre da piccolo. E mia madre… ave va molti problemi a seguire me e mio fratello più piccolo. Sono finito in un istituto della Chiesa. Molti mi ritenevano fortunato, perché sarei stato lontano dalla strada. In salvo”. Ma invece della salvezza, l’istituto si rivela un luogo di sofferenza indicibile:

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“Al l ’inizio mi affidarono a due sacerdoti uruguaiani (uno è morto accoltellato, un omicidio ancora da chiarire, ndr). Dovevano proteggermi, aiutarmi a ritrovare un minimo di serenità. Invece presero a molestarmi, a farmi violenza. Era un supplizio… fisico e…”, Fernando si punta il dito sulla testa: “Psicologico. Finché d a ll ’Italia – prosegue – arrivò questo sacerdote. Credevo di essere salvo. Era gentile, delicato. Gli raccontai tutto, denunciai gli altri due sacerdoti. Promise che mi avrebbe aiutato. Gli credetti, che altro potevo fare, ero disperato. Totalmente disperato. Mi aggrappai a quel prete. Lui mi accarezzava, mi dava dei bacini. Mi chiamava piccolo mio. E sì…poi ha cominciato a fare tutto il resto, a toccarmi e… potete immaginare. Ma io ero troppo confuso, vedevo in lui un padre, credevo che quello fosse un modo per manifestare l’amore. Comunque non potevo ribellarmi, perdere anche quest’uomo”. Gli abusi, secondo le accuse, proseguono a lungo: “Quando era in Uruguay mi chiamava,voleva che lo guardassi mentre faceva il bagno, che mi sdraiassi accanto a lui,che ci scambiassimo baci e carezze sui genitali. No,non pretendeva un rapporto completo, ma gli altri sì. Non mi piaceva, anzi, lo detestavo. Ma… insomma, io non avevo soldi, non avevo da mangiare. Non potevo dire di no”. Finché dieci anni fa, quando era diciannovenne, Fernando riceve dalle mani del prete un regalo prezioso: un biglietto per l’Italia.

E vola ad Albenga. “Sognavo di studiare, di trovarmi un lavoro. Di uscire finalmente dalla vita che avevo fatto nel mio paese. Invece… era tutto uguale. Quell’uomo non voleva aiutarmi, ma soltanto… toccarmi, e il resto. Finché un giorno, mentre cercavo nel taschino della sua giacca gli spiccioli per le sigarette, ho trovato una fotografia: due bambini biondi, nudi. Ho capito che non ne potevo più. E sono riuscito a convincerlo apagarmi il biglietto per tornare a casa”. NON ERA FINITA. Dopo Fernando anche suo fratello, oggi ventenne, sarebbe finito tra le braccia del sacerdote. Poi gli abusi finiscono, “sono riuscito a farmi una vita. Almeno ci ho provato, ho avuto cinque figlie”. Ma la storia delle violenze aveva superato i confini dell’orfanotrofio: “Ho incontrato un altro missionario – racconta Zanardi – che raccontava di aver lasciato l’istituto in Uruguay, disgustato da quello che avveniva”. Aveva presentato denuncia? “No, non se l’era sentita”. Mala Retel’Abuso comincia le sue indagini e rintraccia Fernando. Gli chiede di presentare denuncia. “Ci ho pensato a lungo. Ero terrorizzato. Quel prete da noi è potentissimo. In molti appena hanno saputo che venivo in Italia per denunciarlo mi hanno voltato le spalle. E poi io campo ancora grazie alla Chiesa”. Fernando ha deciso lo stesso di presentare denuncia: prima presso l’ambasciata italiana di Montevideo, poi ai pm di Savona che da anni indagano sugli scandali della chiesa di Albenga. “Te mo che ci siano altri ragazzi, tanti, che hanno passato quello che ho subìto io. Spero che adesso trovino il coraggio di denunciare anche loro”.

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Informazione sui contenuti

La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.

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