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Il caso “Spotlight” e i preti pedofili, chi tocca la Chiesa muore?

Federico Tulli by Federico Tulli
7 Settembre 2015
in Cronaca e News
Reading Time: 6 mins read
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Nel film “Spotlight” di Tom McCarthy, presentato alla 72esima Mostra del cinema di Venezia, il racconto della grande inchiesta realizzata dal quotidiano “Boston Globe” che nel 2002 portò alla luce un migliaio di casi di violenze su minori compiuti da decine di sacerdoti e la sistematica copertura garantita dalla diocesi locale, al tempo guidata dall’arcivescovo Bernard Law, tutt’ora arciprete emerito di Santa Maria Maggiore e mai finito sotto inchiesta.

di Federico Tulli

La stampa specializzata e non solo ha definito “Spotlight” uno dei film più attesi della 72esima Mostra del cinema di Venezia, sebbene narri una storia vera e piuttosto recente nonché presente per lungo tempo sulle pagine dei giornali di tutto il mondo. La pellicola diretta da Tom McCarthy, con un cast in cui spiccano Michael Keaton, Mark Ruffalo e Stanley Tucci, ricostruisce tutti i passaggi della grande inchiesta realizzata dal quotidiano Boston Globe che nel 2002 portò alla luce un migliaio di casi di violenze su minori compiuti da decine di sacerdoti e la sistematica copertura garantita a costoro dalla diocesi locale, al tempo guidata dall’arcivescovo Bernard Law.

Spotlight era il nome del pool di coraggiosi giornalisti che, incuranti delle pressioni e delle oggettive difficoltà, in oltre 600 articoli portarono alla luce un sistema radicato di abusi, omertà, complicità e mancanza di trasparenza. Tutto ruotava intorno alla figura del potente arcivescovo il cui obiettivo principale era mettere a tacere qualsiasi voce che potesse gettare discredito sulla “sua” Chiesa. All’interno della Conferenza episcopale Usa nessuno più di Law aveva la possibilità di diventare, alla morte di papa Wojtyla, il primo pontefice americano della storia. Ecco spiegata la sua “necessità” di trasferire da una parrocchia all’altra ma sempre all’interno della diocesi di Boston i preti più a rischio. Compreso John Gheogan, che nel 2002 finì in galera per aver commesso 130 stupri in 30 anni di vita sacerdotale.

È dal caso di questo psicopatico e di chi lo ha volutamente protetto che prende le mosse, nel 2010, il primo dei miei due libri sulla storia secolare e le radici ideologiche e culturali della pedofilia clericale. In fase di stesura avevo deciso senza alcuna incertezza di iniziare la mia opera di approfondimento dagli elementi portati in luce otto anni prima dai giornalisti di Spotlight. Grazie alla loro caparbietà, dopo decenni di abusi subiti in silenzio oppure senza che mai nessun vescovo desse seguito alle loro denunce, centinaia di vittime di stupratori in abito talare avevano trovato la forza di portare le loro istanze di fronte a delle istituzioni laiche. Il terremoto con epicentro nella più “europea” delle città americane in breve si propagò. Cominciarono a cadere una dopo l’altra le coperture fino ad allora garantite a pedofili seriali dai loro superiori, tramite l’efficace sistema di trasferire a una parrocchia diversa i casi che non era più possibile gestire senza rischiare lo scandalo pubblico.

Nel decennio successivo una dozzina di diocesi statunitensi hanno dichiarato bancarotta e si stima che siano stati pagati almeno tre miliardi di dollari in risarcimenti alle vittime. Gran parte del denaro è stato liquidato in via stragiudiziale per evitare processi sanguinosi per l’immagine della Chiesa. Nel 2004, uno studio commissionato al John Jay college of Criminal Justice di New York dalla Conferenza episcopale americana ha calcolato che nei 50 anni precedenti quasi il 5% degli appartenenti al clero Usa aveva commesso almeno un abuso su un minore. Una percentuale superiore anche centinaia di volte rispetto al più pessimistico report sulla diffusione della pedofilia in ambiti professionali “laici”.

In Vaticano tutto taceva. Nel 2001, quando era ormai chiaro che sarebbe stato impossibile evitare la crisi “pedofilia” (i primi inquietanti report arrivavano anche dall’Europa, dall’Africa e dall’Australia), Giovanni Paolo II aveva deciso di affrontare la questione delegando al capo della Congregazione per la dottrina della fede, Joseph Ratzinger, il compito di ribadire, nel documento De delictis gravioribus, l’esistenza di un vincolo di segretezza cui dovevano attenersi tutti i vescovi del mondo riguardo casi di pedofilia clericale. Wojtyla e Ratzinger rinnovarono in questo modo il messaggio contenuto nel Crimen sollicitationis del 1962, un documento rimasto segreto fino al 2001 quando venne scoperto dall’avvocato di alcune vittime statunitensi, minacciando la scomunica per chiunque avesse violato il segreto dando ad esempio informazioni alle istituzioni “laiche” su presunti abusi compiuti da chierici. É oramai assodato che essendo la pedofilia un crimine seriale, la segretezza, la scarsa trasparenza e il divieto di collaborare con le autorità di polizia sono tutti elementi che hanno drammaticamente contribuito all’espansione del fenomeno all’interno della Chiesa cattolica nel secondo dopoguerra.

In Europa, nel 2010, mentre finivo di scrivere “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” eravamo nel pieno della crisi che stava travolgendo tutte le Chiese dei più grandi Paesi del continente, Italia esclusa. Fu semplice individuare nella vicenda di Boston e di mons. Law che riconobbe di aver protetto dei pedofili, la chiave per spiegare come mai improvvisamente l’opinione pubblica e i media, anche italiani, avevano smesso di voltarsi dall’altra parte facendo finta di non vedere i casi di pedofilia clericale. Come era accaduto negli Usa, le bugie della Chiesa e le complicità dei suoi gerarchi erano diventate palesi. Anche la credibilità del successore di Wojtyla, Joseph Ratzinger era ridotta ai minimi termini. L’inspiegabile fiducia nei confronti Vaticano e dei suoi rappresentanti più illustri, dal papa in giù, si era improvvisamente incrinata anche all’interno della comunità dei fedeli europei. Non era più possibile negare l’identità e i diritti dei bambini violentati e che la diffusione della pedofilia nel clero cattolico fosse un problema di portata storica e mondiale oltre che consapevolmente nascosto e mai affrontato. E finalmente le vittime sopravvissute del Vecchio Continente sono uscite dal buio, vincendo l’annullamento cui erano state “sottoposte” per decenni.

Quanto a Law, il film di McCarthy va oltre l’inchiesta del Globe catapultando lo spettatore nella Chiesa di Jorge Mario Bergoglio. Messo in un angolo dalle pressioni degli stessi fedeli che fino a poco prima lo osannavano come futuro papa, nell’estate del 2002 l’arcivescovo di Boston consegnò le dimissioni a Giovanni Paolo II. Pochi mesi dopo fu richiamato a Roma e nominato arciprete della basilica di Santa Maria Maggiore. Law fu quindi in qualche modo demansionato ma la punizione non è stata di certo esemplare. Basti dire che è stato lui a celebrare nel 2005 una delle messe in suffragio di Wojtyla davanti a cardinali di tutto il mondo nella settimana successiva al decesso del pontefice polacco. E che pochi giorni dopo, senza alcun imbarazzo, ha coronato il suo “sogno” americano di partecipare al conclave (che si è concluso con l’elezione di Joseph Ratzinger).

Il resto è cronaca recente. Nel film McCarthy informa il grande pubblico che Bernard Law è oggi arciprete emerito di Santa Maria Maggiore. E questa è una notizia che dovrebbe far storcere la bocca a chi è convinto che Bergoglio stia rivoluzionando la Chiesa.

Nel 2013 molti giornali italiani hanno dato risalto all’irritazione provata da papa Francesco quando l’ex vescovo di Boston si è presentato tra i maggiorenti che lo volevano salutare in occasione della sua visita alla basilica romana. Secondo diverse fonti, conoscendo il passato di Law il successore di Ratzinger dette subito disposizione di organizzare un suo trasferimento in un convento isolato. Non è chiaro se per espiare le sue colpe o per tenerlo lontano da giornalisti troppo curiosi. Fatto sta che Law scomparve dai radar della stampa. Fino alla notizia che giganteggia sul grande schermo di “Spotlight”: Law non si è mai spostato da Roma. Quindi non solo non è stato trasferito, ma non risulta nemmeno che l’intransigente Bergoglio – al pari dei suoi predecessori – abbia mai disposto un’inchiesta canonica o penale nei suoi confronti, tanto meno l’avvio di una procedura di dimissione dallo stato clericale.

Minor fortuna dell’arciprete emerito, come ha raccontato McCarthy alla conferenza stampa di Venezia, ha avuto il giornale che ha scombinato i suoi “sogni” di gloria. Il Boston Globe è da anni in crisi e il Pulitzer ricevuto nel 2003 dal pool di Spotlight non è riuscito a evitare dolorosi tagli alla redazione della prestigiosa testata.

E così il potere temporale si è preso la rivincita sul quarto potere.

(7 settembre 2015)

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Federico Tulli

Federico Tulli

Federico Tulli è giornalista professionista. Per anni firma di Left sin dalla sua fondazione nel 2006, prima come collaboratore fisso e poi come redattore, ha scritto articoli per numerose testate italiane e internazionali (tra cui MicroMega, Avvenimenti, Sette, Globalist, Cronache laiche, Adista, Critica liberale, Brecha, etc). Per L’Asino d’oro edizioni ha pubblicato i libri: “Chiesa e pedofilia” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L’Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015). Nel 2018, insieme a Emanuela Provera, ha pubblicato “Giustizia divina” (Chiarelettere). Nel 2020, per “I libri di Left”, ha pubblicato “Cosa ci ha insegnato la pandemia”, e nel 2023 “La Chiesa violenta” (Ed90). Ad aprile 2023 è uscito un suo saggio dal titolo “Informazione e Intelligenza artificiale: quale futuro per il giornalismo?” nel libro, a cura di Andrea Ventura, “Pensiero umano e intelligenza artificiale. Rischi, opportunità e trasformazioni sociali” (AA.VV., L’Asino d’oro ed.). Nel 2022 Tulli ha ideato e realizzato per Left “Spotlight Italia”, la prima indagine giornalistica permanente sui crimini nel clero italiano, e fa parte di #ItalyChurchToo, coordinamento italiano delle associazioni contro gli abusi nella Chiesa cattolica in Italia. Contatti: [email protected] [email protected]

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

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