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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » Alberto Stasi » Garlasco, la pista dei legali di Sempio: “Dietro la morte di Chiara un giro di pedofili”

Garlasco, la pista dei legali di Sempio: “Dietro la morte di Chiara un giro di pedofili”

L’avvocato Lovati: “Andrea e le Cappa non c’entrano, omicida parte di un’organizzazione criminale”. Il memoriale del detenuto sui festini hard alla Bozzola

Redazione WebNews by Redazione WebNews
22 Dicembre 2025
in Lombardia
Reading Time: 4 mins read
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GARLASCO (PAVIA). Un solo assassino o più complici sulla scena del crimine? La difesa di Andrea Sempio, l’unico indagato nel nuovo fronte di inchiesta sul delitto di Garlasco, non ha dubbi: «Chiara è stata uccisa da una sola persona». Massimo Lovati, che difende l’indagato insieme alla collega Angela Taccia, lo aveva già dichiarato ma ieri durante la trasmissione Mattino 5 ha voluto essere più preciso: «Non c’entrano né Sempio, né le gemelle, né i vari nomi che stiamo sentendo in questi giorni: è solo fumo negli occhi. Chiara Poggi è stata uccisa da un solo killer, un omicida che fa riferimento a una massoneria internazionale, un’organizzazione criminale dedita al traffico di esseri umani e alla pedofilia». Poi l’affondo agli inquirenti: «Questa indagine è partita malissimo».

L’ipotesi di più complici

La pista di un coinvolgimento di più persone nel delitto non è invece esclusa dalla Procura, che infatti contesta a Sempio (che comunque resta unico indagato fino a questo momento) il concorso con altri soggetti rimasti ignoti o con Alberto Stasi, il fidanzato della vittima già condannato per questo delitto a 16 anni di carcere (condanna che sta finendo di scontare in regime di semilibertà). I carabinieri del nucleo investigativo di Milano indagano a 360 gradi su delega dei pm Stefano Civardi, Valentina De Stefano e Giuliana Rizza. Per questo hanno anche acquisito gli atti dell’inchiesta sul santuario mariano della Bozzola, tra il 2012 e il 2014 al centro di uno scandalo per ricatti gay ai religiosi da parte di due giovani romeni, condannati per estorsione e oggi latitanti.

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Le tracce in casa

Nella villa di via Pascoli sono state repertate una sessantina di impronte digitali che non è stato possibile attribuire, nonostante i confronti fatti all’epoca. Alcune sono ritenute, dai carabinieri di Milano, più rilevanti di altre. C’è di sicuro la traccia catalogata come 33, trovata sulla parete destra della scala che porta alla cantina dove fu trovato, la mattina del 13 agosto 2007, il corpo senza vita di Chiara Poggi. L’impronta di un palmo destro è attribuita a Sempio: secondo una consulenza disposta dalla Procura coincide per 15 punti di contatto. La traccia dovrebbe essere riesaminata anche sul fronte genetico, ma negli archivi dei Ris non si trova.

L’impronta sulla porta

Proprio la presenza di così tante impronte non consente agli inquirenti di escludere altre persone sulla scena del crimine. È ancora da attribuire (e non è di Sempio, né di Stasi e nemmeno di altre persone che frequentavano la casa) l’impronta catalogata come numero 10 e ritrovata sull’anta interna della porta di ingresso. L’impronta digitale è lasciata da una mano sporca, ma di questa traccia non fu mai eseguito un accertamento per stabilire la natura della sostanza presente. L’analisi sarà eseguita a distanza di 18 anni, nell’incidente probatorio che sarà avviato il 17 giugno su diversi reperti, comprese le fascette para-adesive delle impronte digitali.

Il memoriale del detenuto

garlasco

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Un paio di pagine scritte a mano nel carcere di Torre del Gallo, dove si trova con l’accusa di omicidio volontario. Il memoriale di Cleo Stefanescu, 25 anni, raccoglie le confidenze che gli fece lo zio, Flavius Savu, sui festini a luci rosse al santuario mariano della Bozzola. Stefanescu, in cella per avere ucciso alcune settimane fa con 40 coltellate Luca Leone in corso Novara a Vigevano, ha chiamato alcuni giorni fa la sua avvocata, Guya Portaluppi, per consegnarle le sue dichiarazioni.

«Voleva raccontarmi alcuni fatti su Garlasco – dice la sua legale –. Lo sento quindi in cella e mi conferma quanto aveva già detto lo zio a proposito dell’inchiesta sulla Bozzola. Non ha dichiarato nulla sull’omicidio di Chiara Poggi, si è limitato a fare qualche sua ipotesi». Nessuna informazione, quindi, sull’omicidio della giovane o su un presunto collegamento con l’inchiesta del santuario. Nel memoriale Stefanescu racconta che lo zio gli parlò dell’ex rettore, don Gregorio Vitali, e della reverenza che nutriva nei confronti di un alto prelato «a cui baciava i piedi». Racconta anche che c’erano tanti giovani che partecipavano ai festini a luci rosse con alcuni religiosi e che «ricevevano per questo anche cifre fino a 3mila euro a testa». Stefanescu spiega di avere voluto mettere per iscritto i suoi ricordi dopo che ha sentito ancora parlare dell’inchiesta sullo scandalo al santuario, che nel 2014 portò alla condanna dello zio, oggi latitante, per estorsione. «Non ha fornito riscontri a un collegamento con il delitto di Chiara Poggi – precisa la sua avvocata –, però siamo pronti a consegnare il manoscritto all’autorità giudiziaria qualora gli inquirenti ritengano di interesse quanto ha voluto dichiarare il mio assistito». —

Le telefonate attribuite a Stasi

Le quattro chiamate anonime sul cellulare di Chiara Poggi il 13 agosto furono attribuite, con un calcolo di probabilità, al telefono fisso di Alberto Stasi nella sentenza del gup Stefano Vitelli. Resta ancora il mistero sulla telefonata che la cugina di Chiara, Stefania Cappa, dice di averle fatto il 12 agosto, di cui non c’è traccia agli atti.

I genitori Poggi: «Ormai più testimoni che garlaschesi»

«A Garlasco ormai vengono fuori più testimoni del delitto che abitanti»: a dirlo, visibilmente contrariato, è Giuseppe Poggi, il padre di Chiara, intervistato ieri con la moglie Rita Preda da un giornalista del Tg5. I genitori smentiscono che la borsa di Chiara sia stata rubata dopo il delitto, come scritto da alcuni giornali nei giorni scorsi. «È vero – dice la mamma – che avevamo subito un furto, ma la borsetta di Chiara è sempre stata con noi». E mentre lo dicono, i coniugi mostrano la borsa nera al giornalista. Poi la coppia replica a chi dice che lo scandalo della Bozzola, scoperto anni dopo il delitto, possa essere in qualche modo legato all’omicidio. «Mia figlia – dice mamma Rita – alla Bozzola non andava».

https://laprovinciapavese.gelocal.it/pavia/cronaca/2025/06/03/news/delitto_garlasco_legali_sempio_pedofilia_morte_chiara_poggi-15174749/

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

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