Parlare di pedofilia nella Chiesa rimane difficile e complesso. Lo è anche quando a farlo è una scrittrice e teologa che conosce all’interno quel mondo, ne condivide la dimensione spirituale e decide di affrontarlo non con pamphlet, ma attraverso la letteratura. Mariapia Veladiano lo ha sperimentato presentando in questi mesi “Dio della polvere” (Guanda editore).
Ormai è trascorso un anno dalla sua uscita: s’immaginava che sarebbe stato così complicato parlare di pedofilia, nelle parrocchie, nelle librerie, soprattutto al Sud dove non è mai stata invitata?
Lo sospettavo sì, ma speravo di no perché oggi il tema della violenza del clero sui minori è fondamentale per la credibilità della chiesa. Ci sono teologi come Massimo Faggioli e Hans Zollner convinti che la risposta della chiesa cattolica alla pedofilia dei suoi preti rappresenti un punto di svolta decisivo in questo momento. Nel mondo sono state realizzate indagini indipendenti, sono state adottate procedure di giustizia e verità nei confronti delle vittime di violenza del clero. In Italia ancora no e non è consapevolezza comune quanto tutto questo sia grave. Ma la storia della pedofilia nella chiesa è una storia di potere e abuso che deve convertirsi in storia d’amore per le vittime e lo si può fare se davvero si passa attraverso la giustizia, cioè il riconoscimento dei fatti e la condanna del colpevole.
In alcuni video denuncia il cortocircuito che si è venuto a creare: la signora che la insulta pesantemente, che dice che vuole stare tranquilla quando manda i nipoti a catechismo.
Come se non si volesse parlare di quest’argomento. Oppure il libraio che le ha detto che con romanzi così si va solo in mezzo a grane…
Non so se sia un insulto, ma la signora ha detto, in pubblico, che mi chiamo Mariapia ma di pio non ho niente e che raccontando storie così distruggo la chiesa che lei vuole pensare sicura. Ha concentrato una serie di osservazioni che poi ho incontrato spesso: meglio non sapere; bisogna preservare la chiesa; chi parla di pedofilia del clero oscura il bene che la chiesa fa. Non ci sono le vittime nei pensieri di queste persone e ci si chiede come sia possibile. Ma le vittime sono vite distrutte, famiglie che quando scoprono di non aver saputo proteggere un figlio implodono, si consumano nei sensi di colpa.
Alcuni sacerdoti hanno sostenuto di essere loro le vittime perché se cercano di essere affettuosi con un bambino vengono subito additati come possibili pedofili. Insomma tanta confusione, giusto?
Sì. Anche questo è capitato pubblicamente. È una bella capriola logica, vero? I fatti sono preti che usano violenza ai bambini e alle bambine e questa interpretazione ecclesiastica dice invece che le vittime sono i preti buoni. Un altro tipo di autocommiserazione è uscito quando un prete ha detto: ce l’hanno tutti con noi, mancava anche il fuoco amico. Sono posture vittimistiche che non vedono il dolore delle persone ferite. Vien da dire che manca proprio amore. In realtà non c’è innocenza se si fa parte di un sistema che è colpevole di silenzi, coperture e omissioni. Lo mostrano le indagini, ad esempio quella recente realizzata in Francia proprio dalla Conferenza episcopale francese, il Rapporto CIASE. Lo si può leggere online. Il problema non è che ci sono preti pedofili, purtroppo il male esiste ovunque. È che la chiesa li sposta di parrocchia in parrocchia. In Italia, al contrario di quanto accade in Francia, non c’è obbligo di denuncia del prete pedofilo da parte del vescovo. Ma la chiesa avrebbe strumenti giuridici interni per esercitare una forma di giustizia.
Perché ancora oggi la parola pedofilia associata alla Chiesa suscita reazioni così forti, fino al rifiuto stesso di parlarne?
Per il clericalismo, che Papa Francesco diceva il grande male della chiesa. Clericalismo vuol dire pensare che i preti per il fatto di essere preti sono superiori rispetto ai laici. C’è la dottrina dell’elezione, che alimenta questo pensiero e atteggiamento. E del resto, una decina di canoni del codice di diritto canonico ci definisce “sudditi”, dei Vescovi. C’è da dire che a volte i laici sono più clericali dei preti. Perché sono stati educati così. Il buon cattolico come persona moderata, accomodante, che non denuncia per il bene della chiesa.
Ha incontrato resistenze anche in ambienti in cui non si aspettava accadesse e, al contrario, qualcuno o qualcosa l’ha sorpresa per la capacità di ascolto?
Fra i primi inviti c’è stato quello con la Diocesi di Bolzano-Bressanone dove il vescovo Ivo Muser ha commissionato, unico in Italia, un’indagine scientifica sui casi di abuso e violenza dall’anno della fondazione della Diocesi. Un’indagine esemplare. Poi c’è stata Senigallia e ancora Pinerolo, con il vescovo Derio Olivero che ha voluto dialogare in prima persona. Uno splendido incontro. Resistenze? Sì. Tanti silenzi inattesi.
Dove finisce la responsabilità individuale di chi commette un abuso e dove inizia quella di un’istituzione che per anni può averlo taciuto e minimizzato?
La violenza o l’abuso sono sempre opera di una persona e questa è la responsabile. Ma le indagini mostrano che per uno che fa, dieci vedono, o sospettano e tacciono. L’istituzione è responsabile se non lo ferma una volta che i fatti vengono alla luce, se favorisce un clima che non incoraggia la denuncia. A fine 2025 il Pontificio servizio tutela dei minori – che si occupa di abusi in tutto il mondo – ha scritto nel suo rapporto che «in Italia c’è una notevole resistenza culturale nell’affrontare gli abusi». Questa è una responsabilità dell’istituzione chiesa.
Quanto pesa ancora oggi il pregiudizio quando si parla di abusi nella Chiesa e quanto rischia paradossalmente di impedire una discussione seria?
Il teologo Zollner ha scritto che è tutto molto difficile nelle culture che coltivano “il fare bella figura” come valore, potremmo dire le apparenze. E l’Italia così è.
Sostiene che ci può essere un futuro per la Chiesa se smette di insabbiare e nascondere. Se permette indagini indipendenti. Nessuna istituzione può riformarsi da sola. Ci sono stati cambiamenti al riguardo?
In Italia? A parte l’iniziativa del vescovo Muser, no. So che si alzeranno persone a dire che esiste nelle diocesi il Servizio tutela minori per l’ascolto delle vittime e la prevenzione, ma prima di tutto deve venire la giustizia per chi ha subito violenza. Il mio è un romanzo e sono andata soprattutto nelle librerie dove in questi mesi ho incontrato alle presentazioni tante vittime e altrettante mi hanno scritto usando il sito dopo aver letto il libro. Quanto dolore. Non hanno ottenuto giustizia e questo non dà pace alle loro vite. Sempre chiedo alla fine: dov’è il prete colpevole? Le risposte si ripetono: in un’altra parrocchia, in missione nel sud del mondo.
Affronta quest’argomento anche nell’ultimo libro del Post di Luca Sofri che verrà pubblicato a settembre,dedicato alla Chiesa dove lei parlerà di pedofilia. Servirà per raggiungere un pubblico più ampio e per affrontare un tema non solo in termini letterari ma saggistici e giornalistici di approfondimento?
Sì. Il libro fa parte della collana “Cose spiegate bene”. Il titolo è “La più grande organizzazione del mondo”. Il saggio sulla pedofilia è parte di un’indagine molto più ampia che mette a tema le caratteristiche di struttura, potere e servizio della chiesa cattolica.
https://www.ilgiornaledivicenza.it/argomenti/cultura/cultura/veladiano-abusi-nella-chiesa-per-uno-che-agisce-dieci-vedono-o-sospettano-e-tacciono-1.13109765








