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3. FASCICOLI CHE COPRONO ABUSI: UN CASO NASCOSTO PER DECENNI IN PORTOGALLO

Redazione WebNews by Redazione WebNews
19 Marzo 2026
in Cultura
Reading Time: 4 mins read
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I documenti trovati sono solo pochi pezzi di un mosaico in cui sono scomparsi migliaia di persone, ma delineano un quadro generale di come la Chiesa ha agito per decenni. Lo stesso Vaticano ammette di essere stato un management pieno di errori. Nel 2010, quando emerse il caso Ratzinger, pubblicò un’Introduzione Storica al Problema in cui sottolinea: “Il periodo tra il 1965 e il 1983 (l’anno di pubblicazione del nuovo codice di Diritto Canonico) fu segnato dalla divergenza di opinioni tra i canonisti (…). Si preferiva un atteggiamento pastorale verso condotte inappropriate; alcuni consideravano le sentenze canoniche anacronistiche. Il modello terapeutico prevaleva spesso nel trattamento dei casi (…). Si prevedeva che il vescovo fosse in grado di guarire piuttosto che punire, … a volte senza considerare adeguatamente la possibilità di recidiva.” Anche quell’anno, lo stesso Benedetto XVI riconobbe la stessa cosa nella sua intervista al libro-intervista con il giornalista Peter Seewald: “Dalla metà degli anni ’60 (il diritto penale canonico) semplicemente ha cessato di applicarsi. C’era una consapevolezza diffusa che la Chiesa non dovesse più essere la Chiesa della legge, ma la Chiesa dell’amore, che non dovrebbe punire (…) In quel periodo c’era anche una particolare confusione del pensiero tra le persone molto buone.” Per tutte queste ragioni, il Vaticano assicurò che dopo il Concilio Vaticano II furono presentati alla Congregazione per la Dottrina della Fede “pochi casi” di pederastia. “Alcuni erano collegati all’abuso del sacramento della penitenza; altri potrebbero essere stati inviati tra richieste di dispensa dagli obblighi sacerdotali o dal celibato,” spiegò. Cioè, c’erano almeno due modi in cui i casi di abuso arrivavano, nascosti sotto un’altra questione: quando sorgevano nel contesto della confessione e quando erano la ragione della richiesta di abbandono del sacerdozio. La prima di queste ipotesi è, ad esempio, il contesto di una lettera in latino inviata da Ratzinger nel 1991 all’arcivescovo di Lisbona, Antonio Ribeiro, inedita fino ad ora: cioè, c’erano almeno due modi in cui i casi di abuso arrivavano, nascosti sotto un’altra questione: quando sorgevano nel contesto della confessione e quando erano motivo per cui si chiedeva l’abbandono del sacerdozio. La prima di queste ipotesi è, ad esempio, il contesto di una lettera in latino inviata da Ratzinger nel 1991 all’Arcivescovo di Lisbona, Antonio Ribeiro, inedita fino ad ora: Questo documento è datato 11 settembre 1991, ma il numero di protocollo (174/72) rivela che si tratta di un fascicolo aperto nel 1972, cioè,  un caso noto 19 anni prima, ma che non è stato segnalato alle autorità. “In una lettera datata 16 luglio 2016, Vostra Eccellenza ha chiesto la riabilitazione del Padre [riabilitazione dell’identità del Padre [identità anonimizzata], OFM, per ascoltare le confessioni dei fedeli. A tal proposito, vi informiamo con grande piacere che questo Dicastero, dopo aver dovutamente considerato tutte le circostanze del caso e aver ascoltato le informazioni pertinenti diffuse da Vostra Eminenza, ha emanato il seguente Decreto: “Per la grazia che, secondo le preghiere, il Rev. [identità anonimizzata], sacerdote dell’Ordine dei Frati Minori, possa essere riabilitato ad ascoltare le confessioni dei fedeli,  essendo però limitata ai territori ecclesiastici del Patriarcato di Lisbona”. Quando comunicherai questa decisione alla persona interessata, Vostra Eminenza lo esorterà gentilmente a sforzarsi di corrispondere alla bontà della Santa Sede con una vita sacerdotale autentica.” È firmato da Joseph Ratzinger.

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Come in altri casi, il numero del protocollo è rivelatore: il file fu aperto nel 1972, non meno di 19 anni prima. Si deduce che a questo francescano, J.E.B.O., fu proibito confessare dopo aver ricevuto accuse di abuso in quel periodo. È un caso emerso nell’indagine commissionata dalla Chiesa del Portogallo pubblicata nel 2023. Nel rapporto compare con dati anonimi, ma corrisponde alla testimonianza di una donna che nel 1956 aveva 6 anni e raccontò come questo frate l’abbia aggredita sessualmente a Torres Novas. Ma assicurò anche di non averlo mai denunciato all’arcivescovado di Lisbona. Cioè, sarebbe stata una seconda vittima sconosciuta. L’arcivescovado di Lisbona ha risposto di non avere alcuna informazione sul caso nei suoi fascicoli. I francescani del Portogallo sostengono che l’ordine lo conoscesse solo nel 1972, e che fosse tramite l’arcivescovado. Ma sottolineano persino che il suo ministro provinciale nel 1991, Antônio Montes Moreira, venne a conoscenza quell’anno delle accuse contro il frate, perché gli fu detto da un altro religioso “che manteneva contatti con i dicasteri della Santa Sede.” Raccomandò di chiedere la revoca del divieto di confessione e così scrisse all’arcivescovo di Lisbona, che a sua volta si rivolse a Ratzinger.

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Questo caso illustra come ci siano stati casi di pederastia che hanno raggiunto Roma, anche se non lo fecero esplicitamente per questo motivo. Ma, se le spiegazioni dell’ordine sono credibili, erano procedure così segrete che anche un superiore dell’ordine potrebbe non esserne a conoscenza. Quindi non è ben compreso come l’attuazione di questi ordini possa essere monitorata. In un’intervista del marzo 2010, il promotore della giustizia per la Dottrina della Fede, Charles Scicluna, pubblicato sul sito del Vaticano, dichiarò che “tra il 1975 e il 1985 non esiste alcun documento che alcun avviso di casi di pederastia da parte dei chierici sia stato sottoposto all’attenzione della nostra Congregazione.” Inoltre, spiegò che dopo la promulgazione del Codice Canonico del 1983 “vi fu un periodo di incertezza riguardo all’elenco dei delicta graviora (i crimini più gravi) riservati alla competenza di questo dicastero e solo con il motu proprio del 2001 il crimine di pederastia tornò alla nostra esclusiva competenza.” Ma i documenti mostrano che ci sono stati casi che sono arrivati. Quanti ce n’erano, quanti sono archiviati in Vaticano? Ci sono altri casi come quello del Portogallo, nascosti in fascicoli che parlavano di qualcos’altro. L’altra formula che li nascondeva, la richiesta di dispense per un sacerdote o un religioso di lasciare il sacerdozio, era anch’essa ampiamente utilizzata.

Continua…

https://elpais.com/sociedad/2026-03-19/quemad-todo-los-secretos-de-los-archivos-de-pederastia-del-vaticano-de-la-epoca-nazi-al-caso-ratzinger.html

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.