di Nina Fabrizio
(ANSA) – CITTÀ DEL VATICANO, 24 FEB – Poco efficienti, carenti nel dare informazioni e segnalare la competenza giudiziaria dell’autorità civile. Tendenti ad “insabbiare” più che a fare luce sugli abusi e sui loro autori quando addirittura non costituiscano “un grave rischio di ritraumatizzazione della vittima”.
Emerge un’altra verità sui centri diocesani di ascolto per le vittime di abusi istituiti dalla Cei a partire dal 2022 (con l’eccezione di Bolzano che era partita in precedenza) su impulso della Pontificia commissione per la tutela dei minori voluta da papa Francesco. E’ quella dell’associazione di vittime della pedofilia, la Rete “L’Abuso” che ha presentato stamane i risultati di “un viaggio per 32 diocesi italiane durato quasi due anni nel quale la Rete, attraverso i sopravvissuti è riuscita ad entrare dentro gli sportelli, documentando quanto accade”.
“Quello che abbiamo rilevato – ha affermato il portavoce Francesco Zanardi – è omogeneo, si riscontrano preti non sanzionati, difficoltà di accesso agli atti, sacerdoti che restano ancora anonimi, pratiche di spostamento da una diocesi all’altra”. L’Associazione elenca diverse problematiche. “Quale era l’aspettativa della vittime – continua Zanardi – ? Quella del manifesto di papa Francesco: tolleranza zero, prevenzione e controllo. Ma non è così”.
Proprio quella degli “sportelli”, appare, “una estensione di una struttura blindata” a cominciare dal fatto che “è lo sportello che comunica le segnalazioni pervenute al vescovo”, non la vittima, “tuttavia è sempre il vescovo a decidere se fare o no l’indagine previa”. Inoltre, “le vittime quando arrivano devono firmare il consenso informato ma non si fa riferimento ai due procedimenti, quello canonico e quello dello stato”, cioè quello civile. E ancora, “la vittima viene ricevuta da un operatore che è un semplice volontario, il più delle volte privo di competenza”.
“Spesso – continua Zanardi – non viene chiesto nemmeno il nome del prete presunto abusatore. Vengono fatte domande come, quali altre persone sono informate? Mentre non chiedono molto sul fatto in sé e viene fatto spesso notare che c’è la prescrizione”. “Poi – prosegue – in nessun caso abbiamo visto che sia stato proposto un supporto psicologico e quando c’è stata la richiesta di un contributo per spese mediche o psicologiche, in pochi casi è stata offerta una cifra di cinquemila euro ma nella forma di un accordo di riservatezza tra le parti”.
Alla conferenza stampa anche la testimonianza di Christian, un uomo di Bolzano di 49 anni abusato da bambino il cui caso canonico è stato chiuso a fine 2025: a suo giudizio i centri rappresentano un luogo di “ritraumatizzazione” della vittime invece che di aiuto.
(ANSA).
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